La lingua italiana non è per provincialotti

di Sandro Marano

 

Nei media, nelle aziende, nel linguaggio dei politici, nei gerghi giovanili impazza la moda di sostituire termini italiani con termini stranieri (soprattutto inglesismi). Si parla a questo proposito addirittura di “itanglese”. Ma, a ben vedere, questo malvezzo lascia intatta la sostanza: che cosa si guadagna infatti nel definire team leader il capoufficio o legal supporters i collaboratori dei legali nelle aziende? Fa più figura il primo o hanno più soldi nella retribuzione i secondi? E i giornali che ci parlano di fashion week vogliono forse illuderci che si tratti non di una settimana della moda, ma di una fascinosa settimana da passare con le modelle? E i politici rinuncerebbero forse a presentarsi al Meeting di Rimini se fosse chiamato, come in effetti è, Convegno di Rimini? E una standing ovation è qualcosa di più di una acclamazione o di entusiastica ovazione?

Perché usare parole inglesi quando possiamo farne tranquillamente a meno ed usare invece le nostre corrispondenti, che magari presentano più sfumature? Sento dire sovente: “hai cambiato look?”. Beh, il lessico italiano è molto più ricco dell’inglese, potremmo dire infatti aspetto, sembiante, lineamenti, fisionomia, ecc. Stomachevoli sono poi certe locuzioni imbastardite come “fare all in” al posto della bella espressione italiana “giocarsi il tutto per tutto”.

Ci sono poi coloro che per darsi l’aria di conoscere l’inglese aggiungono nella parlata italiana la “s” al plurale e dicono films, ignorando che l’inglese non ha desinenze e articoli determinativi singolari e plurali a differenza dell’italiano, e dunque commettono un vero peccato contro la lingua italiana per la quale è corretto dire i film, gli sport, ecc.

Un recente studio della Agostini Associati sull’uso dei termini inglesi utilizzati nelle aziende ha rilevato che negli ultimi anni l’uso dell’idioma anglosassone è aumentato quasi dell’800%.

A ciò si aggiunga l’uso distorto della lingua inglese. La cosa davvero curiosa qui è che molti inglesismi hanno connotazioni diverse da quelle che avevano in origine, col rischio di penalizzare le comunicazioni con persone di nazionalità differente, che si ritroverebbero ad esprimere concetti differenti utilizzando la stessa parola. Facciamo un esempio. Quando dobbiamo pagare una prestazione ci viene chiesto il “ticket”, che in inglese significa biglietto. Sennonché, furbescamente, in Italia si intende non un biglietto per il teatro o la corriera, bensì una tassa (come il “ticket” sanitario). La parola inglese nasconde in questo caso un vessatorio balzello!

E qui viene a puntino un vizio italico inveterato, quello di cui parlava Manzoni a proposito del “latinorum” di don Abbondio nei confronti di Renzo. Quando non si vuole far capire qualcosa o si vuole addolcire la pillola si usano vocaboli di un’altra lingua. Dirlo in inglese però non elimina l’imbroglio. È quello che è successo con i famosi “job acts” di Renzi (alla lettera: leggi sul lavoro) o col “lookdown” che è poi nient’altro che, aggiungiamo triste e non sempre opportuno, un confinamento!

In verità nell’abuso di parole inglesi c’è soltanto una strisciante colonizzazione culturale e spirituale anglosassone, una perdita dell’identità nazionale che proprio nella lingua ha il suo più intimo baluardo. Scriveva nel suo Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche Joseph de Maistre: «Un vero filosofo non deve mai perdere di vista la lingua, vero barometro le cui variazioni annunciano infallibilmente il buon e il cattivo tempo. È certo che la smodata introduzione di vocaboli stranieri è uno dei segni più infallibili della degradazione morale d’un popolo».

D’altronde la classe politica italiana non ha a cuore (salvo a parole) la difesa della nostra lingua. E qui osserviamo, di sfuggita, che l’attuale governo per la tutela dei prodotti italiani s’è inventato addirittura il Ministero del “made in Italy” (!).

Scrive Antonio Zoppetti in un articolo pubblicato su Italofonia del 28 ottobre 2022 intitolato “La politica linguistica del fascismo e la guerra ai barbarismi”: «davanti all’anglicizzazione della nostra lingua è più che mai necessario tornare a parlare di politica linguistica e di tutela dell’italiano (…). Dovremmo guardare a ciò che si fa in Francia, in Spagna, ma anche in Svizzera e in quasi tutti gli altri Paesi, dove si lavora per la promozione della lingua e per la circolazione delle alternative, esistenti o create dagli organi preposti, con uno spirito diverso. In questi paesi non ci sono liste di parole “vietate”, ma si promuovono elenchi di sostitutivi possibili, ed è la comunità dei parlanti a recepirli o meno, a seconda dei casi. Se ai tempi del fascismo la guerra ai barbarismi aveva una motivazione politica nazionalistica e di principio (non esisteva numericamente alcun pericolo di imbarbarimento linguistico), oggi la moltiplicazione incontrollata delle parole inglesi sta snaturando il nostro lessico, e creare sostitutivi italiani sarebbe sano e auspicabile».

Aggiungiamo che la difesa della nostra lingua passa soprattutto da una presa di coscienza dei giornalisti, che influiscono e formano in buona parte la pubblica opinione. Vogliamo rassicurarli che non sono né più bravi né più creativi se usano inutili parole inglesi come “meeting”, “summit”, “glamour”, “quantitative easing”, “hotspot”, ecc.

«Occorrerebbe – afferma a questo proposito Marco Biffi, docente e responsabile del sito dell’Accademia della Crusca – abbandonare l’atteggiamento “provincialista” di pensare che la cultura e la lingua straniera sia migliore di quella italiana». Parole sacrosante che volentieri facciamo nostre. Opporsi alla “dittatura dell’inglese” non è da nostalgici, non è né di destra né di sinistra: è un valore e un impegno che appartiene a tutti gli italiani.

 

 

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