La delicata poesia per bambini di Roberto Piumini

di Cosimo Rodia

 

Tra le voci più autorevole dei poeti per bambini troviamo certamente quella di Roberto Piumini, che affronta temi diversi (dall’infanzia alla figura materna, dalla natura agli animali, dallo scorrere del tempo alla fantasia; dalla multiculturalità al rispetto delle regole…), ognuno trattato come un “giocattolo”, che favorisce l’attività ludica e fa riflettere.

Il modo in cui Piumini tratta il tema dell’infanzia dà subito la cifra dello stile e del modo di scrivere. Estrapoliamo dalla sua copiosa produzione alcuni testi; nella raccolta Poesie Piccole (Mondadori, 2008) troviamo la sezione “Giochi di un giorno” con una poesia iniziale in cui una bambina appena svegliata, si chiede cosa fare della giornata iniziata:

Questa mattina

chi m’ha svegliata?

Mamma in cucina

o cane nel prato?

Chi ha rubato

il mio bel sonno?

Treno passato

o tosse di nonno?

Ma ormai giacchè

mi sono svegliata

guardo com’è

questa giornata:

se sole splende

farò un giretto,

se pioggia scende

ritorno a letto.

È un bel modo gaio di misurare idealmente lo scorrere del tempo. Al termine della raccolta, vi è poi una poesia che racconta il sogno fatto da una bambina, mentre va a dormire dopo una lunga giornata:

Quando io dormo, sogno.

Sogno che volo, sola,

senza nessun bisogno

sopra un’isola viola.

E dall’isola viola

mi vien su una voce:

io non sono più sola

e volo giù veloce.

Io volo giù veloce

su un sentiero di seta: […]:

mi sveglio un poco inquieta

e qui finisce il sogno.

Filastrocca un po’ più riflessiva e tenera è quella in cui Piumini mostra un bimbo che si guarda allo specchio e si interroga sulla propria identità:

Specchio specchio trasparente

son qualcuno o sono niente?

Specchio specchio luminoso

son qualcuno o sono un coso? […]

Specchio specchio dei miei giochi

quattro anni non son pochi?

L’autore ha una capacità sorprendente di creare quadri in rima, in cui traspare la gioia, nonostante dubbi e incertezze opprimano i bambini mentre crescono.

Ad essere oggetto di poesia sono anche oggetti o cibo, apparentemente distante dal mondo della scrittura, così Piumini scrive Non piangere cipolla (Mondadori, 2005) e costruisce “gustose” filastrocche, parlando di piatti e ingredienti, affascinando i bambini (e incantando i grandi).

Piumini si muove tra serio e faceto. Ad esempio, l’attenzione che presta allo scorrere del tempo ci sembra interessante per come portare per mano il bambino a prendere consapevolezza di essere inserito in una ruota temporale, in cui la natura, i colori, le atmosfere cambiano. In Canzoni della sera (Mondadori, 2008) si legge:

[…] Alle diciotto scende il sole

dietro il monte d’occidente,

per un po’ mi lascia solo:

va a scaldare l’altra gente […].

In Ballata dei mesi i protagonisti sono le stagioni:

Gira, gira, gira il mondo

va la Terra attorno al Sole:

l’anno è un tempo tondo,

fatto di molte parole.

Quando nascono i fiori

primavera lo si dice.

Quando i frutti son maturi

è l’Estate, età felice.

Quando cadono le foglie

noi autunno lo chiamiamo,

e finchè il gelo si scioglie

nell’inverno ci troviamo […].

In Quieto Patato (Nuove Edizioni Romane, 2010) è possibile perdersi piacevolmente in poesie-racconto in cui la fantasia crea cavalieri, navi, temporali, pirati…, che diventano tanti personaggi di avventure desiderate; peripezie svolte solamente con l’immaginazione, stando nel luogo protetto e conosciuto della casa. La poesia che dà il titolo alla raccolta Quieto Patato utilizza un aggettivo per qualificare un corpo rilassato:

Mercato

vendimi

il mattino

un sole giallo melone

un’aria fresca insalata

un corpo allegro ravanello.

