Filippo Lippi in Il velo di Lucrezia
di Valeria Liuzzi
Le creazioni artistiche di poeti, musicisti, pittori, ecc., ritengo siano il frutto di un bisogno impellente ed intimo di alcuni esseri umani nati con pregi unici nel dar vita a qualcosa di personale e bello allo stesso tempo per essere condivise, apprezzate per sempre da un vasto pubblico di estimatori.
L’aspetto più significativo da sottolineare è che l’Arte nella sua originalità ed irripetibilità offre all’uomo un accostamento all’atto creativo di Dio e l’artista si garantisce l’immortalità come premio al proprio impegno eccellente. L’essere umano vulnerabile e mortale sarà menzionato, analizzato, reinterpretato soprattutto attraverso il proprio capolavoro anche in età odierna in quanto tali creazioni hanno in sé valore universale in cui coesistono concetti estetici ed etici.
Quest’ultima mia considerazione è emersa fortemente dopo aver letto un romanzo storico dal titolo: Il velo di Lucrezia di Carla Maria Russo che narra episodi di vita intrecciata a periodi in cui Filippo Lippi, grande interprete in pittura del Rinascimento fu impegnato in sublimi realizzazioni artistiche. Aggiungo inoltre che il Lippi fu maestro di Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, conosciuto col nome d’arte di Sandro Botticelli.
La scrittrice sopra menzionata nel suo romanzo è riuscita ad ambientare il racconto con dettagli veritieri negli anni in cui il Signore Cosimo di Giovanni dè Medici governava Firenze, tratteggiando molto bene i ritratti dei protagonisti che emergono dalle pagine del libro carichi di umanità e fragilità. Ha raccontato con profonda sensibilità e delicatezza l’amore che nacque in quegli anni fra Lucrezia Buti figlia di un tintore e l’artista sopra menzionato.
Filippo nacque di là dell’Arno a Firenze nel 1406, orfano fin da piccola età crebbe libero di sperimentare il proprio talento. Esuberante e poverissimo, per sfuggire alla miseria prese i voti invogliato fortemente da una zia paterna che si prese cura di lui per un breve periodo di tempo dopo la morte dei genitori. All’interno del monastero incontrò il proprio destino: Padre Benedetto comprese la predisposizione e l’urgenza del giovanissimo Filippo di sperimentare studi e tecniche attinenti le arti figurative e gli permise di frequentare la bottega d’arte del Bicci a Firenze dove acquisì i rudimenti del disegno e della pittura.
Il suo vero maestro però che delineò meglio il suo futuro stile fu Tommaso di Ser Giovanni Cassai detto Masaccio il quale era fermamente convinto che dopo i leziosismi stucchevoli gotici, bisognava ritornare a interpretare in pittura la realtà quella vera, autentica e il suo modello di riferimento era Angiolo di Bondone detto Giotto.
Il capolavoro che Filippo Lippi consegnò all’umanità più conosciuto dai posteri, molto ammirato all’epoca, punto di riferimento per tutte le Madonne con Bambino soprattutto quelle di Sandro Botticelli è un dipinto interamente autografo senza interventi di aiutanti in bottega, che l’artista eseguì intorno al 1465 circa, il titolo è il seguente: “Madonna col Bambino e due angeli”, realizzato su tavola lignea a tempera, misura 92 X 63,5 cm ed è conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.
Lippi fu il committente, l’autore e per lungo tempo il destinatario dell’opera d’arte sopra menzionata detta anche “Lippina”. Soltanto in tempi successivi l’artista ormai anziano mostrò e consegnò il suo dipinto alla famiglia Medici pochi giorni prima che Cosimo dè Medici morisse con un patto ben preciso: il Signore di Firenze Lorenzo “il Magnifico” nipote di Cosimo avrebbe dovuto provvedere al sostentamento della famiglia del Lippi.
