Metamorfosi

di Mauro De Pasquale

 

Niente, a parte la notte agitata, ad annunciare la tragica metamorfosi.
Il risveglio di Samsa coincide con la scoperta della trasformazione già avvenuta. Il suo corpo, ma solo il suo corpo, è uno scarafaggio. La coscienza no.
Kafka non ci rivela mai il perché dell’accaduto. È fitto il mistero, agiscono forze oscure, inconoscibili. Samsa non potrà più comunicare con gli umani, sarà disprezzato e isolato. Si lascerà morire di inedia.
Nei miti classici c’è sempre una ragione a giustificare le trasformazioni, e nelle Metamorfosi di Ovidio i corpi assumono le forme definitive attraverso un processo graduato e minuzioso di mutazioni.
Il miracolo evangelico, come per ragioni diverse il mistero di Samsa, non ne ha bisogno. Per la fede è sufficiente che l’acqua sia già vino pronto ad essere servito.
Ma il miracolo laico che Ovidio offre al lettore, poiché costituisce il cuore dell’intera narrazione, è teatro, è munificenza retorica, è arte raffinata della meraviglia. L’illusione, come nelle favole, vuole fare apparire verosimile ciò che non lo è.
Così le parti anatomiche del corpo umano mutano l’una dopo l’altra nelle parti omologhe per funzione dei nuovi corpi, siano piante o animali.
A Dafne, la ninfa amata da Apollo, da lei odiato perché punta da Eros con la freccia di piombo, raggiunta nella fuga dal dio, mutata dal padre Peneo, dio fluviale, in albero di alloro, i piedi si fissano in radici, il petto/tronco si copre di scorza, le braccia si allungano in rami, i capelli sono fronde, il volto è invaso dalla cima. E se Apollo accarezza il tronco, sente trepidare il petto sotto la corteccia. Se la bacia, il legno rifiuta i baci.
Come in Samsa, il corpo non è più umano, la coscienza invece, in qualche modo, sì. E il nuovo corpo vegetale, arricchito di fragranza divina e simbolo eterno di gloria, non viene vissuto come una lacerazione tragica. Piuttosto come un punto di connessione tra il prima e il dopo, a preservare l’unità del personaggio e a riconciliare la nuova realtà con quella precedente e perfino con Apollo, alle cui parole di commiato la cima dell’albero pare inchinarsi in cenno di assenso.
Ancor più evidente nelle metamorfosi di Cadmo e Armonia appare la serena accettazione delle nuove forme, con in più una qualche continuità, per sempre, di comportamento umano.
Il mitico fondatore di Tebe è trasformato in serpente, in una sorta di contrappasso, per aver ucciso un serpente sacro. Anche qui la metamorfosi si svolge per lunghi e minuziosi gradi successivi omologando le varie parti dei corpi, dalle gambe che si riuniscono e si assottigliano nella lunga coda via via fino alla lingua che si scinde in due parti. Appena in tempo Cadmo riesce a chiamare Armonia che con amore lo accarezza mentre lui “lambiva il volto della sua sposa e andava nel seno amato come lo riconoscesse”. Armonia invoca e ottiene dagli dei lo stesso destino dello sposo amato, poi entrambi congiungono le spire e infine spariscono in coppia nel bosco. Serpenti pacifici che “ancora oggi non sfuggono l’uomo né lo aggrediscono” perché “ricordano quello che erano”.
Qui il dramma della metamorfosi dei corpi si riversa addolcito in un the end che potemmo definire idilliaco. Ma non sempre accade così.
Il cacciatore Atteone, nipote di Cadmo, capita per puro caso ai limiti di una sorgente in cui Diana, la vergine dea cacciatrice, si bagna nuda con le sue ninfe.
L’oltraggio della visione umana adira la dea che trasforma il giovane in cervo partendo dalle corna per finire via via alle zampe e al pelame. I cani della muta, che Ovidio cita uno ad uno per nome e specialità di caccia per corroborare la teatralità della scena, lo aggrediscono mentre fugge, affondano le zanne nella carne, ne fanno scempio, lo sbranano tra i suoi inutili gemiti, né umani né di cervo.
La colpa di Atteone è di essersi trovato nel luogo e nel tempo sbagliato: “fu colpa della sorte e non delitto”, commenta Ovidio.  I personaggi delle Metamorfosi sono esecutori di un disegno prestabilito, di una sorte prefigurata perfino dal caso.
Non sempre i corpi subiscono vere o complete metamorfosi. Può accadere che essi si autodistruggano in un lento processo di consunzione.
Nel notissimo mito di Eco e Narciso la ninfa, invisa a Giunone, è condannata all’amore infelice: ama Narciso alla follia ma, respinta, per la pena consuma il corpo di cui resta solo la voce. Narciso, chino sulla fonte, “ama una speranza incorporea e scambia l’acqua per corpo”.
Amando l’immagine di sé, ignora la verità del proprio corpo, come se la psiche, pur ricca di emozioni e sentimenti, possa avere un senso senza essere radicata nel corpo. Narciso muore stringendo tra le braccia un’illusione, e il suo è un corpo che non conosce metamorfosi da vivo. Solo quando le ninfe preparano il rogo per le esequie, trovano un fiore al posto del cadavere. Una sostituzione.
Questi pochi cenni non possono offrire che un’idea molto molto minuscola di un’opera che con estrema varietà abbraccia l’intero universo mitologico e religioso antico.
E ci dice che trasformazione e mutamento sono condizione universale. O che alludono, secondo Calvino, alla dissoluzione della compattezza del mondo.

(Articolo già apparso su “Materìa”, n. 05, 2025)

 

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