UOMINI E MAIALI – Dodici giorni in giro per la Baviera

di Alberto Dati

 

Si stima che ogni giorno in una sola birreria di Monaco di Baviera, la celebre Hofbräuhaus, vengano consumati circa diecimila litri di birra. In questo locale dalle proporzioni gigantesche Hitler organizzò il suo fallito colpo di stato nel 1923, e tutt’oggi è di proprietà dello stato bavarese: il suo nome completo è infatti “birrificio di corte statale di Monaco”, e al solo piano terra può ospitare fino a 1500 persone, tra le quali noi che abbiamo passato una serata divertente in mezzo a centinaia di clienti. Ogni benedetto giorno quindi, poco distante da Marienplatz, dove i turisti si affollano per guardare l’enorme carillon del Rathaus che incombe sulle loro teste ignare, si spillano migliaia di birre: intanto in piazza, al tramonto, una marea di piccoli topi neri sbuca dagli antichi seminterrati del centro e invade le strade e il vicino mercato, mangiando tutto quello che gli umani hanno lasciato nel corso della giornata. Non sono gli unici animali ad approfittare delle attività umane diurne: in Baviera non puoi bere una birra senza essere attaccato da un paio di vespe che cercano di affogare nella tua bevanda i loro dispiaceri. Spesso perdono la vita in questo sport estremo, ebbre e felici, e perciò ho velocemente imparato che il sottobicchiere in cartone ha una duplice funzione: puoi infatti usarlo anche come tappo sul boccale, per non far entrare sgraditi insetti nella tua birra. Lo fanno tutti, e anch’io ho deciso di adottare l’usanza locale. Anche i corvi, come i topi di Monaco, sono ovunque e si cibano di qualunque cosa: li abbiamo visti mangiare resti di pizza e rovistare in buste di patatine fritte, in città come in campagna. Sembrano abituati alla presenza umana, non fuggono e verrebbe voglia di fare amicizia con qualcuno di loro: aspettativa presto delusa dal loro svolazzare via gracchiando infastiditi dal mio avvicinarmi cauto.

Del resto, basta uscire dalla capitale e dirigersi verso gli innumerevoli paesini bavaresi, i cui nomi terminano tutti immancabilmente in –heim, -feld e -hausen, per rendersi conto di essere immersi in una enorme campagna coltivata: nel tardo pomeriggio, quando i tedeschi sono intenti a ingollare gelati italiani in quantità industriale, dalle campagne circostanti e dalle valli alpine sale nei paesi un confortante odore di letame che invade le strade e le case. Confortante almeno per me, perché mi ricorda l’odore che sentivo durante le belle vacanze passate sulle montagne del Veneto da bambino, con i miei genitori. Gli autoctoni rimangono ordinatamente in fila per attendere il loro cono gelato, ma l’odore è pungente, a volte assume toni rancidi, e avvolge tutto: chissà, forse anche a loro ricorda l’infanzia. E’ il lavoro agricolo, l’antica fatica umana, che vince sul volgare commercio moderno del turismo di massa: come a ricordare che il letame vale ancora di più della paccottiglia cinese venduta ad ogni angolo di strada; è il trionfo tardivo dell’economia feudale sul capitalismo moderno, e ha l’odore della merda di vacca.

Non tutti gli animali però se la passano così bene: assieme alla birra, ogni anno in Germania vengono macellati più di quaranta milioni di maiali: quaranta milioni di esseri viventi divorati da altrettanti esseri viventi. Circa due terzi di questa sterminata quantità di carne suina (ma anche bovina) vengono consumati in ogni stagione dell’anno: i ristoranti servono cosce di maiale, salsicce, arrosti e stufati anche con 30 gradi, a pranzo e sotto il sole. Nessuna differenza tra menù estivo e invernale: la carne spadroneggia in tutte le sue forme, a qualunque temperatura e con qualunque clima. Il terzo rimanente del maiale viene buttato, anche se ultimamente alcuni ristoranti più in voga cercano di proporre piatti a base di interiora, intestini, muso e orecchie di porco.

Mi pare che le metzgerei (macellerie) siano un po’ le chiese dove si consuma quotidianamente questo rito di sacrificio e comunione col dio Maiale. Bisogna entrare almeno una volta in questi templi e osservare silenziosamente il bancone refrigerato, l’ostensorio dove sono propinate ai fedeli del culto tutte le preparazioni locali. Già dal primo mattino a colazione è possibile consumare delle salsicce bianche e delicate, i Weißwurst di vitello e pancetta di maiale, bolliti e serviti in un brodino caldo a base di erbe e accompagnati da senape dolce e birra leggera, che metterebbero di buon umore chiunque. Mi trovavo una mattina in una grande macelleria della Svevia quando il macellaio, venuto fuori da dietro al bancone dove officiava al suo rito, è venuto verso di noi alla cassa solo per dare un pizzicotto sul sedere della cassiera, alla quale stavo pagando il nostro caffè. Sembrava di essere nel bel mezzo di una novella di Katherine Mansfield: sonore risate, battute in bavarese, e poi tutto è continuato come nulla fosse. Alles? Ja.

