Temi e percorsi del Novecento poetico italiano di Pierfranco Bruni, edizioni il Coscile, 2001(2003).

di Cosimo Rodia

 

È uscita la seconda edizione arricchita di Temi e percorsi del Novecento poetico italiano di Pierfranco Bruni. Identici sono i temi e le opere richiamate. Lo stesso il fine, ovvero, presentare un panorama di autori e, principalmente di testi capaci di rappresentare una linea della letteratura italiana, che Bruni definisce “Letteratura del viaggio”, di cui egli stesso è parte.

Cos’è la Letteratura del viaggio? Una letteratura che contempla e si plasma su alcuni concetti guida: La Nostalgia, che cresce nell’uomo man mano che prosegue nel viaggio, nel cui viaggio-labirinto si recupero la memoria, che è presenza del passato sintetizzata nei simboli; la nostalgia porta alla contemplazione da cui si dipanano voci come la carità, l’amore, la pietà. L’Attesa che permette di sperare; anzi, crea le condizioni perché l’uomo possa trovare delle àncore nel viaggio esistenziale. Il Mistero, che avvolge la vita e il viaggio. Il Mito, che è la speranza di un ritorno, di un superamento del labirinto per la conquista di un centro. La Metafora, che è espressa dalla parola, la quale non è mai messaggera ignara di un messaggio, ma è sempre portatrice di significato, è espressione di simboli.

Su questo progetto estetico, Bruni discrimina le opere di alcuni poeti, a partire dall’alba del Novecento fino ai giorni nostri. I percorsi sono scelti dal critico calabrese tenendo conto di un preciso registro e di una poetica fortemente connotata da tensione antropologico-metafisico-religiosa.

Bruni parte da Michelstaedter e giunge a Quasimodo, nella prima edizione; nella seconda si aggiungono le voci delicate e sofferte, che a proprio modo seminano speranza, come quelle di Valeri, Betocchi, Turoldo, Testori, Grisi, Bodini, Selvaggi, Bevilacqua, Calabrò…

L’aggiunta di più di cento pagine rispetto alla prima edizione, lo spiega proprio Pierfranco  Bruni: “Negli ultimi anni si sono consumate diverse teorie che hanno maggiormente disorientato un discorso […] omogeneo sull’identità della poesia. Mi riferisco alla esperienza dei gruppi degli anni Sessanta e a quel tentativo di ridurre la poesia ad una mercificazione di “astute” parole […]. Mercificazione che ha barattato la testimonianza di vita […] con un gioco di parole aride.

Oggi si tenta di ricomporre quei cocci […]. Si tenta di recuperare nei vari angoli della civiltà letteraria […] i luoghi e le voci, i segni e le parole della tradizione. Penetrare i luoghi e le voci, i segni e le parole della tradizione vuol dire ritornare al Sentimento del tempo”.

Il progetto è ambizioso. Ma se fossero in molti a prendere contezza di ciò che ha originato il dominio assoluto della Ragione, l’aridità prodotta da quegli scrittori sostenuti dall’idea dell’uso “sociale del cervello”, il progetto troverebbe certamente più chierici e in termini pratici non sarebbe più tanto ambizioso.

La Ragione, con la presunzione di fondare idee e convalidare ragionamenti, ha reso l’uomo depositario di capacità autopoietiche, tanto che superbamente si è sostituito a Dio, ed ha espunto il mistero e il bisogno di trascendenza. Sono gli scrittori della modernità e quelli dei nostri giorni, non trattati da Bruni, che hanno scritto la tragica storia del suicidio del genere umano, probabilmente invasati dalla considerazione sartriana dell’intellettuale quale “tecnico dell’universale”.

È in questa formula aberrante che bisogna trovare le radici dell’indifferenza verso la storia, dell’esaltazione del carpe diem più adeguata al nostro “regno della notizia”; si è arrivati così ad aprire autostrade al mero divertissement letterario e alla mera divagazione.

Il progetto che sottende il saggio critico di Bruni ci indica una strada da percorrere e ci consegna un ruolo della letteratura che potrebbe metterci al riparo da procelle, riconsegnando all’uomo il sogno, il “viaggioisola”, la speranza (laico- cristiana).

A noi la scelta di essere chierici o forme nel frastuono.

 

Archivio. Recensione del 2003.

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