Il male è esterno o intrecciato all’anima?
di Sandro Marano
L’interesse per la figura, la narrativa e il pensiero politico di Pierre Drieu La Rochelle non accenna a diminuire ed è testimoniato dalla pubblicazione in quest’ultimo periodo sia di testi già editi come “Socialismo fascista” (Fuoriscena) a cura di David Bidussa, sia di testi inediti come “Due storie spiacevoli” (Aspis) e “Frammenti di un pensiero in metamorfosi” (Altaforte) curati e tradotti da Marco Spada. In quest’ultimo testo Spada raccoglie una serie di lettere ed articoli, quasi tutti inediti, scritti da Drieu tra il 1923 e il 1945.
Il suo intento – lo scrive con franchezza nell’introduzione il giovane ricercatore – non è quello di scoprire chissà quali novità, ma quello di meglio comprendere la metamorfosi e il travaglio spirituale dello scrittore francese tra la fine della prima guerra mondiale e gli ultimi tragici mesi della guerra civile europea e soprattutto di rimarcare l’attualità delle sue analisi alla luce delle ultime vicende geopolitiche che vedono l’Europa ancora una volta divisa e incapace di fare blocco di fronte alle grandi potenze, americana, russa e cinese.
Drieu, scrive Spada con una bella metafora, «sta bussando ancora una volta alla nostra porta, chiedendoci con savoir faire tipico del primo Novecento di ballare con lui ancora un altro tango». Nei testi qui proposti, che legati come sono alle contingenze politiche del tempo possono risultare in qualche passaggio non del tutto chiari specialmente per il lettore a digiuno di storia francese, emerge un pensiero mobile, vivo, a volte ampolloso e contraddittorio, che ha però una stella polare: la necessità di costituire una confederazione europea sulla falsariga di Ginevra. Non a caso “Ginevra o Mosca” si intitolò un saggio di Drieu del 1928!
Tra i vari testi spiccano le due lettere a Charles Maurras, capo dell’Action Francaise e stimato pensatore della destra, che fu uno dei suoi maestri politici.
Nella prima lettera, datata 1923, alle accuse rivoltegli da Maurras di aver considerato la guerra alla stregua di un gioco, Drieu risponde che «avendo fatto la guerra nella fanteria durante il primo inverno, sapevo già che la guerra non era gioiosa, ma stavo rinunciando con disperazione al mio ideale di una lotta nobile (…) da allora la mia paura della guerra moderna, il mio orrore per il prossimo conflitto che sarà orribile, è diventato ancora più acuto». La guerra moderna, intesa dunque come un portato della crisi della nostra civiltà, aveva, secondo Drieu, sfigurato e annichilito irrimediabilmente lo spirito guerriero. Un tema questo, che verrà poi ripreso nel 1934 sia nel saggio “Socialismo fascista” sia nei racconti de “La commedia di Charleroi”.
Ma è soprattutto nella seconda lettera, datata 1939, che Drieu ha modo di precisare la sua concezione agonistica dell’esistenza e di mettere in risalto le differenze tra il suo pensiero e quello del vecchio maestro, fermo ad un regionalismo anacronistico, ad un pregiudizio antigermanico e ad una sostanziale incomprensione della questione sociale: «Maurras è un filosofo che si è sottomesso interamente alla necessità politica… non accetterà mai di parlare ad esempio della violenza come necessità in sé; parlerà sempre e solo della violenza come male da cui difendersi. Questo è dovuto alla sua formazione. Si riallaccia ai filosofi greci del principio della decadenza – Platone, Aristotele – per i quali, come per i cristiani, il male era già diventato qualcosa di esterno all’anima, imposto o proposto all’anima. Io invece (dopo Nietzsche, Hegel, Schopenhauer) mi rifaccio a una concezione più primitiva, in cui il male è al centro della vita stessa, intrecciato al bene in un nodo enigmatico. È la concezione della tragedia, dell’epica, di alcuni presocratici, degli inizi dell’Antico Testamento, delle religioni ctonie. Concezione iniziatica che non può essere diffusa nella corrente del pensiero politico senza provocare scandalo e disordine tra gli ignoranti. In ogni caso dal mio punto di vista la Germania appare come il male necessario in Europa…».
È qui tracciata con chiarezza la necessità d’una leale e paritaria collaborazione con la Germania del suo tempo per realizzare il suo sogno europeo, per cercare di dare attuazione allo spirito di Ginevra da lui caldeggiato, affrancato però dal “cosmopolitismo sterile”, dal “parlamentarismo esasperato”, dal “razionalismo senile”, dall’”egualitarismo idiota”, dal “formalismo” e dallo “scientismo” che l’avevano guidato e che minacciava di guidarlo ancora. Non sembra qui di ascoltare un j’accuse contro l’attuale Unione Europea?
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