Il progresso in soffitta

di Sandro Marano

 

“Il progresso in soffitta: l’ecologismo di destra di Dimensione ambiente e dei Gruppi di ricerca ecologica (1977-1981)” è il titolo di un saggio del ricercatore David Bernardini che collabora con l’Università di Milano, apparso sul n. 304 di aprile 2024 della rivista “Italia contemporanea”. L’espressione colorita e significativa che compare nel titolo: “il progresso in soffitta”, è ripresa dal primo numero della rivista “La voce della fogna” uscita nel 1974 e diretta da Marco Tarchi, nella quale si rifiutava il mito del progresso con l’augurio che finisse per l’appunto in soffitta.

Diciamo subito che il saggio è un brillante esempio di come dovrebbe essere condotta la ricerca storica, cioè senza pregiudizi ideologici e lasciando parlare la cospicua documentazione rinvenuta, tra cui figurano, oltre che numerosi e svariati saggi, articoli di riviste e di giornali e documenti d’archivio, perfino passi di corrispondenza, come ad esempio quelli di una lettera di Alfredo Cattabiani all’amico Giano Accame.

L’autore esamina approfonditamente il rapporto intercorso tra ecologismo e destra radicale tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso con particolare riferimento a quell’area del MSI (Movimento Sociale Italiano) che faceva capo a Pino Rauti, analizzando in particolare le riviste “Dimensione ambiente” (1977-1988) e “La voce della fogna” di Marco Tarchi, i primi anni di attività dei GRE (Gruppi di Ricerca Ecologica) e l’esperienza dei tre campi Hobbit, che si svolsero a Montesarchio nel giugno del 1977, a Pacentro (AQ) a giugno del 1978 e a Castel Camponeschi (AQ) a luglio del 1980 (luoghi scelti appositamente distanti dai grandi centri urbani).

Il saggio di Bernardini ha soprattutto il pregio di aver delineato un’ampia ed esaustiva panoramica dell’ecologismo promosso e portato avanti da settori della destra radicale, affrontando un tema che, nonostante rivesta attualmente un grande interesse nel dibattito scientifico internazionale, è rimasto tutto sommato ai margini della nostra storiografia.

Tra le figure prese in esame spiccano quelle di Pino Rauti e di Alessandro Di Pietro. Il primo, riprendendo spunti già presenti in Julius Evola, presentando la mozione “linea futura” durante il congresso di Roma del MSI (13-16 gennaio 1977), incoraggiò un’intera generazione di giovani militanti ad abbracciare la battaglia ecologica, contestando «l’urbanismo e le megalopoli, prendendo posizioni sul modello di sviluppo neocapitalistico, consumistico e alienante». Il secondo, giovane biologo romano del CNR di area rautiana, tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977 pubblicò “Dossier ambiente”, un agile volume in cui rifiutava il primato dell’economico alla luce della questione ambientale e accusava la modernità di aver prodotto il degrado ambientale e umano con i suoi falsi miti del progresso, della moltiplicazione dei bisogni, della corsa al guadagno.

L’8 maggio del 1978 nacquero ufficialmente come associazione i GRE grazie ad Alessandro Di Pietro e a Rutilio Sermonti. Come osserva Bernardini, dal punto di vista organizzativo i GRE erano una novità per la destra radicale perché svolgevano la propria attività in seminari di studio, concorsi fotografici, conferenze nelle scuole ed azioni per mobilitare l’opinione pubblica. Essi, in buon sostanza, mettevano in pratica l’idea rautiana della conquista della società civile secondo una strategia che fu definita “gramscismo di destra”.

Autori importanti per la destra ecologista di quel periodo, oltre Evola, furono Konrad Lorenz, specialmente per il suo saggio “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà” uscito presso Adelphi nel 1974; e Tolkien che col suo romanzo “Il signore degli anelli”, edito da Rusconi dietro insistente suggerimento di Alfredo Cattabiani, allora suo direttore editoriale, offriva alle giovani generazioni della destra radicale una visione del mondo e della vita nella quale riconoscersi, lasciandosi alle spalle la mitologia fascista in favore di una una mitologia fantasy.

Ciò che caratterizzò l’approccio all’ecologia della destra neofascista fu, come nota l’autore, lo sforzo di tutelare l’ambiente naturale partendo da una radicale contestazione dei valori della modernità e da una critica ad un errato modello di sviluppo. Tutela dell’ambiente e critica della modernità in buona sostanza – sostenevano – non possono che andare insieme all’interno d’una visione del mondo organica e spiritualista.

Il saggio di Bernardini in definitiva si segnala non solo perché tratta una pagina di storia politica poco trattata dagli studiosi e poco conosciuta dal grande pubblico, ma anche perché consente di guardarsi dall’errore di ritenere l’ecologismo legato necessariamente alla sinistra.

 

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