La terra di ‘dove’ di Daniele Giancane, La Matrice, Bari, 2019

di Cosimo Rodia

 

La terra di “dove” è un poemetto in cinque scene, il cui fil rouge è costituito da visioni tragiche della realtà. Il primo comandante mentre si trova in mezzo al mare, con le acque che si confondono col cielo, ha la visione «del mondo che verrà», privo di pietas, in cui si invalida finanche il sacrificio degli eroi nel far nascere nazioni, popoli, democrazie, riconoscimento dei diritti individuali: La storia «è una macina» che «manda in pezzi le accumulate certezze».

Il secondo comandante ha altre visioni catastrofiche: «Immerso in una nebbia infernale» vede «terre desolate», da “The day after”, desertificate dall’industria, dagli scarichi, dalle guerre, dalle armi letali. Per salvarsi, i pochi sopravvissuti tornano nelle caverne come nel «Quaternario». Di fronte a tante sciagure il comandante non può che piangere con la testa tra le mani, sperando che sia un sogno.

Il terzo comandante ha un’altra visione del mondo di “dove”, anch’essa tragica in cui un dittatore riduce ad uno tutti i pensieri e le volizioni; e dove sfugge qualcuno a questa rigida maglia, viene presto rieducato con «farmaci potenti»: «Un solo pensiero/è più comodo e facile».

Il quarto comandante ha la visione di un mondo diviso rigidamente in razze, con i neri relegati in Africa e i bianchi in Europa, sicchè il poeta conclude: «Sarà il ritorno all’inizio dei tempi/il destino del mondo?».

Il quinto comandante ha la visione di un mondo in cui le donne esercitano il dominio totale sugli uomini nello stesso modo in cui per secoli esse ne sono state vittime.

Prima di chiudere il sipario, il poeta rivolge un invito al lettore, alla Bertold Brecht, straniante appunto, perché rifletta sulla possibile e forse evitabile apocalisse.

Un libro poematico che si snoda, come un’altalena, tra il presente, un futuro tragico e una possibilità di riscatto. E anche se i cinque capitani tornano in cabina avviliti, il lettore, di contro, si carica di forza agonistica, eroica, teso a non mollare; ovverossia, di fronte alla paura si può rimanere o annichiliti o prendere il coraggio a due mani e progettare risposte possibili; Giancane propende proprio per la seconda via: di fronte al dissolvimento della realtà, la risposta è non darsi per vinti.

Direi che la poesia del poeta barese, pur legata alla realtà, riesca ad andare oltre il muro del dato reale, scoprendo l’invisibile nel visibile, che sarebbe appunto la terra di “Dove”, o quella terra che non è ancora ma che potrebbe presto essere.

Sembra che i poemi (o visioni) del professore pugliese abbiano un’affinità con “Il Battello ebbro” di Rimbaud; e anche se le navi giancaniane hanno sempre il capitano, gli spettacoli che si snodano nel racconto sono strani, ignoti all’esperienza umana, aspetti inimmaginabili della natura, che vanno al di là dei limiti del reale proprio come nei versi rimbaudiani.

In entrambi i poeti le esperienze delle imbarcazioni (battello o navi che siano) sono esperienze forti, tragiche, che vogliono proporre una via d’uscita (o un antidoto) alla deriva del mondo, perseguita evidentemente con un approccio visionario, quasi onirico.

Qui Giancane potrebbe essere il moderno Prometeo che ruba il fuoco per donarlo agli uomini, permettendo loro di progredire: Il poeta, infatti, dice al genere umano, distratto dall’opulenza, di non procedere verso il baratro e che la salvezza potrebbe ancora essere possibile.

 

Archivio. Recensione del 2019.

 

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