La vita inconoscibile di Daniele Giancane, Besa editrice, 2006

di Cosimo Rodia

 

Con la nuova silloge Giancane avvia per l’ennesima volta una ricerca drammatica, solitaria, senza infingimenti sull’esistenza. Centrale nella sua riflessione è il tema dello scorrere della vita, della sua essenza, della sua fugacità. E centrale è pure la solitudine, per quanto non mi sembra un tema carico di negatività, perché si presenta come una chance in più per guardare più a fondo la natura e avviare, semmai, una incursione nella poesia: Non ritrovo/in alcuno… un identico sguardo/Ahimè, la solitudine/ è essere unici. Ogni tentativo di arginare la solitudine s’infrange, perché è scritta già nei cromosomi umani; una visione franca, dunque, non oscurata da un generico sentimento di fratellanza. Alla fine parlo di me… e c’è una segreta/felicità in questo.

Una solitudine che si origina sia per condizione naturale che per l’avvedersi della metamorfosi originata dallo scorrere del tempo. E la misurazione dello scempio provocato dal torrente tumultuoso del tempo, non è fatta con nostalgia ma con spirito nuovo, con gusto nuovo. Direi, c’è coscienza esistenziale e nel contempo reazione attivistica.

In questa ricerca il poeta produce un lessico secco, efficace, essenziale con cui costituisce paradigmi simbolici intorno alle immagini:

– della notte: La notte m’insegue/in un concerto/di stelle fisse/[… ]In lontananza un neonato piange/le mille epifanie/dell’universo. Con atmosfere ermetiche, si producono immagini simili alla sensazione provata dopo aver guardato il sole: l’iride è incapace di fissare gli oggetti per eccesso di luce e ne annota solo i contorni. Ebbene, nel buio della notte, le mille epifanie sono come quegli oggetti appena contornati;

– della luna, con riferimento in particolare all’immagine classica di un asino che raglia al disco lunare (e qui la memoria culturale che lega Giancane a Jimenez);

– degli scenari mediterranei, quale il tramonto, il cielo estivo: Nell’immensa luce/del tramonto/ mediterraneo/ guardo/ nell’incavo delle mani/ il rapido/ rimorso del tempo. O ancora: Voci umane ed animali/ si mischiano/ nel cobalto del cielo estivo. I paesaggi del Sud, nei versi, si caricano di una forza cosmica straordinaria. Mi sembra che nel cielo terso del Sud sia cifrata la dimensione dell’assoluto. Un cielo, per i cui colori è capace di catturarci, allontanando il mondo circostante e provocando una traslazione sul piano individuale del sistema percettivo;

– del sogno, immagini ricorrente, e del silenzio.

Tanti versi nati da schegge, quelli di Giancane, da cui partono rifrazioni paesaggistiche e memoriali.

Con quali strumenti il poeta-filosofo opera la ricerca? Col sogno. Tra le ragione del cuore e quelle della mente, in Giancane prevalgono le prime che sono capaci di alimentare i sogni. Direi che il sogno è più che altro la condizione pre-razionale in cui la volontà e la realtà coincidono, seppure per un istante: Ti vidi in sogno./ Muto, seduto/ in canottiera/ lontano lontano./ E poi svanisti. Al di là se il riferimento è a uno spirito amato o altro, qui siamo alla rappresentazione della vita simile ad un flash, a un lampo, a una illusione. Ed è, comunque, il sogno a gettare un ponte tra la vita reale e la ricerca di senso. La condizione della ricerca, dunque, può essere il sogno; lo strumento, invece, essere la poesia (come in Conclusione).

È attraverso il sogno che ho modo (o la possibilità) di progettare uno scenario di significato. È nel sogno, in questa dimensione volatile, inconsistente e parallela che si può vivere, violando ogni legge newtoniana.

Mi sembra che con metodo razionale Giancane apra un credito all’al di là, valutando l’al di qua. Con La vita inconoscibile ci troviamo di fronte ad un reduce romantico inflessibile, capace di trovare le ragioni del vivere:

  1. a) nell’incanto di un momento; nella fattispecie nel guardare l’albero/ del faggio che scuote/ le sue foglie al vento; o il bucato steso, o l’odore della frittata di cipolla. A tutto ciò s’incanta l’animo del poeta.
  2. b) Nell’amore, con i suoi filamenti fatti di ricordi, di giochi, di sensazioni: La tua carezzale i giochi infantili/che appresi da te/li provo ancora adesso/come allora/te lo giuro!
Una umanissima confessione; e per chi conosce il poeta, già lo immagina col volto smarrito nella commozione di un momento!

