Il barattolo della felicità
di Sandro Marano
Il locale era davvero accogliente. Di mattina fungeva da caffè e la sera da pub: tavolini tondi di varia misura ed altezza, poltroncine, sedie arabescate, nude panche di legno con qualche cuscino e piccoli sofà lungo le vetrate, un lungo bancone con trespoli, una tenda bordò stretta a metà da una fascia a separare due ambienti arredati allo stesso modo, luci soffuse. Le pareti, d’un verde spento, erano completamente rivestite di quadri d’autore, di riproduzioni di quadri antichi, di manifesti pubblicitari dagli anni Venti agli anni Sessanta del secolo scorso, di scaffalature e mensole piene di libri, di ninnoli curiosi, di grandi conchiglie esotiche, di bottiglie di vini e liquori, sia vuote che piene, alcune con etichette colorate, sgargianti, altre con etichette bianche e sobrie, e c’erano alcune di marche sconosciute, altre di marche più illustri come il Brunello di Montalcino, o lo champagne di madame Clicquot. Tutto sembrava disposto a caso, alla rinfusa, in modo caotico, ma finiva stranamente per creare una sorta di ordine non voluto, familiare, confortevole.
C’ero andato quella mattina, piuttosto titubante, per incontrare il maestro. Nessuno sapeva esattamente il suo nome e la sua nazionalità. Qualcuno ipotizzava che fosse armeno. Parlava quattro lingue, tra cui un discreto italiano. Il mio amico Marco, che qualche volta di sera suonava la chitarra e cantava le sue canzoni nel locale, ne aveva sentito parlare.
Perché non vai ad incontrarlo? Potrà darti un buon consiglio. E poi non si fa pagare. Che ti costa?
Io stavo a pezzi. Mia moglie mi aveva lasciato dopo quindici anni di matrimonio senza alcun motivo plausibile, salvo che non volessi credere alle voci che le attribuivano un nuovo inatteso amore. Quel “non t’amo più”, detto a bruciapelo dopo molte mie insistenze e preghiere di spiegarmi il suo allontanamento, mi bruciava più di tutto. L’insonnia mi perseguitava di notte e lo specchio, alla mattina, mi rimandava l’immagine di uno zombi.
Ci sarà una coda lunga quanto tutto l’isolato, obiettai.
Macché!, disse Marco.
Pochissimi ne sono a conoscenza e poi il maestro ci sta soltanto dalle nove alle undici.
D’accordo. Proverò.
Quella mattina vinsi la mia proverbiale pigrizia, la mia ripugnanza condita di robusto scetticismo, e mi recai al locale. Una fragranza di cornetti appena sfornati mi mise subito di buon umore. E soprattutto, avevo notato, c’erano pochi avventori alle dieci. Chiesi del maestro e mi indicarono un angolo del locale accanto ad una vetrata scura da dove lo sguardo spaziava su un giardinetto e su un albero di giuda che aveva già perso le foglie. Stava parlando con una giovane donna piuttosto avvenente, tailleur nero e camicetta bianca, capelli biondo miele raccolti a chignon, lineamenti del viso, per quel che potei scorgerne, dolci e luminosi.
Restai a rispettosa distanza e mi misi ad osservare i libri poggiati sulle mensole. Scorsi i titoli di alcuni romanzi che avevo già letto: La donna delle meraviglie di Alberto Bevilacqua, Fuga da Venezia di Nantas Salvalaggio, Notti e nebbie di Carlo Castellaneta. Poi fui attratto da altri volumi che sembravano d’antiquariato e mi misi a sfogliarli con delicatezza: I cavalieri templari nel regno di Sicilia del 1909 di Giovanni Guerrieri, Bagliori d’impero del 3 ottobre 1937 – XV di Bernardo Valentino Vecchi con una dedica a sua altezza reale Maria di Savoia, un’edizione del 1957 de L’evoluzione creatrice del filosofo Henri Bergson, dove l’occhio cadde su questa frase sottolineata chissà da chi: “Tutte le nostre analisi ci mostrano nella vita uno sforzo per risalire la china che la materia discende”.
Passò forse un quarto d’ora, quando la donna si alzò dopo aver salutato il maestro con un inchino appena accennato del capo. Non mi ero sbagliato: aveva un viso dolce e luminoso come quello di una madonna di Raffaello. I suoi occhi chiari sembravano persi in orizzonti lontani.
Prego, accomodati.
Gra… grazie, farfugliai.
Il maestro aveva capelli brizzolati e una rada barba intorno al viso, una pelle liscia e nessuna ruga. I suoi occhi neri ti fissavano senza imbarazzo. Non avrei saputo dargli un’età precisa, forse quaranta, forse cinquanta. Indossava una giacca di panno celeste, una camicia fantasia e un paio di jeans sbiaditi. Parlava piano, staccando le parole. Mi accomodai sulla poltroncina restando in silenzio.
Lasciami indovinare… hai un problema di cuore?
Sì, ma…, balbettai sorpreso che avesse già un’idea del perché m’ero recato là.
Sono qui per ascoltarti.
Per tredici minuti buoni parlai come un fiume in piena rivelando al maestro il mio fallimento sentimentale senza infingimenti. Lui si limitava ad ascoltare. Quando terminai di parlare, mi disse:
Forse tu rincorri la felicità, ma la felicità è una puledra che ama correre libera nelle praterie.
Non era proprio quello che avrei voluto sentirmi dire. La mia faccia perplessa strappò al maestro un tenue sorriso. Poi continuò:
Allora, ti suggerisco questo: prendi un barattolo di vetro, di quelli panciuti, abbastanza capiente, senza esagerare, mi raccomando…
Per farne?
Infila ogni giorno nel barattolo, a fine giornata, una striscia di carta dove avrai appuntato un pensiero, qualunque cosa nel corso della giornata ti abbia sorpreso o dato un sollievo o una sia pur minima soddisfazione… fallo per tre mesi, poi, dopo tre mesi, aprilo e rileggi tutto quello che avrai scritto.
Nient’altro?
Nient’altro.
E se nel corso della giornata non notassi nulla di rimarchevole?
È difficile che questo accada se tu ti metti in ascolto del mondo che ti circonda. Il mondo ha sempre delle cifre che noi dobbiamo saper cogliere… Sforzati… ci riuscirai.
Ringraziai il maestro per quel consiglio, che lì per lì ritenni di scarso peso. Per educazione gli chiesi se dovessi qualcosa, ma lui negò con la testa.
Posso offrire almeno un caffè?
Va bene, un caffè e un cornetto integrale vuoto.
Dall’indomani cominciai a fare, per la verità senza crederci troppo, quello che il maestro mi aveva consigliato. Infilai un po’ di tutto in quel barattolo: il sorriso d’una giovane donna alla fermata del bus, la patetica di Beethoven interpretata da Anna Fedorova, una serata con amici in cui avevamo riso a crepapelle, un pettirosso che saltellava sui rami del mio limone, una rappresentazione teatrale della mia amica Emanuela, la lucentezza di Venere alle prime luci del giorno, i fiori rossi, penduli e allegri della crassula fioriti per tutto l’inverno, la conoscenza d’una donna che aveva riacceso in me la passione.
Erano così passati tre mesi. Una sera mi accingevo ad aprire il barattolo e svuotarlo sul tavolo per leggere quel che avevo scritto in quel torno di tempo. Ma subito desistetti. Non ce n’era bisogno. Avevo capito la lezione.
(già pubblicato l’11 gennaio 2026 su Barbadillo)
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