Surrealisti tra liberazione e dannazione

di Sandro Marano

 

Il 1925 fu un anno di grande rilievo nella vita di Drieu: viene pubblicato il suo primo romanzo L’uomo coperto di donne con dedica all’amico Aragon. Il protagonista del romanzo, che aveva una forte impronta autobiografica e contribuì alla fama di Drieu come seduttore, è un dandy, un uomo senza fede e senza morale che trascina la sua vita di avventura in avventura, pur avvertendo confusamente il richiamo di qualcosa di assoluto.

Nello stesso anno si era conclusa la storia d’amore di Drieu con l’americana Constance Wash ed era maturato lo strappo con Aragon e il gruppo dei Surrealisti in seguito alla pubblicazione sulla Nouvelle Revue Francaise del 1° agosto di una sua lettera aperta intitolata Il vero errore dei surrealisti. 

L’occasione di questo scritto polemico era stata offerta a Drieu da una lettera aperta dei Surrealisti a Paul Claudel, distribuita il 2 luglio, nella quale essi replicavano duramente alle accuse del vecchio poeta e tragediografo cattolico che li aveva definiti inconcludenti. Nella lettera preannunciavano pure la loro adesione al comunismo. Fino ad allora Drieu, che dal 1917 aveva stretto una solida amicizia con Aragon, pur non aderendo espressamente al Surrealismo, aveva tenuto bordone alle loro iniziative, a volte convulse e confusionarie.

Nella lettera a Claudel i Surrealisti avevano tra l’altro scritto con fierezza che “la salvezza non è in nessun luogo”. Questo giudizio categorico suonava agli orecchi di Drieu come «un disperato “tutto è perduto”. Se per i Surrealisti la perdita della speranza è una liberazione, per il loro antico ammiratore essa equivale invece alla dannazione» (Marco Catucci).

Nella sua lettera Drieu rimproverava Aragon e i Surrealisti di aver ceduto alle lusinghe dell’azione politica e di tradire così il principio della libertà dello spirito finora da loro fieramente proclamato: «Sì, speravo veramente che voi foste meglio dei letterati, degli uomini per i quali lo scrivere è un’azione, e ogni azione la ricerca della salvezza». E li invitava a «cantare l’amore, cosa che è molto più nelle nostre corde. L’amore e Dio (…) i frutti del solo giardino reale, ignorato dalle cupidigie mondiali, ignorato dai miliardari come dalle democrazie».

La replica di Aragon, risentita e a tratti ingiuriosa, non si fece attendere: in una lettera privata, che forse Drieu ebbe il torto di rendere pubblica sulla Nouvelle Revue Francaise del 1° settembre, lo accusava di essersi legato ad una maggioranza che prima disprezzava, di civettare con l’Action Francaise, di un atteggiamento eccessivamente prudente e oscillante, di “lirismo mediocre” e, senza mezzi termini, di «incapacità a formulare a concetti». La rottura tra Drieu e i Surrealisti era ormai segnata.

Successivamente Drieu ebbe modo di tornare sulla questione pubblicando la seconda e la terza lettera ai Surrealisti sulla rivista Les Derniers jours rispettivamente il 15 febbraio e l’8 luglio 1927. Ma a dimostrazione di come la vicenda l’avesse segnato apparve sul giornale Je suis partout del 3 settembre 1938 una recensione assai critica sulla mostra tenuta dai Surrealisti quello stesso anno a Parigi.

Nella seconda e terza lettera Drieu faceva innanzitutto delle precisazioni: «riconosco che avete avuto ragione di indignarvi della parola Dio che impiegavo nella mia lettera ad Aragon. Ma, impiegandolo, non credevo che si potesse prendere questa parola alla lettera. Per me, era la profondità del mondo».

In secondo luogo, ribadiva le sue accuse ai Surrealisti: «un tema poetico è altra cosa da una deduzione metafisica (…) nella realtà voi non farete che incursioni, improvvisamente spezzate dalla nostalgia del surreale e dunque deludenti, traditrici per coloro di cui farete i vostri alleati effimeri».

E infine prendeva atto della rottura ormai consumata: «in verità, una sfumatura ci separa. Ma una sfumatura per degli artisti, per degli uomini, è la cosa più grave».

Così riassume la questione Pol Vandromme: «Sia con i dadaisti (verso il 1921) sia con i surrealisti (negli anni dal 1924 al 1925) Drieu non si trovò mai a suo agio: egli possedeva il senso del rispetto, mentre i suoi compagni non avevano che quello della parodia. Egli volle saggiare la sua energia spirituale, mentre gli altri membri del gruppo volevano solo rompere tutti i limiti, distruggere ogni legame, scatenarsi. […] Si era avvicinato a Breton per non cadere nella palude dell’imborghesimento, per vivificare la disperazione in cui viveva. Ma Breton si era imborghesito nel modo peggiore possibile, legandosi strettamente al partito della disciplina e del conformismo» (in Pierre Drieu La Rochelle, OAKS 2021).

Alcuni critici rimproverano a Drieu di aver sconfessato, pochi anni dopo, la libertà di spirito e tutto ciò che aveva predicato nelle sue lettere aperte ai Surrealisti, dal momento che esattamente come i Surrealisti finì per fare una scelta di campo, sia pure opposta alla loro. Questa accusa di incoerenza, a nostro avviso, non ha alcun pregio. La maturazione spirituale non corre su binari fissi, pesche e mandarini non maturano assieme. Drieu aveva un temperamento introverso, riservato, piuttosto meditativo, tendente alla solitudine, mentre Aragon e gli altri erano estroversi, plateali, inclini ai gesti eclatanti e a fare gruppo.

Paradossalmente, nella querelle avevano torto e ragione entrambi: legittimamente agli occhi dei Surrealisti Drieu appariva eccessivamente prudente, inetto, troppo sognatore; ma altrettanto legittimamente agli occhi di Drieu i Surrealisti apparivano esagitati e infedeli ai propri strombazzati principi. Entrambi avevano percorso un tratto di strada assieme: li accomunava l’inquietudine, il disprezzo della morale borghese, la rivolta. Legittimamente le loro strade si separavano. Quando poi nel 1934 venne il momento di scegliere da che parte stare Drieu non si tirò indietro. Peraltro, non rinunciò mai ad esercitare il suo spirito critico, anche nei confronti del nazionalsocialismo, come dimostra la censura esercitata su alcuni suoi articoli.

C’è da dire poi che il fascismo, a differenza del comunismo e del nazionalsocialismo, consentiva al suo interno una dialettica, tollerava posizioni diverse. Il fascismo, infatti, «riconosceva agli artisti, che ovviamente non fossero militanti antifascisti, libertà di ricerca e di espressione nel campo propriamente estetico e si distinse dal bolscevismo e dal nazismo perché non volle imporre un’arte di Stato» (Emilio Gentile, “Il culto del littorio”).

Tutto sommato, tra i Surrealisti e Drieu fu quest’ultimo ad essere più fedele agli ideali di libertà dello spirito proclamati nella giovinezza.

 

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