La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani, Longanesi, 2011 (2021)

di Sandro Marano

 

“La fine è il mio inizio” è una lunga e amorevole conversazione tra il padre morente e il figlio Folco su quel viaggio che è la vita, sul suo mistero e sul senso che le si può attribuire.

L’infanzia, l’amore, la formazione, i viaggi in Cina, in Thainlandia, in Giappone, il mestiere di giornalista e di scrittore, la famiglia, il senso dell’avventura, il gusto della scoperta e gli aneddoti, gli incontri, i luoghi, la politica con le sue illusioni (il fallimento del comunismo e delle rivoluzioni): tutto il racconto è tenuto da un filo che è il cercare. Cercare sé stesso nel mondo.

Non c’è nella vita alcuna ricetta valida per tutti, dice Terzani. Né la politica né la scienza hanno risolto i problemi dell’uomo:

«C’è qualcosa di sacrilego nell’idea di voler creare l’uomo nuovo che è di tutti, tutti i rivoluzionari (…) Rivoluzioni, guerre, ammazzamenti, massacri, e poi tutto è come prima. La violenza, la paura, la disperazione, la miseria non si risolvono. E il mondo interiore non avanza. Per niente. L’ho già detto mille volte: pensa al progresso che l’uomo ha fatto nei millenni a partire dalla clava usando della conoscenza! Ma lui è diventato migliore? No».

Davanti alla società moderna consumista, che uniforma stili di vita e culture e distrugge la natura selvatica, dandoci soltanto «un’apparente enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere fra i vari dentifrici, fra le quarantamila automobili», ci prende un senso d’angoscia e fa capolino una domanda: «Dov’è la soluzione?».

Soltanto nella bellezza della natura si può cogliere «una dimensione di qualcosa che non ti appartiene, ma che è anche tuo e di cui sei parte». Forse – e qui Terzani scherza – la soluzione potrebbe arrivare «da una congiura di poeti».

La soluzione purtroppo non è facile. Non può che passare dal grado di consapevolezza che ognuno ha, da una rivoluzione interiore, da un ritorno alla semplicità come quello che Gandhi e San Francesco seppero realizzare nella loro vite:

«Il passato ha avuto grandi momenti. Noi oggi lo chiamiamo Medioevo, ma era uno dei momenti più interessanti della nostra civiltà. L’uomo aveva un rapporto con il divino molto forte. Poi la scienza ha preso il sopravvento e ha preso il posto della religione. E la scienza è bravissima, la scienza contribuisce enormemente a rendere la nostra vita più comoda. (…) Ma che altro ci dà? Niente». Non c’è che la spiritualità che ci può aiutare a “chiudere il cerchio.

In uno dei capitoli più intensi del libro, intitolato “Orsigna”, Terzani ci descrive questo luogo misterioso conosciuto fin da bambino, diventato poi luogo dell’anima: un paesino di 61 abitanti che si erge in una vallata dell’Appennino tosco-emiliano, dove lo scrittore trascorse gli ultimi anni della sua vita avventurosa:

«Qui, in questo posto dove sono arrivato da bambino, ho sentito la magia della vita in generale e la magia della natura. (…) La gente viveva in case fatte di pietre, con finestre piccolissime perché non entrasse il freddo, molte addirittura senza camino. (…) Viveva di castagne, di funghi e del granturco che coltivavano, però erano tutti poeti. Prima di tutto perché erano pastori, gente che con un filo d’erba in bocca stava in cima ad una montagna a guardare il gregge e a pensare alla vita, a Dio, alla natura. La domenica in paese cantavano il contrasto in ottava rima, che io adoravo. Uno difendeva la donna bionda, l’altro la donna bruna. “Se tu vuoi amar la donna bionda, per tutta la vita le farai la ronda” e l’altro gli rispondeva “ma la donna dai capelli mori, quando le pare la ti butta fuori”. Ore e ore in piazza a cantare e bere vino. (…) Io ero affascinato dalle storie che raccontavano e che davano vita alla valle. Tutto qui era animato e chi cresce in un mondo così cresce in un mondo più ricco di quello in cui ci sono solo “le cose”».

La lettura di questo testo ci restituisce alla fine l’immagine di un uomo libero e forse felice.

 

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