Adele di Anna Vivarelli, Sinnos, 2025

di Cosimo Rodia

 

Anna Vivarelli, avvezza alle grandi prove, ha appena pubblicato Adele, un romanzo di formazione, la cui protagonista dalla preadolescenza giunge alla prima maturità, superando un ginepraio di situazioni umane aberranti, e grazie alla sua resilienza diventa una donna in grado di bastare a se stessa.

È un libro anche sociale, quasi un documento degli anni Sessanta, perché la giovane protagonista si muove nell’Italia del boom economico, dei miti televisivi, del cinema, dell’arte, della musica, di un operaismo dai sogni egualitari, mentre cedono il passo le vecchie classi nobiliari.

È un romanzo, inoltre, che affronta temi scottanti come l’omosessualità del coprotagonista Giulio con l’insieme di pregiudizi radicati in tutti gli strati della società; o come il tema delle mamme che abbandonano i figli, una variante della sindrome di Medea; o lo sguardo impietoso sugli Istituti per ragazzi senza famiglia, guidati da regole ottocentesche (ordine, disciplina, silenzio, castighi, freno ai sentimenti, al riso, alla gioia), lontane dai principi della Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma il romanzo propone, ancor più, una storia di riscatto sociale attraverso lo studio; Adele supera l’iniziale svantaggio socio-affettivo grazie alla conoscenza, che diventa non solo un ascensore sociale, ma anche coscienza per superare sia i preconcetti, sia una supposta, quanto insussistente, superiorità di classe; sono emblematiche a tal riguardo le battute finale del romanzo.

Il plot. Adele è una ragazzina di dodici anni, figlia di una portinaia e di un operaio nella Torino degli anni ’60; vive senza agi, con un padre affascinato dalla rivoluzione, e con una madre anaffettiva; le domeniche pomeriggio si ritrova nell’atrio con il figlio della nobile padrona, Giulio, già liceale e prossimo alla maturità; da Adele questi riceve risposte frontali, sincere e senza pregiudizi, così si fanno delle promesse, che diventano dei miti che accompagnano la crescita di entrambi.

Finito il liceo, Giulio parte per la California; per Adele, invece, inizia il calvario: prima muore il padre, poi è abbandonata dalla madre in un orfanotrofio. Adele riesce a superare le regole disumane dell’Istituto, grazie anche all’aiuto di una suorina. Dopo quasi due anni, è affidata ad una coppia della piccola borghesia, conformista ma amorevole che la fa studiare.

Nel frattempo, Giulio torna dal viaggio, non ha notizie di Adele, gli muore la madre e se ne duole perché crede che non abbia conosciuto il suo segreto; infine, s’iscrive all’Università.

Quando era prossima agli esami di stato, Adele trova il coraggio di recarsi al vecchio palazzo nobiliare e vede Giulio; l’incontro è per la ragazza smitizzante; lui la cerca e tra detto e non detto le fa capire il suo segreto; la piccola, già donna, facendo tesoro delle prescrizioni pratiche che le avevano permesso di superare la vita nell’Istituto, riesce a trovare la risposta per salvaguardare i sentimenti positivi che la legano al vecchio amico, e la storia si conclude con un finale da romanzo psicologico.

Anna Vivarelli ha il grande pregio di non limitarsi a raccontare la crescita individuale di Adele, ma di aprire il sipario su un’intera epoca; così, benché la storia appartenga alla categoria bildungsroman, ha la capacità di intrecciarsi con le trasformazioni sociali, con un operaismo dalle tante speranze, con la rappresentazione di un’amicizia capace di scardinare pregiudizi antichi, con una aristocrazia decadente che si affanna a conservare un prestigio svuotato. In questo ambiente retrivo, di sentimenti repressi, campeggia la figura contrastiva di Giulio, omosessuale e aperto alle nuove mode, la cui lotta sarà, pirandellianamente, tra ciò che si “deve” essere e ciò che realmente si è.

Adele è una protagonista formidabile e l’amicizia con Giulio è un atto di resistenza silenzioso, un’affermazione di umanità in un mondo carico di tabù e preclusioni. E Vivarelli non scende mai nel campo della denuncia, perché il suo racconto è sempre con la sordina tirata, delicato nel presentare la solitudine, o le solitudini, e il desiderio di normalità; l’autrice racconta delicatamente come la solidarietà tra i due protagonisti nasca nella semplicità, vedendo l’altro oltre la maschera indossata.

E la formazione di Adele, il suo lungo e aspro viaggio esistenziale, costituisce il retroterra che le permette di capire l’amico e, forse, capire la gabbia in cui entrambi, in misura diversa, sono rinchiusi. Le forti esperienze, il riconoscersi «sola» e non aspettarsi nulla «perché nessuno le doveva nulla», formano Adele e le permettono di saper misurare il sistema sociale che l’ha educata, capirne i limiti, gli eccessi, gli abusi, le inettitudini, le fragilità, le ingiustizie, e saper padroneggiare ogni cosa.

È un romanzo che tiene insieme il percorso individuale e la lucida comprensione del mondo, e tutto questo viene narrato con uno stile leggero, tipico della Vivarelli, rapido, essenziale, dialogico, in cui detto e non detto s’intrecciano, lasciando scoperto però il nerbo delle dinamiche emotive e dei sentimenti, che colpiscono non poco emotivamente il lettore.

Su tutto, alla fine, campeggia il raccapriccio di una storia umana che mostra come a volte la crescita personale sia legata alle ingiustizie, ai silenzi e alle contraddizioni e che spesso le relazioni più inattese indichino la strada di un riscatto e di una piena autonomia.

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