Altra cosa singolare dei tedeschi è la loro passione per i colori, o la totale distrazione nell’abbinarli: ho il sospetto che più che accostare i toni degli abiti tra loro, essi abbiano cura di abbinare i loro vestiti alle facciate delle case variopinte che adornano le strade. E’ un’usanza tutta tedesca, questa di dipingere di colori sgargianti le case medievali a graticcio, che ho ritrovato solo in Alsazia, che è stata più tedesca che francese, per l’appunto. Usanza che ogni tanto sfiora il kitsch, ma che mette allegria: del resto, molte delle case antiche che osserviamo sono ricostruzioni degli anni ’50 e ’60 del Novecento. I bombardieri inglesi nel 1944-’45 hanno fatto un meticoloso lavoro di annientamento totale delle città tedesche, e quella che ammiriamo oggi è solo una rappresentazione moderna dell’antichità, una rielaborazione posticcia, o una complicata forma di rimozione collettiva del disastro.

A proposito di distruzione, Winfried Sebald nella sua Storia naturale della distruzione racconta che alla fine della Seconda Guerra i tedeschi riuscivano a capire da quanto tempo una casa fosse stata bombardata dalla quantità di erbacce che vi crescevano; e che nelle primavere conseguenti al 1945, fino ai primi anni ’50, le città rase al suolo rifiorivano ovunque: sui palazzi, sulle finestre, nelle strade aperte in due dalle bombe alleate crescevano le piante selvatiche, e il profumo delle margherite si mescolava all’odore nauseabondo dei cadaveri sepolti nelle cantine dei palazzi abbattuti. Mi è venuto in mente questo passo mentre camminavo sotto una pioviggine sottile ai piedi della Haupttribüne dello Zeppelinfeld a Norimberga, altra città rasa al suolo dai bombardamenti a tappeto. Si tratta dei resti della gigantesca tribuna di marmo bianco dalla quale Hitler arringava la folla negli annuali raduni del Partito Nazista, magistralmente immortalati da Leni Riefensthal nel suo film Il Trionfo della Volontà del 1935. Quel marmo veniva prodotto dal lavoro forzato dei lager, e la mole titanica delle costruzioni rispondeva al progetto di Hitler e del suo architetto Albert Speer di lasciare ai posteri vestigia immense, che potessero far comprendere nei secoli a venire la monumentalità del progetto nazista. “Il valore delle rovine” (Ruinenwert) lo chiamava Speer, il quale mostrò a Hitler un disegno dei resti della tribuna ricoperti d’edera che entusiasmò il dittatore. Era in realtà un’idea del tardo romanticismo inglese, ma ai nazisti piacque così tanto da affibbiarsene la paternità. Invece io, passeggiando su quelle scalinate dove i maggiorenti del partito si pavoneggiavano dinanzi al loro capo austriaco e alla folla plaudente, ho provato un enorme senso di desolazione e disagio. Bisogna allontanarsi di qualche chilometro dal centro per trovare questo enorme complesso architettonico: la balconata dalla quale il Führer si affacciava è ancora lì, pressoché intatta; ma nel marmo crepato, le piante selvatiche sono cresciute in ogni dove, e hanno avuto la meglio sulla volontà umana di potenza. Più che monumentale o memorabile questo progetto mi sembra mostruoso, fuori scala, inumano. Ottant’anni di erbacce hanno ricoperto le gradinate, gli enormi piloni che reggevano le aquile di bronzo, le bandiere e le svastiche svettanti fatte saltare in aria dagli americani: l’idea di Speer si è precocemente realizzata, ma in modo distorto e grottesco, e non c’è nessuna edera a glorificarne il passato. Questo luogo è quasi dimenticato, anche se alcune coppie sotto l’ombrello siedono sui gradoni di granito, sorseggiano una birra dalla bottiglia e guardano l’orizzonte. Non credo però che pensino a Hitler, ai raduni del partito o al valore simbolico delle rovine del Reich che si voleva millenario ma che durò solo 12 anni: bevono semplicemente birra in un posto oggi quieto, immerso nel verde, lontano dal centro e dai turisti che scattano selfie inutili.

Così, attentamente osservati e circondati dai topi, dai maiali, dai corvi, dalle mucche pezzate, dalle vespe e dalle piante selvatiche, ci addentriamo anche noi in questa vita bavarese, bevendo birra e mangiando maiale, cercando di comprendere il carattere delle persone che incontriamo, rude e sbrigativo ma anche gentile e solerte, che non si perde in chiacchiere e che pare orgoglioso della propria appartenenza regionale. Come in molte altre occasioni, non siamo certi di entrare in contatto con il vero spirito del luogo, ma con la sua rappresentazione fatta ad uso del turismo di massa. Bisogna addentrarsi nei meandri della Storia, delle vicende, dei piccoli locali fuori mano frequentati dai bevitori solitari, dei quartieri periferici, delle tragedie sopite e coperte da una facciata colorata, per comprendere meglio questo ricco angolo di Germania, che per molti tedeschi è fin troppo meridionale, ma che per noi è pur sempre Mitteleuropa.

 

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