Mercato

vendimi

il pomeriggio.

Il sole arancio arancio

un’aria dolce anguria

un corpo pieno pomodoro.

Mercato

vendimi

la sera.

Una luce chiara mela

un’aria buia uva

un corpo quieto patato.

Una bella rappresentazione del giorno nelle sue diverse fasi, ritratte con un gioco sottile e registrate utilizzando similitudini senza il come; il poeta costruisce figure ardite nelle associazioni: un corpo allegro come un ravanello, o come in un corpo quieto come patato; le similitudini servono a rappresentare le sfumature diverse che assume lo stesso giorno nel suo nascere e morire.

La poesia immagina che ci sia un “mercato” in cui comprare le diverse tonalità del giorno; è bello far pensare al bambino che si possano acquistare le cose desiderate: il giorno sarà così vissuto appieno.

Per non parlare dei racconti fantastici scritti in versi da Piumini, di cui era maestro Tofano; ricordiamo la Carovana per Tararit, una formidabile cantilena, da cui si sprigiona un alone fiabesco, accentuato dalle iterazioni di interi versi; è una narrazione che conserva qualcosa di magico: un bambino chiede ad un vecchio saggio quale sia la meta della carovana nel deserto; il saggio gli risponde che vanno verso una sorgente. La risposta è semplice, ma è il modo in cui è data che la rende unica; l’andare della carovana ha in sé un incedere religioso.

Ma la poesia in cui maggiormente Piumini presenta la capacità di creare personaggi e avventure è Il poeta è pirata. Qui il poeta, con la sua penna a vela, è capace di aprire scenari di viaggi ampi e perigliosi su oceani (di carta o sulla carta); sale su una nave corsara, compie arrembaggi, affonda navi, cattura una splendente ragazza dai capelli blu; giunge su un’isola segreta dove riposa (quiete meritata dopo i perigli!).

Tra i tanti quadri proposti da Piumini, ci piace ricordare il personaggio “Ser Maraffo”, che sembra avere delle ascendenze tofaniane o rodariane nel presentare in modo ironico-umanistico un’avventura evidentemente antimilitarista. Ser Maraffo è infatti un cavaliere equipaggiato di tutto punto; quando la sua armatura è macchiata dalla cacca di una cornacchia, si cala in un ruscello per lavarsi, ma per la pesantezza delle ferraglie, vi rimane fino ad arrugginire con la sua corazza: una fine ingloriosa per un valente cavaliere!

Tante figurazioni e tante avventure tutte immaginate, come a dire che l’immaginazione permette di compiere esperienze stando seduti.

La raccolta Io mi ricordo (Nuove Edizioni Romane, 1988) è sulla linea ideale di Quieto patato.

Le paure dei bambini da cui scaturisce la capacità di modificare la realtà (anche se solo sul piano del pensiero) le troviamo Nella casa della paura:

Nella casa della paura

Sembra inchiostro l’acqua pura

Sembra un pipistrello il fiore

I minuti sembrano ore.

Nella casa dello spavento

Sembra molle il pavimento

Sembra un rospo la saliera

E un serpente la ringhiera […].

Quando la paura passa e la fase dell’immaginazione si esaurisce, ogni cosa riprende il proprio aspetto naturale e la casa ritorna ad essere tranquillizzante, grazie ai Cento amici che l’invadono portando luce e vento.

Certamente l’aspetto più avvincente e caratteristico di questa poesia è l’approccio ludico, che rende i testi seducenti.

Una poesia con una cadenza regolare per via dell’uso del senario (quindi di un parisillabo) e poi tutta giocata sulla consonanza, sulle parole omonime, sull’interazione a inizio verso di “con” o “la”.

Il gioco della consonanza è ancora più marcato in Zanzara:

Senza

violenza

o impazienza

lei ronza

nella stanza,

senza

veemenza

virulenza,

irruenza,

svolazza

a zonzo:

imprudenza,

anzi

incoscienza,

demenza,

nell’azzurra sera,

essere senza zanzariera.

