Il corpo scrive… di Ornella Mamone Capria, Macabor, 2025

di Cosimo Rodia

 

L’autrice con Il corpo scrive… recupera in modo manierata lo stile della neoavanguardia (Gruppo ’63 e Gruppo ’93), destruttura il verso, smonta la metrica con versi spezzati e distribuiti in modo inatteso nello spazio ed alterna ai versi la prosa, intercalando a volte il corsivo.

Al di là degli aspetti stilistici, Il corpo scrive… è un tentativo di estrapolare una voce a coloro i quali la malattia ha tolto la parola, il pensiero e la soggettività. L’autrice così presenta scorci, momenti, esperienze di qualcosa che è ancora umano ma che andrebbe interpretato per raccontarlo, e per farlo bisognerebbe ridefinire codici, canali, messaggi di comunicazione.

Questo sforzo è naturalmente un gesto d’amore, con la convinzione a monte che finchè il cuore batte c’è anche la speranza di un domani di comunicazione; è lo stesso convincimento, tra l’altro, che anima i caregiver quando lavorano negli ospedali il cui lavoro è mosso dalla speranza che lo sforzo non sia vano.

Con questo slancio l’autrice partorisce una silloge impoetica, dalla forte tensione sentimentale e morale, che è evidentemente un tentativo estremo di dare forma linguistica a una condizione in cui la parola, per definizione, è sospesa; Mamone Capria scrive: «La scrittura diventa un atto di presenza, esprime l’ineffabile, l’illegibile».

Il corpo malato, ridotto all’immobilità, diventa il luogo di una interrogazione radicale sul senso, sul tempo e sulla possibilità poi di darne conto. Tuttavia, proprio in questo sforzo si annida la principale ambiguità del testo: la pretesa di far emergere un linguaggio da un corpo che non può più garantirne l’origine («Eppure… l’assenza/ appella/ la presenza»).

Il tempo, cristallizzato in un passato che non evolve, sospende presente e futuro, trasformando la vita in una durata immobile. La macchina, che mantiene il corpo in vita, diventa un dispositivo paradossale: rende visibile una presenza biologica mentre certifica un’assenza esistenziale. In questo senso, la “voce” che si tenta di evocare non appartiene al corpo, ma allo sguardo che l’osserva: «Verrà mai letta/ la scrittura dell’assenza?/ Sarà primitiva, diventerà gergale,/ o rimarrà per sempre/ in una sorta di stallo in un corpo/ che vuole comunicare?»; o ancora: «La scrittura/ esiste,/ toccata da segni/ difficili,/ non sistemabile,/ non rintracciabile/ nell’ugola,/ negli occhi,/ nella carne./ Esiste/ devo darle anch’io le parole»

Musica e affetti, evocati come possibili mediatori di senso, assumono un valore eminentemente palliativo: «Occorre darle/ musica e affetti/ a raggiera»; essi non restituiscono un’esperienza, ma la richiamano simbolicamente, funzionando più come strumento di consolazione per chi guarda, che come reali veicoli di espressione per chi è guardato.

La rappresentazione dell’assenza che si insinua nella presenza resta dunque irrisolta: l’assenza non viene mostrata, bensì narrata attraverso un linguaggio che si sovrappone alla realtà che vorrebbe interpretare («Ci sono scarabocchi/ senza segnali/ visivi, sonori./…/ Significati/ aperti,/…/ potenziali in attesa,/ carichi espressivi,/ forse dettami divini»).

«L’odore del canto» appare come un eufemismo lirico che tradisce il limite dell’operazione poetica. Quale canto può produrre un corpo mineralizzato, ridotto a pura materia biologica? Lì dove si cerca il sentimento delle cose, emerge piuttosto il desiderio soggettivo di attribuire senso, non corroborato dai fatti, che procedono su un piano differente rispetto alla costruzione simbolica.

L’opera finisce così per essere un comprensibile bisogno umano di colmare con il linguaggio ciò che il linguaggio non può davvero raggiungere.

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