Poesie di Silvano Trevisani, Amadeus, 1995

di Cosimo Rodia

 

La plaquette di Trevisani è una perla. E lo è sia per chi ama la poesia, sia per chi di solito non tragugia tali cibi. La poesia qui è di una delicatezza da rendere tale genere uno strumento ideale per comunicare i sentimenti.

Accettando come coordinate di lettura le tre tendenze che Giancane e de Santis hanno dato della poesia pugliese nell’ultimo decennio, Trevisani ha il pregio di averle in sè entrambi. È riscontrabile, infatti, la via dell’emozione; ovvero, la poesia come capacità di cogliere tutti i moti interiori: l’amore, il rammemoramento dell’infanzia, l’ambascia per il caos della vita moderna. C’è la poesia come adesione al mito. Quel mito che sgorga dalla profondità della psiche recuperando (miticamente) un passato rotondo ed autoreferente. E poi, influenzato dal mestiere che svolge, l’immersione, soft, nel sociale. La poesia in questa tendenza è come un risveglio della coscienza civile di fronte ad una società che si trova a gestire svolte epocali e profonde trasformazioni antropologiche. Certo il poeta, giornalista di cronaca sindacale, non può non essere per l’engagement, anche se lo fa con toni flebili e apparentemente disincantati. In “Città di memoria” Taranto ha perso come per magia le allegrie ed ha isolato gli uomini. È colpa delle ciminiere? Le risposte vanno studiate; può pensarle il lettore; intanto, diagnosticamente, il poeta lascia la testimonianza di alcuni dati inconfutabili: di “un amico appassito”; di uomini a consumarsi “nei bar col fiato grave di birra”; di persone eteronome in attesa di guerrieri televisivi in un mondo di sirene o in un mare di tragico delirio.

È il sentimento delle precarietà che pervade tutta la silloge e che tocca anche l’amore, il sentimento che giganteggia nella raccolta.

Condivisibile è il parere della Minervini della presenza stilnovistica in Trevisani. Certo, qui la donna non è la strada per conquistare le virtù; c’è, invece, un sentimento moderno d’affinamento interiore con cui l’uomo realizza il sè in un confronto con l’altro da sè, con la donna, appunto. E qui troviamo le pagine più belle, sia sotto l’aspetto metrico che semantico.

L’amore va sempre in tandem con la speranza; un binomio che arricchisce di humus la terra quando s’isterilisce. Un binomio che è luce e riapre possibilità.

Per Kierkegard “nel possibile tutto è possibile”; e in quest’oceano dov’è lo scoglio? Dov’è l’amore? Ecco, la speranza è la risposta all’interrogativo di biblica memoria nella poesia d’apertura.

L’amore per la donna amata (che altro da sè, è sussunta in sè) è l’isola. Con questa disposizione realizza il recupero mitico, rammemorando l’innamoramento: “Ho voglia di una vita già trascorsa”. Ancora: “Ridammi il tempo dell’amore fragile /l’equilibrio sospeso / tra la voglia e il dubbio. /…/ Rieccoti… /…/ al fontanile / la bambina che trema nel tuo petto; / forse mi lascierà baciare / forse no,/ il nastro sciolto tra i capelli d’oro”.

Questi versi sono in “Nostalgia”, che è anche il sentimento che permea tutta la raccolta. È questo sentimento che innesta la ricerca di senso.

Infine, “Bussò alla porta” è quasi un’ode alla donna, come scala al fattore per arrivare ad un “vento senza più tempesta”. E risiede in questi passaggi il sapore stilnovistico, della donna come Primo motore di una sentimentalità pura, tanto da essere “in cima ad ogni cosa”.

L’amore certamente è aiutato dai ricordi. I ricordi sono tante faville che illuminano un percorso. E ai ricordi non può sfuggire il rammemoramento dell’infanzia. Questo flashback avviene con straordinaria bellezza in “Paese”. La prima strofa è testimonianza di un poeta avvolto negli odori, colori, calori del Sud. Ma avvincente è il recondito desiderio del ritorno alle cose fatte “di poco” dell’ultima strofa. Il pensiero dell’autore è un tentativo di correggere l’omologazione della moderna vita.

Nel volume troviamo una bella ricerca sostenuta anche da una robusta religiosità. Una religiosità aperta alla fede, unica a giustificare l’alternarsi delle stagioni, la degradazione del tempo “misurato”, i contrasti luce-ombre, felicità-afflizione.

Insomma, l’esprit de geometrie storicamente ha fallito. Già Dante scriveva: “or tu chi sè, che vuò seder a scranna / per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta d’una spanna?”.

La ragione non può penetrare il mistero o la mente divina e la sua imperscrutabile giustizia. Ecco la fede che può soccorrere le “menti grosse” degli uomini.

Trevisani l’ha capito ed ha fatto una poesia senza clamori, informata da una forte religiosità ed ha cantato con tono vellutato il disagio, le perdite, le incertezze, le omologazioni diluendo la vis della sofferenza tra i flutti dei ricordi e principalmente nella forza della preghiera e dell’amore.

 

Archivio. Recensione del 1996.

 

Lascia un commento