Sud: I racconti popolari come forza identitaria
di Cosimo Rodia
Nel secondo dopoguerra, col decollo sia dell’industria sia del terziario, il tessuto sociale dell’ultimo lembo della Puglia ha conosciuto lentamente, come altrove, una trasformazione sociale ed antropologica, che ha cambiato anche le modalità dell’uso della parola. A seguito della diffusione dei media e della invasione di internet… la parola come narrazione di storie è venuta meno, soppiantata dalle immagini, spesso stereotipate e costruite in serie e senz’anima, lontane dal mondo della sofferenza. Nella società liquida, la parola ha perso la sua capacità di ricerca e di testimonianza.
Nei racconti popolari di contro, la parola propone una segreta saggezza, le cui radici affondano nella terra e nella civiltà che essa rappresenta. Così, la parola e la scrittura divengono i baluardi ultimi di una sapienza antica volta a scomparire.
I non molti racconti popolari salentini recuperati dall’oralità (Pellizzari, La Sorsa, Bronzini, Rodia[1], Giancane) hanno la forza di rappresentare, con il carico fantastico, con i personaggi, con le vicende umane, una esistenza ambivalente. Da una parte troviamo la riflessione esistenziale sul destino umano, sulle sue sofferenze, il dominio invincibile della morte, in un contesto dissacrante, antiaccademico e atipico: le verità tragiche si presentano con riferimenti e personaggi bassi. Dall’altra vi troviamo la quotidianità col suo sistema di sopravvivenza; ovvero un naturale contrasto alto-basso; il serioso e il comico (grottesco), poi, convivono, per cui è difficile in un racconto cadere nel dimesso o nel sublime.
Per queste ragioni i racconti popolari possono essere un tramite tra presente e passato, recuperando così una civiltà che giace oramai sotto la cenere.
Sono ragioni sufficienti per conclamare l’importanza del recupero dei racconti orali, di quei lacerti che possono ancora essere ascoltati; sicchè è necessario essere archeologi o promuovere queste figure che sono raccoglitori di testimonianze last time: storie che in un arco breve di tempo cadranno inevitabilmente nell’oblio!
È bene considerare il racconto popolare un luogo simbolico, luogo dell’immediatezza dei sentimenti; esempi da non perdere: il ritorno affettivo della famiglia, del vicinato, del paese…; la bellezza dei racconti popolari è quella di prendere contezza di una umanità chiusa, primitiva, con credenze anche pagane; un mondo popolato da vagabondi, sempliciotti, contadini, poveri, santoni, divinatrici… Una civiltà che rievoca una dimensione ancestrale, del contatto diretto tra natura e mistero. C’è nei racconti orali del sud una carnalità compresente al tragico-ironico-comico; è una compresenza per chi conosce il mondo contadino non meccanizzato, forte, viva, caratterizzante. A testimonianza di ciò è possibile trovare nei racconti popolari salentini la personificazione della fortuna, il confronto dialettico col diavolo, la morte antropomorfizzata e capricciosa, oltre ad una autenticità umana in via d’estinzione; infatti, dove sono andate a finire le famiglie allargate, la condanna delle scansafatiche, la santificazione del lavoro, la grande predisposizione all’attesa? Sentimenti che hanno forgiato centinaia di generazioni!
Sicchè il recupero dei racconti e dell’immaginazione popolare sono come recuperare la testimonianza di un’epoca, di una civiltà proprio in senso vichiano-desanctiano, quale espressione della vita civile di un popolo.
In un presente in cui sembrano rubati pure i sogni individuali e dove dilaga l’anomia, non rimane che guardare con approvazione al recupero di una letteratura che affondi le radici in una civiltà capace di avviare un processo di autoconservazione del sé e della fantasia umana; di quella dimensione fantastica che ci permette di rintracciare o di configurare il sovrasenso nella realtà. L’immaginazione dell’uomo preindustriale può essere un grande esempio, una possibilità per combattere la devastante e impersonale globalizzazione proprio col sistema di un microcosmo subregionale. Per quanto debole, è una strada da esperire!
In copertina opera di Tina Quaranta.
[1] Di Cosimo Rodia ricordiamo: Il mondo che non c’è, 1998; Le fiabe dell’alto Salento, 2008; Fiabe e leggende di Terra d’Otranto, 2014; Non ci posso credere – Racconti e misteri dell’Altrove, 2015; Ti racconto il Sud – Fatti, fiabe e leggende della tradizione orale, 2018).
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