Protagonista della scena pittorica è una Madonna posizionata davanti ad una finestra aperta che si apre su un paesaggio che si inoltra fino alla linea d’orizzonte con una rappresentazione a volo d’uccello (appresa dall’artista attraverso lo studio dei pittori fiamminghi). Nel paesaggio compaiono: montagne, torri, abitazioni e mare, preludio di studi naturalistici fatti successivamente da Leonardo da Vinci. Il paesaggio dilata moltissimo lo spazio interno e permise all’artista non solo di conquistare la profondità, anche di far emergere dagli incarnati, delicati giochi di luce e penombre. La Madonna è seduta su una ricca seggiola di cui si intravede un bracciolo finemente decorato, ha le mani giunte e uno sguardo pensoso, un po’ malinconico. Il suo volto raffigurato un poco più di profilo, per esaltare la curva perfetta del naso e l’eleganza con cui si lega alla fronte ampia, ci appare in tutta la sua bellezza e candore. L’iride è un misto di celeste del cielo e verde della natura retrostante sintetizzando la visione celestiale che si fonde con quella terrena. I rosati del volto emergono ancor di più se lo si contrappone all’abito dai toni blu che indossa.
Il nostro sguardo è rapito soprattutto da un etèreo velo che indossa tra i capelli, simbolo di sposa, qui il maestro ha padroneggiato tutto il suo virtuosismo pittorico rendendolo così leggero, trasparente, ricco di volute, ci vien voglia di soffiarci sopra per vederlo svolazzare in nuove piccole onde. La Madonna indossa anche un diadema di perle simbolo di purezza sulla fronte e tra i biondi capelli. Il dipinto tagliato all’altezza delle ginocchia fu all’epoca altamente innovativo così come fu innovativo busto e volto ritratti per tre quarti che insieme al paesaggio danno illusionisticamente il senso della profondità.
Altro aspetto nuovo è la raffigurazione di Gesù Bambino che non è in braccio alla sua mamma ma sorretto e tenuto vicino a lei da due angeli. Uno è posto più lontano e si intravede a malapena una parte del suo viso, l’altro è più vicino ritratto quasi di spalle ma gira il volto birichino verso l’osservatore. Lippi gioca molto in questo dipinto sui contrapposti: interno ed esterno, ambiente intimo ed accogliente contrapposto ad un ambiente esterno e freddo, sguardo malinconico contrapposto a volto gioioso, luci e penombre, sacro e profano. La Madonna rappresentata infatti è il ritratto di Lucrezia Buti, figlia di un tintore fiorentino come detto sopra. Anche a lei toccò un destino simile a quello di Filippo perché alla morte dei suoi genitori, suo fratello Antonio a causa delle condizioni misere in cui versava la famiglia costrinse Lucrezia a prendere i voti come suora. Ma Lucrezia non accettò mai quello stato di cose, non amava la vita in convento, ambiva alla libertà, a una condizione di vita normale come tanti anche se costellata da dispiaceri e delusioni piuttosto che una condizione di “non vita” all’interno delle quattro mura.
Quando per ragioni di lavoro Filippo Lippi entrò nel monastero dove si trovava Lucrezia, tra i due scoccò la scintilla dell’amore, per l’artista significò aver trovato e conquistato il “bello perfetto”, per Lucrezia significò soprattutto riconquistare la libertà. Con l’aiuto di Cosimo dè Medici che scrisse al Papa, i due riuscirono a sciogliere i voti e rifugiatisi in una casa di proprietà del Lippi a Prato dettero vita alla propria famiglia. Nacquero Filippino Lippi (anch’egli valido pittore) nelle vesti dell’angelo di spalle ma che ruota il volto verso l’osservatore e Alessandra nelle vesti del piccolo Gesù Bambino sorretto dai due angeli.
Questo capolavoro nel quale l’artista dette prova di un lirismo altissimo, ineguagliabile, fu il suo dono d’amore per la sua amata affinchè gli perdonasse la sua scaltrezza ed irriverenza, soprattutto il suo aver egoisticamente tenuto per sé la pura giovinezza e la bellezza angelica della sua sposa. Filippo e Lucrezia con questa scena sacra conquistarono entrambi l’immortalità.
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