Scrittura con vista di Abele Longo, Terra d’ulivi edizioni, 2023
di Cosimo RodiaScrittura con vista è una raccolta poetica che coniuga poesia civile e scavo interiore in una forma compatta e originale, senza compiacimenti estetici: è una poesia che interroga e accusa.
Le quarantasette composizioni potrebbero essere racchiuse in due insiemi tematici. Nel primo raggruppiamo le poesie civile, quelle engagée, che si presentano nel volume in ordine sparso; così, Abele Longo sciorina, con uno sguardo apparentemente distaccato, le bambine africane avviate alla prostituzione, evocate come figure simboliche astratte, ma che si rilevano presenze che chiedono responsabilità. La rappresentazione della povertà di fronte alla quale bisogna aprire gli occhi: L’immagine del vapore che sale dai tombini di New York diventa metafora di ciò che è evidente e tuttavia ignorato; la poesia allora diventa gesto di verità. In “Cortile Cascino” troviamo l’eco della battaglia contro le sperequazioni sociali, con la lezione di Danilo Dolci che contribuì a far abbattere a Palermo il quartiere della vergogna. Più testi poetici ci parlano delle violenze sistemiche del patriarcato: «La donna dal sonno pesante/ mangia pane raffermo nell’acqua/ e sale acquieta ogni ansia/ abbassa la testa […]», poi quando il marito muore le appare ancora da morto a opprimerla. Le immagini di relazioni senza reciprocità mostrano un mondo in cui «fuori sembra che tutto proceda come sempre», mentre dentro si consuma un’erosione silenziosa. Particolarmente intensa è l’istantanea dell’incomunicabilità di coppia in “Room in New York (Edward Hopper)”; e ancora una volta la città, con il suo brulichio impersonale, diventa teatro simbolico: la metropoli come spazio di simultaneità e solitudine. Qui la poesia non indulge in sentimentalismi, sceglie piuttosto un dettato spoglio, quasi ruvido, in cui la drammaticità nasce dalla sottrazione.
Nel secondo insieme raggruppiamo le poesie che sviluppano un itinerario esistenziale dalla forza evocativa, dove il dettato si stende con una migliora resa lirica.
Il tempo è percepito da Longo come uno sbriciolarsi di giorni lungo un piano inclinato, con la sensazione di scivolare senza appigli. Passato e presente si sovrappongono e la memoria non diventa nostalgia consolatoria, ma campo di tensione.
Il Sud delle origini, il paese che custodisce l’infanzia emerge come luogo mitico e insieme ferito (e qui la vicinanza con Bodini, Bene, Winspeare); l’«odore acre di pesce putrefatto» incrina ogni idealizzazione: il ricordo è corporeo, sensoriale, non edulcorato. Le fotografie, gli incontri, le attese assumono un valore quasi metafisico: sono istantanee che sospendono il tempo, ma nello stesso momento ne certificano la perdita. L’attesa diventa cifra dell’esistenza, spazio in cui si accumulano sogni e delusioni, Abele Longo lo mostra ancor più in “Origami”, che recita: «Ritagliò la sua immagine/ nella pioggia di foglie/ a cavallo di una statua equestre/ per strada un ragazzo vestito da corvo/ caduto fuori dalla pagina/ cercava un impossibile ritorno/ lei ha gli anni di sua madre/ il ragazzo torna ad essere ragazzo/ una vita senza riconoscerne i segni/ lacrime che pungono l’occhio tenero/ macchie che vagano sulle apparenze»; ovvero, potrebbe tornare il tempo dell’infanzia, ma questo mondo non ne riconoscerebbe i sogni.
Molto suggestivi i passaggi dedicati alle partenze dal Sud verso le mete del riscatto: «l’olio sistemato in valigia» è un dettaglio domestico che racchiude un intero universo affettivo; è la radice che si porta con sé, la promessa di un ritorno possibile. Eppure, nel ritorno, il mondo non riconosce i sogni che la distanza ha alimentato, il Sud rimane segnato da storie patriarcali e da donne soccombenti, quasi a ribadire la difficoltà di spezzare antiche catene.
La lirica che chiude la raccolta: “Era d’estate” sembra un testamento esistenziale: «Era d’estate/ voi sedute sull’erba/ una felicità grande/ che mi sfugge/ la paura che mi soverchi/ una pioggia sottile/ e prepari l’anima/ a morire»; la vita sfugge mentre ci avviciniamo alla morte, e tuttavia continuiamo, paradossalmente, a inseguire almeno un lampo di felicità. Qui la raccolta tocca una delle sue punte più alte: la consapevolezza del limite non si traduce in nichilismo, ma in un gesto di resistenza ostinata.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura è nervosa, tesa, cruda, con versi ellittici del predicato e con una predominanza di sostantivi, producendo frammentazione e densità: ogni parola pesa, ogni immagine si staglia con forza su uno schermo ora a colori ora in bianco e nero; e la lingua sembra correre più veloce della sintassi, come se il pensiero dovesse afferrare la realtà prima che sfugga.
A me pare che il merito della raccolta stia proprio in questo intreccio tutto personale di contenuto e forma: la scelta di un dettato spoglio, a tratti “impoetico”, diventa gesto etico; forse, non c’è volontà ad abbellire il dolore, né di trasformarlo in oggetto estetico; l’autore, da studioso mite qual è, non cerca dunque l’applauso ma l’ascolto profondo, per fare i conti con il mondo e con noi stessi senza giustificazioni.
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