Intervistiamo: Massimo Del Pizzo
di Sandro MaranoIl laboratorio dello scrittore è sempre qualcosa di affascinante e misterioso per il lettore. Ne abbiamo parlato con lo scrittore abruzzese Massimo Del Pizzo, già docente di letteratura francese presso la facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Bari. Del Pizzo ha al suo attivo, oltre a svariati saggi letterari, la pubblicazione di diversi racconti di genere fantastico/surreale, in veste singola come Gesù, il figlio (2019), o in raccolte, come Uccidimi (2020), Questioni urgenti (2022), Morte del pesce e fine di un amore (2023).
D: Prof. Del Pizzo, cominciamo dalla predilezione per il racconto rispetto al romanzo… uno dei tuoi editori, De Blasi, ti ha chiesto a bruciapelo: a quando un romanzo?
R: Io, per me, contrariamente ai desiderata del buon De Blaisi scrivo racconti brevi e brevissimi, come voi sapete. E come, un giorno, per ipotesi inverosimile (ma non si sa mai…) dovrebbe essere ricordato nella biografia che qualcuno scriverà per me…
D: E all’editore che hai risposto?
R: Lo scrittore (per quanto famoso e prezzolato) resta con i propri dubbi, in bilico fra l’alba e il tramonto, fra scritture e progetti di scrittura, sospeso fra racconto e romanzo.
D: Cosa puoi dirci della tua scrittura?
R: Ho sempre utilizzato un procedimento ellittico e ho scritto per sottrazione, e per esplorazione, usando i “passaggi”, le “soglie” che la realtà nasconde e in cui la parola possa incunearsi. Varchi imperfetti i quali, anche una volta trovati, non sempre si riesce ad attraversare. Come scrittore, ho l’ambizione di lavorare per una lingua resistente, durevole, che vinca l’inerzia dell’espressione del presente, ma soprattutto possa essere letta anche fra qualche tempo (mesi? anni?).
D: Vogliamo parlare dei tuoi racconti?
R: Scrivo, da molti anni (da sempre, in verità), racconti di natura o di atmosfera fantastica, se non proprio di genere, dove l’io non è presente. O lo è in forme talmente segrete e dissimulate, da non essere percepibile e da sfuggire, per deviazione o distrazione di interesse e di attenzione, anche a me stesso. Il fantastico libera l’autore dal peso del proprio vissuto, e non è poco.
D: Verrà pubblicato a breve, in veste singola, per le Edizioni Arsenio un tuo racconto intitolato “In viaggio con la madre”. Quanto c’è di autobiografico?
R: Da moltissimi anni (da sempre in verità), redigo un diario, dove l’io è dominante. Tale forma di scrittura appaga quasi del tutto la mia memoria, il mio egocentrismo e il mio senso del reale… e a mo’ di memorandum, di memoria vicaria, supplente o suppletiva, insomma, possono servire anche consunte agendine annotate, spiegazzati foglietti sparsi, ingiallite lettere, strane cartoline (perfino in bianco e nero, raccolte in po’ in tutto il mondo da me viaggiato e mai affrancate) e centinaia di fotografie. Il diario intimo e gli altri “documenti” sopracitati sono (e saranno) l’unico spazio dell’autobiografia che io abbia mai praticato (e praticherò), per quanto a volte anche questa mi appaia falsa o poco verosimile. Tanta è la distanza psicofisica fra il 1968 o il 1974, per dire, e l’oggi; tanto inabissati sono ormai molti avvenimenti, luoghi, persone.
D: Tanti scrittori hanno tenuto dei diari che possono gettare luce sulla loro personalità, a volte pubblicati in vita come per Gide, a volte postumi come per Drieu La Rochelle, …
R: Avverto gli inguaribili curiosi (se mai ve ne fossero) che il diario rimarrà rigorosamente inedito e verrà distrutto al momento opportuno. Tutto il mio Dizionario Universale (ma si fa per dire) dei nomi e dei luoghi verrà opportunamente cancellato. La costellazione di parole intime e segrete svanirà. Come svaniscono le ombre, dopo…
D: Ohibò! Il lettore però tende sempre a cercare l’autobiografia dell’autore…
R: Lo scrittore è comunque sotto assedio e sembra non poter uscire dal cerchio dell’autobiografismo, qualunque cosa scriva. Avrà sempre il sospetto di parlare di sé o ci sarà sempre un lettore insospettito (o anche indispettito…): costui scrive sempre di sé… basta! … costui non scrive mai di sé, come mai?
D: Eppure ci sono racconti o romanzi che dissimulano elementi autobiografici. Prendiamo, ad esempio, un tuo racconto, “Fra l’alba e il tramonto”, che fa parte della raccolta “Questioni urgenti” (2022). A me sembra che il protagonista ti assomigli…
R: Il protagonista è un giovane scrittore di successo che vive della sua scrittura (quindi non sono io…), deve la sua fama alla pubblicazione di alcune raccolte di racconti brevi (quindi, per la seconda parte, potrei essere io…); è ossessionato dall’idea che il suo editore (che gli passa generosi anticipi) gli chieda di scrivere un romanzo (per la questione dei “generosi anticipi” non sono io, ma per la seconda, potrei essere io…). Lo scrittore vagheggia di scrivere qualcosa sulla propria madre (e dunque potrei essere io…). Devo ammettere dunque (ma obtorto collo) che il narratore un po’ mi somiglia.
D: Un’ultima domanda. Hai fatto circolare, soltanto tra gli amici/lettori, alcune riflessioni, che hai voluto intitolare “Del prode Anselmo e del perché se ne muore ovvero Distrazioni autobiografiche”. Chi è il prode Anselmo?
R: “Passa un giorno passa l’altro/ mai non torna il prode Anselmo”, è l’incipit di un curioso poemetto ormai dimenticato di Giovanni Visconti Venosta, La partenza del crociato (1856). Il prode Anselmo è un giovane che lascia il paesello natio per combattere le Guerre Sante, in quei tempi. I versi umoristici che ne narrano le avventure sono parte della mia autobiografia: ho imparato a memoria tutto il testo, durante la mia fanciullezza. E per puro diletto, senza costrizione o mediazione alcuna. Complice inconsapevole fu mio padre, grande bibliofilo, e amante dell’umorismo, che teneva il libriccino (che io conservo) nella sua sontuosa biblioteca privata, per me fonte inesauribile di sorprese, di conoscenza, di emozioni, di scoperte precoci, Ne ero il frequentatore clandestino, non perché ci fosse una qualche proibizione, ma perché mi piaceva quella esplorazione solitaria, libera, senza tempo e senza meta. Come tutti i veri esploratori, non sapevo davvero cosa cercassi.
D: E perché il prode Anselmo non fece mai ritorno?
R: Dopo molte battaglie, combattute con grande ardimento, conquistato il Santo Sepolcro e domato il “feroce Saladin”, il giovane crociato, sfinito, ferito, ha una tormentosa sete e immerge allora ripetutamente l’elmo nella fresca acqua di un ruscello. L’elmo ha, ahimè, un forellino (forse provocato da un colpo di lancia, chi sa) e l’acqua non viene trattenuta. L’indomito soldato non se ne avvede e, dopo tre giorni di ripetuti, inutili tentativi di dissetarsi, se ne muore… disidratato.
Penso al lettore (ma anche a me stesso): qualora volesse utilizzare l’elmo dei miei racconti, per berne la mia biografia, morirebbe di sete. Letterariamente parlando. La biografia è altrove e l’autobiografia ha la forma dell’acqua.
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