Tre dita di Massimo Canuti, uovonero, 2025
di Cosimo Rodia
Il plot. Nado è un fanciullo che vive in un paese della Toscana nel periodo bellico dell’occupazione nazista. Il leader del piccolo gruppo di giochi, soprannominato Civetta, si dà alla macchia, aderendo alla Resistenza; i ragazzi rimasti, dal canto loro, pensano allora di giocare alla guerra, spiando i tedeschi e cercando di carpire notizie sensibili.
In una di queste spedizioni a Nado gli scoppia una granata in mano, sicché rimane miracolosamente in vita e con tre dita; a salvarlo è un soldato tedesco. Nel frattempo, il fanciullo perde il papà e il suo laboratorio diventa il luogo di diverse avventure, la più importante è quella di nascondere Carlo, un maggiorenne ricercato dai tedeschi. Quando Carlo e Civetta decidono di attuare il piano di rubare armi dal deposito tedesco, Nado li segue di nascosto, e quando stanno per sparare al suo amico Civetta, Nado riconosce il suo salvatore e gli grida di non farlo, e quella titubanza costerà la vita al soldato, ucciso dai due resistenti. Nado sente la responsabilità di aver «lasciato che l’angelo mandato da Dio morisse dissanguato».
Dopo una serie di perlustrazioni i tedeschi trovano Carlo e lo fucilano, così il romanzo si chiude con una velata adesione dei fanciulli alle ragioni della Resistenza, mentre giocano ancora alla guerra.
È una storia narrata in prima persona, attraverso il punto di vista ingenuo della fanciullezza, che si contrappone alla complessità della guerra. Nado ignora le dinamiche degli adulti e vive il conflitto come un gioco, perché il suo mondo emotivo è ancora dominato da gesti concreti, relazioni individuali e sentimenti immediati, anziché da ideologie, schieramenti o ragioni storiche. Inizia a mettere a fuoco la realtà grazie a Civetta, eletto a modello di identificazione, un resistente che agisce, come fosse più grande dell’età anagrafica, a fianco agli adulti, che assume movenze di un capo nel distribuire ordini e organizzare operazione pericolose.
La figura del soldato tedesco che salva Nado, ucciso poi dai ragazzi resistenti, è certamente il simbolo della frattura tra esperienza personale e realtà storica. Per gli adulti, quel soldato è il nemico, l’oppressore, l’occupante da combattere; per il fanciullo è semplicemente l’uomo che gli ha salvato la vita, verso il quale non può non avere un sentimento di riconoscenza; infatti, quando giace a terra dissanguato la richiesta inascoltata di Nado e di condurlo in ospedale. La guerra impone categorie nette, ma la realtà vissuta dal fanciullo è fatta di sfumature, presenze umane, sguardi, atti di cura; e questi due livelli, non possono non disorientare il giovane protagonista. Allora, la guerra, che è sullo sfondo della narrazione, ha la forza di frantumare le ragioni del cuore ed espungere la semplice logica dei sentimenti. Il gesto umano non basta a creare umanità, perché la guerra travolge i rapporti individuali. Naturalmente l’innocenza fanciullesca non è in grado di comprendere i meccanismi della storia; quando il protagonista aderisce a qualche azione partigiana (aiutare Carlo, seguire Civetta, usare la fionda nelle battute finali) è sempre per ragioni istintive. Il fanciullo vive in un mondo ancora di fantasticazione (si pensi al rapporto telefonico con Dio) mentre attorno si muovono logiche violente, troppo grandi per il protagonista che inizia a compiere le prime esperienze del mondo esterno. La visione del piccolo Nado non è sufficiente a leggere la complessità del reale. Per Tre dita quello che conta è la gratitudine, per la Resistenza conta la liberazione ad ogni costo; sono due sistemi di valori entrambi veri, ma inconciliabili.
È un romanzo di formazione, amicizia, riflessione sulla guerra che riduce le persone a “nemici”, ignorando l’importanza delle azioni individuali. Lo sguardo del fanciullo rivela quanto siano arbitrarie le semplificazioni, per quanto la coscienza individuale di Nado, che inizia lentamente a sbocciare, lo spinga contro ogni forma di violenza (è il senso dell’ultima pagina del romanzo).
Dal punto di vista formale, la narrazione è veloce grazie ai capitoli brevi, a tante parti dialogiche e a un linguaggio medio; abbondano le figure dell’ironia e delle iperboli, in linea con l’età anagrafica del protagonista, che più che adolescente è un fanciullo volto ad una giustificazione fantastica della realtà. Vanno rilevati alcuni richiami esperienziali di troppo, che cassati non avrebbero tolto brio alla storia.
Qualificanti sono le riflessioni, i pensieri, l’interpretazione dei fatti, la volizione, del protagonista che essendo un soggetto in formazione ancora deve compiere esperienze del mondo, per cui ha bisogno di modelli d’identificazione per discriminare lentamente cosa sia bene e cosa non lo sia.
Un romanzo dalla cornice storica, che aiuta a riflettere proprio sulla guerra e richiamare, attraverso esperienze traumatiche, i sentimenti di umanità, di fratellanza e di pace.
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