Una luna a metà di Felice Di Giacomo, La Vallisa, 2000

di Cosimo Rodia

 

La silloge prefata da Daniele Giancane, avrebbe potuto avere come titolo “Meditando sull’onda dei pensieri”, mettendo insieme la nominazione delle tre sezioni che la compongono. Un titolo giustificato perchè Felice Di Giacomo è un poeta riflessivo e ogni suo pensiero subisce il gioco di specchi del rammemoramento. È un uomo sincero, che poco s’adegua al mondo che cambia i colori e i ritmi della vita. Direi che rappresenta un (solitario) baluardo contro la modernizzazione sfrenata.

Il poeta mostra la forte appartenenza alla sua terra, spesso carica di riferimenti simbolici. Anzi, tutta la prima sezione ha una successione di liriche che aggancia lo schema naturalistico; il trascorrere delle stagioni diventa fondamentale per due motivi. Le stagioni (o i mesi) metaforizzano il sentimento dell’uomo. E l’agganciarsi all’anno agricolo, esprime la concezione, tutta meridionale, dell’eterno rinnovarsi della natura che è anche la successione perpetua di vita e di morte.

Ed è una poesia che si aggancia al rammemoramento. E il ricordo fa salire a livello della coscienza un mondo genuino che si è perso: Giunge da lontano l’eco/ di isolate fredde nenie/ e penetra i viali del cuore/ antiche leggende di fiumi e abetaie.

È evidente che l’onda dei ricordi riesuma una vita genuina a contatto immediato con la fisicità del mondo, sposato a sua volta con la magia.

Un sentimento che compie una sovrapposizione (o fusione) con la natura; come ne “Il vecchio contadino”, in cui il contadino come nessun altro ode i deboli bisbiglii della magnolia. Ma di più, il contadino ha in sé il ritmo naturale delle stagioni, quindi del nascere e del morire: segni che presagiscono la morte e il ritorno. Intuizioni di chi si abbevera direttamente alla fonte di una civiltà.

Civiltà in antitesi con l’oggi: Non è terreno vergine/ la vita d’oggi. Il presente si è perso nel mare magnum delle giostre carnevalesche, in spazi ameni di follia, Fra società degradate…/ si balbetta/ nel dolore…/ in una bieca violenza/ che in silenzio affiora.

La prima sezione è un’amara riflessione diaristica; e di fronte allo specchio dell’anima, il poeta pesa la realtà, le perdite e le assenze; alla fine, stila un bollettino: la vita ha perso il mondo originario, in cui il sentimento forte dell’amore costituiva il punto di massima coesione umana. Questa la pars destruens.

Le altre due sezioni le leggerei come pars costruens. C’è da parte un dialogo più intimo con se stesso, cioè rivolto all’interno, alle ragioni del cuore, misurando i moti dell’animo. E allora i versi divengono delicati, musicali, con un’aggettivazione lirica: Gorgogliare/ di flebili lamenti…/ guaire umano/ oscilla il suolo in un cuore contratto. Oppure: Non ho visto/ schiere di cherubini in volo. Ora le immagini leggere e rassicuranti si moltiplicano. Fino ad arrivare ai “Cinque frammenti”, che potrebbero apparire tranquillamente in un canzoniere d’amore: Ho letto/ dolcezza/ nel fiore/ di un cardo argenteo:/ vi ho posto amore. Qui il cuore del poeta-uomo, anela amore che è pure la ricetta per testimoniare la fuga da un pantano putrescente.

E l’amore trova la condizione ideale, per potersi esprimere, in un luogo geografico preciso, San Fele, nell’appennino lucano, dove la vita è rimasta incontaminata: Crogiolo d’amore… Spazio di una vita nel cuore. Più avanti: Vieni anche tu/ su questa chioma/ rigogliosa…/ forse troveremo/ in. questo verde/ prati di primule e violette.

Rintracciamo una sorta di metamorfosi dell’uomo rabbonito nel quadro incontaminato di faggeti e castagneti lucani, in questa comunione totale con la vita elementare della natura. La sentimentalità, prima persa, è ritrovata obliata nei battiti impalpabili della natura.

La natura gioca un ruolo fondamentale anche nella costruzione di figure retoriche. Di Giacomo della figlia scrive: Amore, morbida delicatezza/ di certi muschi di pendii caldi/ di fragranza di bosco. Le similitudini non nascono a caso.

La conclusione è costituita da altre poesie d’amore, questa volta per l’amata che pur fisicamente assente, è presente nel ricordo vivo e pregnante: Basta che la matita dei pensieri/ disegni il tuo volto/ su rami azzurri/ filtrati/ da rami di calcedonio/ perchè una pioggia/ di fiori di zagara/ accarezzi/ le cicatrici dell’anima. È vera l’equazione: Amore=ricordo. Allora, il ricordo vince la morte.

Una bella testimonianza poetica, e come ha scritto Giancane nella prefazione “ci si deve immergere nella trine delicata di emozioni e sentimenti…che sussurrando ci apre lo scrigno dell’anima (del poeta)”; forse potrebbe aprire anche il nostro.

 

Archivio. Recensione del 2000.

 

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