La forte allitterazione crea una potenza fantastica, tanto che la ripetizione della z fa quasi percepire il ronzio dell’insetto; l’insistenza della z quasi dà la stessa sensazione di fastidio che di fatto procura l’insetto.

La dimensione ludica aperta con Rodari certamente trova un continuatore ideale in Piumini, anche se nel poeta bresciano la parola si carica di musicalità, di senso e principalmente si arrotonda, grazie all’intervento sapiente dell’artigiano-buono di parole.

La narrazione di storie in versi è un altro aspetto che rende Piumini una figura ineguagliabile. Ricordiamo a titolo esemplificativo: Il cuoco prigioniero (Nuove Edizioni Romane, 1985), un testo teatrale tutto in versi per lo più in rima baciata. Una storia formidabile di un valente cuoco, Antonio Gimbellino, da tutti chiamato Totò Sapore; per la sua bravura diventa cuoco del re Borbone, il quale grazie ai piatti di Totò riesce a concludere affari vantaggiosi. Un giorno degli ospiti francesi trovano un capello nello stufato di cervo e Totò Sapore è imprigionato; riesce a scappare due volte ed è ripreso, fino a quando chiede grazia o morte con una scommessa; Totò al re Borbone chiede:

Scommettiamo, Maestà,

che se cucinerò

un cibo che sia tondo

come il mondo,

né primo né secondo

né carne né pesce,

colore del mare e della terra

colore della pace e della guerra,

caldo come l’inferno

e profumato come il paradiso,

cibo così gustoso

che chi lo assaggia lo vorrà in eterno:

e se lo saprò cucinare più in fretta

che a far la pastasciutta:

e se un tale cibo vi piacerà

più di ogni altro che abbiate mai assaggiato,

allora, chiedo di essere liberato.

Totò inventa la pizza napoletana, tutti la gustano, vince la scommessa e torna libero. Una storia avvincente con colpi di scena e intrighi e principalmente con un linguaggio frizzante, capace di coinvolgere adulti e giovani lettori.

Di riguardo è anche l’altra prova, con la crestomazia Foreghet (Einaudi Ragazzi, 1994) un libro con tre racconti in versi (Foreghet, Gimbo, Estela a Cavallo) in cui il poeta gioca con i suoni, con il ritmo, con la misura e la sorpresa delle parole.

Diamo conto solo di Foreghet, fiaba in versi; è la storia di un fabbro, Traun, un mostro crudele, che dopo aver sposato la bella ed eterea Nesirel, la segrega in casa. Un giorno Traun si allontana e la sua bella figlia Foreghet spinge la madre ad uscire affinchè ammiri alla luce del sole i suoi bei capelli. Nesirel si lascia convincere, esce e tanta bellezza l’uccide. Quando Traun torna, tumula la moglie e rinchiude in casa la figlia, fino a quando non sia morta. Nel frattempo giunge un forestiero che ingaggia una scommessa col fabbro che si considerava il più grande dei bevitori: in caso di vittoria avrebbe ricevuto la chiave per aprire la cassaforte del re. Il viandante con uno stratagemma vince la sfida e Traun gli consegna la chiave, con cui il viandante apre anche la serratura della sua casa; quando il brigante-forestiero viene a sapere che vi è rinchiusa la figlia, la libera e partono insieme. La fiaba si chiude con Foreghet che chiede al viandante dove sia diretto:

Disse il brigante: “Non so dove.

non vado verso un luogo: verso un tempo

vado”. E lei: “Che tempo?” E lui rispose:

“Maggio”. “Vengo con te – disse  Foreghet – 

Mi piace questo viaggio”.

È una fiaba dalle atmosfere grimmiane con l’astuzia del viandante, che anziché bere, svuota il vino in una sacca nascosta, trovata comune alle fiabe della tradizione orale[1].

Tante prove con sfumature diverse che danno conto di uno scrittore poliedrico e importante nel segnare la maturità raggiunta dalla letteratura per l’infanzia.

 

 

[1] Una trovata simile si trova nella fiaba pugliese Luigi e nonno orco, cfr. C. RODIA, Fiabe dell’alto Salento, Edizioni Pugliesi, Martina Franca 2008, pp. 67-70.

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