Specchi a tre facce di Daniele Giancane, Secop Edizioni, 2012

di Cosimo Rodia

 

Specchio a tre facce è una silloge dal titolo sorprendente e consequenziale ai tre differenti temi affrontati e cuciti insieme: Bar “Europa”, Poesia del Bosco e Poesia della luce. Tre segmenti posti in un crescendo lirico, che partendo dai temi sociali si giunge a quelli, meno tracciabili, filosofico-metafisici.

La prima sezione ha delle affinità con Bar sport di Stefano Benni, anche se il tono espressivo di Giancane è oggettivo-drammatico più che ironico. Il down è la lirica iniziale, emblematica nel mostrare l’occhio del poeta-osservatore, che da un angolo guarda gli avventori del bar “Europa”; un down vi giunge, grida, sovrappone domande, non aspetta risposte; e gli uomini dozzinali che fanno? Ridono che è evidentemente la risposta dei mediocri davanti a ciò che rompe la ripetitività dei gesti ritenuti “normali”. E il poeta? Quelle immagini, invece, gli scavano nella coscienza, che sbatacchiando, chiedono ragione dell’indifferenza umana.

Ancora, in Piccole vite: La vecchia disabile/ che accende sigarette infinite/ e ti guarda con occhi distratti/ persa in un candido altrove[…], si ribadisce che la fretta ci rende ciechi al mondo che soffre; ovviamente le miserie non si debellano con un colpo di spugna, il poeta-osservatore non è un ingenuo! Ma il meta-messaggio ci dice che bisogna scongelare la sensibilità umana e la letteratura, nella fattispecie, aiuta ad accendere un piccolo fuoco, affinchè l’orecchio colga la vera realtà senza lasciarsi ingannare dalle apparenze (o dalle corse vane).

Con lo spirito di un analista, apparentemente distaccato, il poeta guarda e rappresenta il giocatore di videogiochi, ritratto anche da Verdone in Troppo forte, ma le parole di Giancane, senza l’amara ironia dell’attore-regista romano, denudano il degrado metropolitano e il sogno (sempre frustrato) dei poveri di riscattare la propria indigenza col gioco d’azzardo (le indagini ci dicono che i fruitori delle slot machine sono i meno abbienti). Il bar è il luogo in cui il Boss di quartiere esercita il suo imperio, celebrando autorità e comando, scandendo gesti con sguardo feroce e col parlare apodittico. Ancora degrado, dunque, il cui apice si manifesta nella poesia L’uomo del pizzo.

Non manca il donnaiolo o Il tifoso (queste sì figure benniane), quest’ultimo consuma l’esistenza parlando di numeri, goal, ingaggi, arbitro (cioè di qualcosa di evanescente).

Ma il bar è un fiume che scorre, con un catalogo umano vario, per fortuna! Allora all’occhio sensibile del poeta non sfugge il gesto umano di un ex alunno che accompagna al bar il suo vecchio maestro; oppure ne La coppia anziana non sfuggono due vecchietti che si dicono amore/ come due eterni/ ragazzi, e sono scherniti da giovani perdigiorno; il poeta, da attento osservatore capisce che si abbandona allo scherno colui il quale non conosce/ il mistero/ che da cinquant’anni/ li tiene intrecciati; chi ammicca, dunque, è il povero di spirito ignaro della forza misteriosa dell’amore.

In questo carnet umano, non manca chi porta una ventata d’ossigeno in quel bar “Europa”, simbolo ed emblema di una società evanescente e asostanziale, e sono i bambini che entrano per prendere un gelato: Con loro/ entra un’ondata di calore/ e di stupore/ nel bar infreddolito. Ovviamente l’ultimo aggettivo non è che una metafora della dimensione umana. Sono i bambini con la loro purezza che possono risanare vite inautentiche. È la speranza.

Nella seconda sezione, di nove poesie, l’incanto per la bellezza della natura diventa prodromo per immedesimarsi con essa (quasi all’Ermione dannunziana).

C’è il tema ripetuto della fontana, quasi palazzeschiana, ma non c’è nulla di futurismo, perché nelle liriche campeggia la nostalgia e il tempo che consuma vite e smorza entusiasmi: proprio la prima poesia gioca sul doppio piatto di un passato, in cui la fontana gorgogliava e serviva pastori, capre, farfalle…, e di un presente di abbandono, in cui però giunge in soccorso il rammemoramento, il ricordo che affiora alla coscienza: È la fontana che gorgoglia/ senza requie, senza storia/ È la voce antica/ della nostra atavica memoria.

In linea con la dimensione nostalgica troviamo anche La casa del bosco. Nella lirica II faggio Giancane sovrappone alle fasi biologiche dell’albero quelle dell’uomo, riconoscendo all’ultima fase della vita la funzione di custode e faro: Ora vecchio vecchio/ sei il custode del bosco. In La mia case il poeta rimane estasiato davanti al paesaggio montano ottobrino, il cui quadro è leggero ed etereo. In L’uomo e il sogno l’impressione raccolta è quella di un quadro botticelliano. Qui le impressioni sostanziano una dimensione di consonanza con la natura, creando estasi e letizia.

La terza sezione, costituita da cinque intensissimi testi, è carica di tensione esistenziale-filosofica: La poesia della luce. Che tema!

Il segreto della luce è la chiave per cogliere i colori del mondo (le trasparenze della pietra, dell’edera, delle tegole, dei panni ad asciugare…). È la condizione per andare al di là dell’apparire. In Tu non sai Giancane dice: Tu non sai cos’è la luce/ la sua essenza d’anima scarnificata. Ecco la risposta. La luce come la condizione per opporsi alle tenebre, al nulla, al niente, al silenzio.

I versi che concludono Comincia ad amare la luce sono: Ecco, emerge dal fondo del nulla/ la miracolosa luce/ che copre ogni vivente/ come un suono di tromba,/ l’ennesima epifania del mondo. La luce contro il buio, nonchè condizione per appropriarsi di sé, della vita e del mondo.

Una poesia potente, ricca, benchè semplice, che certamente può essere letta anche dai ragazzi che potranno trovarvi un viatico, per non barattare mai il giorno con la notte: anche quel giorno che si presenta ottenebrato e tedioso è sempre meglio delle tenebre. Un libro straordinario fatto da un trittico in cui il poeta richiama a non svendere la vita e a sentirsi un tutt’uno con la natura (seconda sezione) e col mondo degli uomini (prima sezione).

Questa raccolta una e trina, è un grido contro l’inautenticità dilagante, di cui bar “Europa” è un epifenomeno, un emblema tangibile; è un canto per la bellezza del creato (seconda sezione), con cui si informano i passeggeri a cercare, nel breve viaggio del Qui, la vita, la luce (terza sezione), l’autenticità che risiede nella bellezza del creato e nell’unicità di ogni persona.

Il libro è introdotto da un articolato saggio di Angela De Leo e contiene, infine, una intervista all’autore, curata da Teodora Mastrototaro, da cui emerge un lascito programmatico-storico-ideale del quarantennale impegno poetico dell’autore levantino.

 

Archivio. Recensione del 2012

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