  1. c) nell’attivismo. Il senso è proprio/ ciò che faccio/ (parole e gesti). O come in Estate in cui la convivialità e la leggerezza di raccontare storie rammemorate tra un peperone/e un’oliva nerissima, sospendono il timore del futuro.
  2. d) Nella poesia, la grande regina, che nasce da un refolo improvviso di Vento o dall’accidia della mente, e diventa la grande illusione; direi, una religione laica, attraverso cui combattere gli ‘zombi’, sia quelli che popolano il mondo esterno, sia quello interno: Contro i miei diavoli getto in faccia/manciate di poesia/e un cuore onesto.
È un conato religioso chiaramente espresso in Mistico e poeta, in cui il poeta è pari al mistico per la ricerca dell’indicibile, dell’inaccessibile segreto. E affida alla poesia la grande possibilità (Silenzio) di appercepire il senso delle cose, il momento attraverso il quale rompere le barriere del tempo e dello spazio ed entrare nella dimensione del solo pensabile. In quel preciso momento dice Giancane mi appare il silenzio/… nirvana bianco.

Il bisillabo ora mostra evidentemente l’approdo essere una breve illuminazione, simile al flash dantesco nel vedere la Pura luce. Poco, eppure già abbastanza da essere una piccola guida in questa vita che cerca dei fari, dando senso alla deriva e alla solitudine.

Ci vuole molto coraggio a dare peso all’inconsistente, quando tutti gridano “al fuoco al fuoco”, e quando i “barbari” non sono alle porte della città, ma sono già nel palazzo!

È il pregio dell’autore, che continua, pervicace, la sua battaglia solitaria, nei fatti inascoltata al di fuori dei salotti buoni degli scrittori tristi.

Le parole, i pensieri flash, i paragoni di Giancane mi sembrano tanti piccoli frammenti specchio speculare della ricerca, delle sensazioni appena percepite, di quel punto mobile che è la comprensione dello stadio incorruttibile del tempo.

L’intenzione è giungere con la parola nei recessi più segreti dei giorni, dei fatti che accadono, delle storie personali e umane. E può la parola dare conto di ciò?

Certamente non può dispensare certezze, può solo (e non è poco per Giancane) dar conto in trasparenza di fumi, di atmosfere, del mistero.

Giancane accoglie sul terreno della poesia la speculazione; ma è con la poesia (quasi fosse materiale edile) che si edifica la costruzione; è con la parola, sempre concreta, quotidiana, referenziale, a dar conto dei pensieri e dei consuntivi; con la parola, spesso sonora e musicale, si esprimono le voci del mondo reale e dei filamenti invisibili tessuti dalla vita e misurati dall’animo. Mi sembra che il teorico-filosofo esca dalle paludi del ragionamento che non torna, proprio grazie al poeta. E alla fine, il poeta eclissa il filosofo.

La poesia per Giancane non è mai il canto solitario di un aedo ripiegato in se stesso, che affida ai versi i suoi timori, le paure, gli affanni, lo sgomento per qualcosa che sfugge. È invece un canto in cui si offre la possibilità di inquadrare una verità che spesso non si ha il potere di esprimere, e nella quale il poeta si rivede e si riconosce.

Lo sforzo di Giancane è voler dar conto di quei passaggi mentali strettissimi in cui le coordinate spazio-temporali si azzerano e si sfiora la dimensione dell’assoluto.

E la poesia ha questo piccolo (grande) merito di partorire parole, capaci di accarezzare i principi dell’universo (o la verità della vita).

Alla fine Giancane ci dona una strada, un vangelo, una verità?

Nulla di tutto ciò; alla Quasimodo, ci insegna solo a vivere. La volontà (diretta o indiretta) è dare voce a chi ha perso la capacità di misurarsi con la vita; di risvegliare una coscienza umana. E con le figure create, tenta di far parlare un io sdoppiato teso a penetrare e raccogliere l’essenza della vita.

Una velleità, uno sforzo titanico, un sogno, forse, ma è anche l’unica strada che collega letteratura e vita, a dispetto della crescita esponenziale dei mutanti!

 

Archivio. Recensione del 2006.

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