Infanzie di Daniele Giancane, La Vallisa, Bari, 2018

di Cosimo Rodia

 

«Forse per tutti c’è un luogo che rappresenta la nostra infanzia. Una casa, un cortile, una strada…», non è l’incipit del volume di Giancane, anche se potrebbe esserlo. L’autore barese in Infanzie ha cristallizzato luoghi e persone che raggrumano una stagione della vita, quell’infanzia appunto diventata una struttura dello spirito, essenza della nostra umanità e del nostro destino: una stagione in cui risiedono gli archetipi che riscattano, sublimano e convalidano la nostra esistenza.

Infanzie è un attraversamento autobiografico dell’infanzia e della preadolescenza, due momenti della fase evolutiva che si snodano tra i luoghi dell’anima: Marziana, paese romano dei nonni materni, e Carbonara, hinterland barese.

Nella prima parte del volume i ricordi hanno come sfondo Marziana e sono avvolti da magia perché il mondo è guardato con occhi incantati; meravigliosa è la natura: «Il ruscello appariva brillante e snello, rapido saltava sui ciottoli levigati. Ogni tanto si vedevano delle libellule fare strane danze sull’acqua»; come sbalorditive le persone, è il caso del Magnini “re delle caverne”. Qui l’infanzia è chiusa in un mondo di musiche e colori incorrotti, presa dal suo teatro particolare e prezioso.

Nella seconda parte del volume, invece, i racconti della fanciullezza-preadolescenza sono diversi perché legati all’azione, al gioco, al fare, all’avventura: mitici sono le infinite partite a calcio, il gabbare i vigili urbani, le avventure al Canalone.

Non mancano passaggi accorati che ricordano gli educatori incontrati, di cui l’autore ricorda i nomi e li pennella come personaggi del libro “Cuore”.

Dalle due “infanzie” emerge una generazione cresciuta “Insieme” e per tutti erano chiari i ruoli, i doveri, la tipologia relazionale: «Noi generazione del ’48, siamo quelli che ricordano bene com’era il mondo senza televisione…. Noi crescemmo – tra mille difficoltà e sempre al confine con l’avventura – proprio insieme».

Quello che traspare dal volume è il cammino di formazione sano, senza fronzoli, essenziale, propedeutico alla vita e all’autonomia individuale.

Allora Infanzie non è solo un’autobiografia, come dice in premessa l’autore tesa a lasciare un bilancio personale, è invece un diario di formazione da cui attingere a piene mani il modus di affrontare il tema scottante dell’educazione, proprio ora che sono saltati i freni sociali e ognuno si sente in animo di alzare l’asticella della propria libertà che porta dritto all’individualismo. Se oggi vi è disgregazione sociale, è perché non sono più riconosciute le istituzioni formali e informali della società come famiglia, scuola, parrocchia, vicinato…, così si vive in un mondo disordinato, in cui ognuno è una scheggia autoreferente.

Infanzie concentra almeno tre qualità dell’autore, il suo essere poeta, educatore, scrittore.

Giancane mostra di essere poeta nella misura in cui rileva immagini che originano sentimenti, sensazioni, impressioni. Mostra di essere scrittore quando stende quadretti memoriali che sono delle preziosità narrative con tanto di suspense (ricordiamo il nubifragio e l’inondazione del Canalone). È educatore quando i ricordi distillati, le persone ricordate, i gesti compiuti sono recuperati per tracciare un percorso o convalidare un modo di crescere, dicendo indirettamente al lettore che in educazione devono prevalere le ragioni del cuore, le sole che possono convalidare ipotesi e sperimentazioni. Giancane mostra di essere l’educatore qual è, infatti, quando esalta l’esemplarità di alcuni maestri, capaci di lasciare un segno indelebile nella sua formazione. Insomma, un atteggiamento umanistico verso l’educazione in cui fondamentali divengono le persone con le loro intenzioni e con il loro esempio.

 

Archivio. Recensione del 2018.

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