Assediata di Fulvia Degl’Innocenti, Paoline edizioni, 2025
di Cosimo Rodia
Con linguaggio semplice, a volte colloquiale, con neologismi e inglesismi tipici nell’interlocuzione giovanile, si dipana una storia che accappona la pelle e mostra, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’irrazionalità della guerra e l’inumano che origina.
Lontana da ogni forma manierata, Fulvia Degl’Innocenti presenta una realtà annichilente tanto che in alcuni punti la narrazione potrebbe sorprendere e scioccare i giovani lettori, messi davanti ad una realtà bruta, in cui, spazzata ogni visione patinata, sono richiamate brutalmente le aberrazioni della storia, capaci di cambiare i destini e spezzare vite e sogni.
L’autrice narra fatti reali, una guerra reale, nata dalla frantumazione della Jugoslavia, con cecchini, bombe tra i civili, corpi macellati, arruolamento forzato, agguati, pacifisti uccisi, fame; fatti che i media hanno documentato in modo inoppugnabile e che hanno toccato le coscienze di ogni uomo. Degl’Innocenti non si sofferma sulle cause, perché a lei interessano i vissuti, le cicatrici che non si rimarginano.
Un racconto di grande concretezza e semplicità: Irene è un’adolescente, che vive con la madre Sabina, non ha un padre, né familiari, né passato. Di fronte alla riservatezza della genitrice, l’adolescente cerca tracce del passato top secret, così trova un diario scritto in bosniaco, che legge con Elvir, un coetaneo.
La protagonista del diario è una quattordicenne di Sarajevo, che registra l’assedio della sua città ad opera dei serbi, i bombardamenti disumani, l’isolamento. Sarajevo diventa l’epifenomeno non solo della guerra in Jugoslavia, ma di tutte le guerre nel mondo.
Quando Irene apprende l’identità dell’autrice del diario, cade in crisi, si sente sradicata e ci penseranno l’amorevolezza degli adulti e principalmente la verità a stabilizzare lo smarrimento. E Sabina è il simbolo dell’ansia di dimenticare; è l’atteggiamento di chi ha subito la guerra sulla propria pelle e ha contato i morti tra gli affetti più cari: madre, fratello, amici. Sabina è l’emblema della sopravvissuta che rimuove il dolore più che farci i conti; ella è il simbolo pietoso della guerra che semina morte, e lì dove non sopraggiunge, la morte la si sconta vivendo.
Degl’Innocenti è molto brava ad accostare i mondi diversi di due adolescenti, quello dell’oggi con tutte le comodità e quello delle privazioni (le attese per l’acqua, la mancanza di energia elettrica, gli alimenti guadagnati evitando i cecchini, il coprifuoco…).
Una narrazione con un punto di vista interno, con uno sguardo sempre comprensibile e sempre proiettato al futuro, e non mancano i tratti lirici.
Un libro ricco di idee, teso e vibrante, con una prosa snella e senza mai lungaggini (mai l’autrice si sofferma più del dovuto sulle atrocità o su scene sanguinolente).
La trovata del diario, benché sfruttata, crea intrecci e atmosfere da attrarre il lettore, proiettandolo, con una scrittura realistica, nelle tante scene di guerre che i media diffondono.
E le pagine scritte dalla ragazza bosniaca sono veramente esemplari nel dar conto dei divieti, delle attese, delle privazioni, ma anche dei sentimenti tipici dei soggetti in formazione: l’amicizia, i primi ammiccamenti amorosi, l’incomprensione della violenza degli adulti, i desideri di conoscere il mondo, viaggiare, incontrare coetanei; e nella narrazione non si scade mai nel mero fantasticare, perché i propositi e i desideri rimangono sempre ancorati ai dati reali.
Il diario, per la giovane bosniaca, potrebbe aver esorcizzato il mondo violento o forse cristallizzato alcune verità per i posteri: la vita semplice, i sogni, le piccole vicende familiari; ad ogni modo rimane una prova dell’aspirazione umana ad un mondo diverso e più sensibile.
È un libro realista, storico e di denuncia, in cui l’autrice intreccia personaggi inventati, ma verosimili, con i fatti di cronaca, col fine di denunciare l’assurdità della guerra che ha coinvolto l’Europa tre decenni addietro, oggi incredibilmente attuale se si pensa al disumano che si manifesta in Ucraina o a Gaza. Un libro che ci spinge a riflettere e propone un “I care”, nelle corde della brava scrittrice spezzina.
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