Se avrò il coraggio del sole di Assunta Finiguerra, ed. Basiliskos, 1995

di Cosimo Rodia

 

Se avrò il coraggio del sole di Assunta Finiguerra regala poesia all’umanità per non impoltronirsi di fronte alla storia bruciata.

È poesia di un animo giovane che non ha subito, ancora, il tornio del tempo o la congiura dei Caino. Certamente, non conosce la mediazione col tempo. Tutto o niente; questa è la forza dei vent’anni, e avrei tolto anche la congiunzione dubitativa del titolo, perchè la proiezione nel futuro in una certa fase della vita è di puntare in alto e di accontentarsi della luce solo al massimo grado.

Ecco la bellezza di questi versi freschi, carichi di pathos; bozzetti dai colori ambivalenti, metafora di uno spirito che cerca le ali ma che subisce le vessazioni dell’albatro baudelairiano.

E nel dolore, infine, per la tragica consapevolezza di un mondo decaduto, appare lo spiraglio in colui che dona l’ordine e il Bene: Dio.

La Finiguerra comunica con una narratività scandita su istanti, quasi lacerti cromatici assoluti. Toccante, delicata, essenziale è: “Di notte/ tornava/ a casa/ Luisella”; un endecasillabo camuffato che presenta la violenza quotidiana di un mondo che ha perso l’abbraccio fratello. Prima l’orco abitava le favole, oggi vive nella realtà.

Centrale nella poetessa è la riflessione sul tempo. La sua fuga sostanzia la provvisorietà delle cose: “Fugge il tempo/ con in bocca/ i tuoi anni/ valanghe/ di sogni/ a diluviare”.

Nonostante la positura personale, sono due bei decasillabi. Qui la provvisoristà sgretola i progetti, i sogni, gli amori. Istanze che a vent’anni tracimano; ecco giustificate le iperbole nel secondo decasillabo.

Dice bene il prefatore Tonio D’Annucci: nonostante la solarità del titolo domina il segno negativo. La visione pessimistica è velata anche nelle cose piacevoli: “Lo sguardo/ si posa/ sui papaveri/ dei campi dubita/ che non sia/ sangue/ di ferita terra”.

Nei due anomali alessandrini c’è lo slancio di godere di un campo fiorito, pennellato di vermiglio; ma l’‘apparire del vero’ è inesorabile e la cronaca rompe il sogno. Ecco il segno negativo; e tante altre sono le ombre che si aggirano tra le liriche, ampliando il senso della solitudine che si trasforma in dramma con le ripetute opposizioni fondamentali.

Ma c’è pure la visione del tempo corto della vita o di un tempo che si frantuma nell’attesa. Attese. E intanto “corre via” il giorno, la sera, e poi si polverizza una vita con la morte: “Fin’anche/ il niente/ in solitaria/ laguna/ taglia la corda/ nel profetico dì”.

La vita è senza peso specifico, senza referente, disancorate. E il pessimismo s’amplifica con l’atmosfera lunare di un mondo in una quiete assoluta.

Ma nelle liriche c’è pure la voce che vuole affermare la presenze dell’uomo e delle cose. C’è il richiamo spesso alle incisioni sul nastro della memoria.

La poetessa certo riflette macerie, ma la vita è un valore, per cui il grido della Finiguerra è di denuncia e d’aiuto nel contempo. Insomma, prepara l’apertura di credito ad una umanità riscattata: “A chi non ha avuto/ vertigini di febbre/ È negato rubare/ il sole”.

Come dire, l’accidia è uno dei sette peccati capitali. Chi non ha slanci, non conoscerà la graticola della vita, non alzerà lo sguardo per osare sogni o fermare la notte.

Ma è positivo questo slancio? In verità “aquiloni” cadranno “lontano”. Allora, come fa l’uomo a credere nell’azione se in essa è nascosta l’inerzia? A prima vista, il nulla annulla il progetto e disperde la tensione. Ma la poetessa dà la soluzione in un’altra lirica: “In un attimo/ il profumo di Dio … In un attimo/ il condono dei vizi”.

C’è la Potenza che nell’attimo instilla l’autocoscienza, una sorta di autocomprensione di quel senso che nella vita (o nella storia) sfugge.

La poesia per Finiguerra è un grido di recupero non solo dell’esserCi, ma di quell’Essere in quanto regola di Bene.

È una poesia che esalta un io monologante, quale pontile per riabbracciare l’uomo.

Un’ultima nota per concludere: anche nello stile, la raccolta è ricca ed amena. Intanto è lontana dalle involuzioni ermetiche di tanta poesia criptica, quantunque domini l’analogia; ma qui la poesia ha rimandi oggettivi e certi. C’è un uso copioso di anafore, di emistichi ripetuti, di assonanze e di rime sparse. Piacevoli sono i decasillabi ad arsi fisse di molte liriche, dalla positura pur non ortodossa: “Nel calice/ dal fondo sfocato/ Nel campo/ le spighe/ ho contato”. Come non ricordare i versi ad accento fisso del Manzoni?

Nella poetessa lucana, il ritmo cadenzato, di immediata orecchiabilità, dalla bella sonorità è originato proprio dalla presenza di due decasillabi. E qui la memoria metrica dell’autrice fa la sua parte, dando al lavoro un tocco in più.

 

Archivio. Recensione del 1995.

 

 

 

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