Christian Bobin: “Scrivo per rendere grazia a ciò che è passato inosservato”
di Maria Pia Latorre
Chi è stato e chi è oggi Christian Bobin? (Le Creusot, Borgogna, 1951 – Chalon-sur-Saone, Borgogna, 2022).
Io me lo vado chiedendo da un po’ e penso che davvero ci vorrà del tempo per comprendere a fondo l’opera di questa personalità artistica difficile anche da definire. Scrittore? Poeta? Mistico? Filosofo? Pensatore? Intellettuale? Asceta? Guida spirituale?
Difficile rispondere, ma leggere le sue parole cambia prospettiva alla vita. Sicuramente è stata una persona che non cercava i riflettori. Viveva quasi in clausura in una casa nei boschi, lontano dai circoli letterari parigini. E lì scriveva. Pagine sottili fatte di silenzi, frammenti in filigrana di profonda spiritualità.
Elemento fondante della sua poetica la scrittura come azione del sottrarre, per giungere ad una prosa poetica sintetica e breve, spesso anche aforistica.
Così i suoi libri sono piccole piccole preziosità, quasi dei segreti tascabili, ma densi come può esserla stata la materia poco prima del Big bang. E sì, perché si tratta di una scrittura tanto pacata quanto vicina al punto di esplosione, come se sotto le parole aleggiasse costantemente un’inquietudine sul punto di deflagrare in qualsiasi momento.
Bobin scriveva per tergere lo sguardo, per eliminarne le scorie e far chiarezza sull’essenziale. Per questo la sua scrittura è ricca di folgorazioni, di gocce distillate che, lentamente, diventano stalattiti di misticismo; usa sapienti metafore che accorciano la distanza tra il lettore e l’assoluto.
Non credo che scrivesse per i lettori quanto per se stesso, per un bisogno di chiarezza, di risposta alla quotidianità, e mentre lo faceva intrecciava sia i fili di risapute banalità sia quelli dell’immensità, cercando di ricomporne inedite trame esistenziali.
L’idea (da lui stesso più volte espressa) che il sacro non vive nei templi e nelle cattedrali ci parla di una persona coraggiosa e libera, che non si piega ad alcuna logica – professione – opinione, ma che cerca (e trova) la sacralità nel volo di una mosca, nella piega di un petalo, nella folata di vento che muove una tenda e in tutto ciò che la nostra anima è disposta ad accogliere come divino.
Per Bobin il sacro è nell’infinitesimale, nelle piccole cose nascoste ai più, o nelle cose talmente ovvie e sotto gli occhi da sfuggirci. Perché è il senso dell’oltre ciò che lui ha indagato nelle cose.
Questo suo cammino interiore è fatto di silenzi, di silenzi cercati, perché è solo nel silenzio che si può ascoltare la parola; in compagnia della solitudine, partner non subìta, ma scelta ogni giorno come dono capace di trasformarsi in ricchezza per sé e per la fortezza di voci interiori che in lui dimorava. Una fortezza poggiata su solida roccia e inondata di luce.
Ed è proprio l’assenza, per Bobin, luce, poiché è la forma luminosa di chi non c’è più. Dunque, anche la morte è luce e l’amore è luce; di fronte a tutta questa luce bisogna imparare a vivere la gioia di un bambino. Anche con la pena stretta nel cuore, egli invoca per sé la capacità di stupirsi, che è propria dei bambini. Quello è per lui lo stato mentale di beatitudine che ci permette di cancellare le scorie del tempo che intorbidano l’anima e oscurano i pensieri.
Oggi proveremo a fare quello che faceva lui: toglierci le scarpe del rumore quotidiano e camminare a piedi nudi nel giardino del silenzio.
Ora qui c’è un uomo che ha passato l’intera vita in una piccola casa ai margini di un bosco, non per nascondersi dal mondo, ma per guardarlo meglio; che non scriveva libri, ma raccoglieva frammenti di luce.
Ci ha insegnato che per vedere l’infinito non serve andare lontano: basta osservare il riflesso del sole in un bicchiere d’acqua.
“L’intelligenza è la carezza che il pensiero fa alla luce‘”, con queste parole ci invita a un banchetto dove non si serve cibo, ma attenzione. Ci troviamo di fronte non ad un intellettuale, ma ad un “apprendista dello stupore” che ha trasformato la solitudine in una festa: “Scrivo per rendere grazie a ciò che non ha ancora un nome e che mi aspetta alla fine di ogni frase”.
Entrare nel mondo di Bobin significa accettare una sfida: quella di tornare bambini senza essere infantili, riscoprendo la sacralità di tutto ciò che è fragile, inutile e, proprio per questo, essenziale. Bobin non spiega, mostra, e sopratutto non vuole insegnare, ma è lui stesso, appunto, apprendista di stupore.
Tra le sue opere che più ho sinora apprezzato vi è “Autoritratto al radiatore”, un manifesto di resistenza spirituale. Qui l’autore ci invita a “perdere tempo” per ritrovare l’anima. Ci suggerisce che la verità non è nei grandi eventi, ma nel modo in cui la polvere danza in una stanza vuota illuminata dal sole.
Egli paragona se stesso ad un radiatore: un oggetto statico, domestico, quasi banale. Un radiatore che è fonte di calore silenzioso e umile. Starsene lì davanti significa scegliere la contemplazione anziché l’azione. Non è un autoritratto allo specchio per ammirarsi, ma un autoritratto nel riflesso di un oggetto comune.
Metaforicamente Bobin ci dice che ci conosciamo meglio guardando fuori, o addirittura guardando verso il basso. Scritto dopo la perdita della sua compagna Ghislaine Marion (figura che è tema centrale anche del celebre “Più viva che mai”), l’autoritratto non è un libro cupo. Qui Bobin ricerca la “gioia pura”, nonostante il dolore. Non si tratta di una gioia ingenua, ma di una conquista che passa attraverso l’accettazione della fragilità. Il mondo dello scrittore francese è popolato di figure umili, fiori e frammenti di natura che diventano i suoi veri interlocutori.
Altro fondamentale testo, per me, è “Francesco e l’infinitamente piccolo”, non una biografia del santo di Assisi, ma un ritratto della sua leggerezza. E poi ”Resuscitare”, “Un azzurro che non mente”, “Abitare poeticamente il mondo”, ma c’è ancora tanto da esplorare di questo autore e per questo ringrazio la giovane casa editrice salentina Animamundi, Giuseppe Conoci, Maddalena Cavalleri, Laura Majocchi e tutti coloro i quali partecipano a questo ambizioso progetto editoriale, per il grande coraggio e la visionarietà che hanno avuto, rendendo Bobin scrittore caro a molti italiani.
Cosa vive, oggi, di Bobin in un mondo così frastornato?
La partita è aperta. Certamente egli è stato un grande sabotatore della frenesia dei nostri giorni. Con la grazia di un poeta e la precisione di un chirurgo dell’anima, ci ricorda continuamente che il nostro vero scopo di vita è essere presenti nel mondo, essere presenti per riuscire a vivere un fiore di campo come bene più importante di un oggetto velleitario.
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