Artemisia: simbolo di coraggio e talento

di Valeria Liuzzi

 

Artemisia Gentileschi è una delle rare pittrici italiane da apprezzare nella storia dell’arte. Nacque a Roma nel 1593 da Prudenzia ed Orazio Gentileschi anch’egli pittore di origine pisana che lavorerà prevalentemente nella città eterna per aristocratici e clero, anche in Toscana, Francia e nella città di Londra. I dipinti di quest’ultimo sono caratterizzati da influenze tardo-manieristiche toscane (uso del disegno preparatorio come impalcatura dell’intera composizione, colori delle volte innaturali, figure dal dinamismo michelangiolesco) ed in maturità subirà il fascino del naturalismo caravaggesco. Nei dipinti di Gentileschi padre è da apprezzare la sottigliezza dell’impasto dei colori che conferisce morbidezza simile alla seta alle pieghe delle vesti dei personaggi rappresentati. Michelangelo Merisi di Caravaggio sarà un suo amico e spesso si recherà nella bottega di Orazio per chiedergli in prestito “ali di angelo”, “saio da frate”, pezzi di stoffa rossa e giallo ocra per organizzare delle scenografie da rappresentare su tele. Caravaggio ritrarrà Orazio nelle vesti di Matteo: esattore delle tasse nel dipinto “La Vocazione di San Matteo” posto nella Cappella Contarelli, nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma insieme ad altre due straordinarie tele: “San Matteo e l’angelo” ed “Il Martirio di San Matteo”. La bottega ed abitazione di Orazio Gentileschi si trovava nel quartiere degli artisti che sorgeva tra P.zza del Popolo e via della Ripetta a Roma. L’abitazione in via della Croce si caratterizzava da una stanza luminosa su un piano rialzato prospicente la strada, quest’ultima era adibita a bottega d’arte ed un tramezzo in cui erano collocate le stanze da letto e la cucina. Orazio insegnerà a dipingere fin da bambina sua figlia che mostrerà subito doti eccellenti, la stessa amava suo padre in modo viscerale e avrebbe fatto di tutto per emularlo. Artemisia fin da otto, nove anni sapeva pestare e preparare i colori, bruciare gli olii, preparare le basi su tela e completare alcuni quadri commissionati al padre e fu la primogenita a cui seguirono tre fratelli maschi: Francesco, Giulio, Marco. Purtroppo la madre della Gentileschi morì di parto insieme al suo ultimo figlio partorito dopo Marco lasciando le sue creature alle cure del marito Orazio e della giovanissima Artemisia che da quel tragico momento dovette occuparsi anche dei suoi fratelli. Francesco e Giulio, inoltre, furono avviati dal padre al mestiere della pittura ma non mostrarono le stesse doti della figlia femmina. Di ciò Orazio si crucciava e si chiedeva perché proprio la femmina dimostrasse tanta predisposizione e talento in pittura, poi rifletteva ulteriormente autoconvincendosi con orgoglio di padre che Artemisia sarebbe stata per sempre un aiuto prezioso per lui, il suo doppio, il suo prolungamento.  Le donne nel ‘600 e nei secoli successivi fino alla fine dell’800 non erano ammesse nelle botteghe e nelle accademie non perché avessero meno talento degli uomini, semplicemente la pittura ad esempio, non era considerata un mestiere femminile. Ma il caso di Artemisia è stato diverso da altre donne in quanto viveva a contatto con un artista, suo padre.   Orazio divenne anche amico del pittore paesaggista Agostino Tassi nel lavorare insieme per gli affreschi del Casino Borghese, giardino del cardinale Scipione Borghese: Apollo e Muse dipinte dal Gentileschi e scenografie di esterni in prospettiva dal Tassi. Così da buon padre e maestro d’arte chiese gentilmente al suo collega se avesse potuto fornire lezioni private su tecniche prospettiche alla talentuosa figlia della quale era particolarmente geloso. Agostino Tassi definito nella Roma dell’epoca “lo smargiasso” accettò volentieri. Purtroppo si recò spesso nella bottega di Orazio in sua assenza e stuprò la giovane Artemisia. In seguito continuò a frequentare la stessa abitazione e convinse la sua vittima che l’avrebbe sposata al più presto con un matrimonio riparatore mettendo fine a qualsiasi pettegolezzo. Le voci della tresca in casa Gentileschi giunsero fino al padre che seppe del Tassi già sposato e quindi impossibilitato a contrarre un matrimonio riparatore con sua figlia. Così per ostacolare il disonore caduto su di sé e sui propri familiari denuncerà di violenza carnale il Tassi a cui seguirà un processo molto più umiliante della violenza subita per Artemisia. Nel ‘600 anche le vittime venivano sottoposte a delle torture affinchè i giudici potessero emanare i propri giudizi in forme oggettive. Ad Artemisia le fu chiesto in sede di processo di incrociare mani e braccia sul petto ed ogni singolo dito di entrambe le mani furono avvolte da cordicelle che venivano strette sempre di più alle sue spalle da un aguzzino che girava lentamente un randello fino a stritolarle le falangi: doveva raccontare durante il martirio come fossero andati veramente i fatti. Tale pena si chiamava “il supplizio della sibilla” e lo strumento di lavoro di Artemisia per impugnare matite e pennelli fu compromesso per un certo periodo di tempo, in seguito recuperato. Da sempre le donne fino ai nostri giorni, in una società maschilista, devono dimostrare la propria totale estraneità, il non coinvolgimento emotivo ad abusi subiti. “Lo smargiasso” fu condannato all’esilio dalla città di Roma ma grazie ad amicizie di rilievo continuò a lavorare indisturbato nella città dello spettacolare Barocco mentre Artemisia contrasse un matrimonio riparatore con Pier Antonio Stiattesi, modesto pittore fiorentino la cui famiglia di sarti era conosciuta da Orazio Gentileschi. Gli sposi dopo la cerimonia religiosa si trasferirono da Roma a Firenze. Nella colta città toscana Artemisia organizzò il suo studio d’arte, fu apprezzata ed onorata alla corte medicea, entrò a far parte di un cenacolo di intellettuali divenendo amica di Michelangelo “il giovane” nipote del grande Michelangelo Buonarroti, di Galileo Galilei ed è stata la prima donna a far parte dell’Accademia di disegno e pittura a Firenze. Il suo stile pittorico si ispira a quello di Caravaggio, è una caravaggesca per il forte contrasto tra luci ed ombre, per l’impostazione teatrale delle composizioni, per la rappresentazione cruda e sincera dei sentimenti umani, ma i suoi personaggi sono più intensi e coinvolti nelle scene trattate rispetto ai dipinti di Caravaggio. Quest’ultimo affermava: “I pittori si incaponiscono ad inondare tutto di luce, quando è l’oscurità che fa emergere la forma delle cose, che conferisce loro vita”.

Nel dipinto dal titolo: “Giuditta che decapita Oloferne” (1620 – 1621, olio su tela, 162,5 x 199 cm. Galleria degli Uffizi – Firenze), Artemisia mostra l’eroina biblica che taglia la gola del generale assiro con forza, coraggio e veemenza, mentre l’ancella l’aiuta a tenerlo fermo. Neanche il sangue che zampilla in abbondanza riesce a fermarla. Vent’anni prima Caravaggio aveva ritratto lo stesso episodio biblico: in quest’ultimo dipinto, Giuditta esprime disgusto, arricciando le sopracciglia e cercando col busto di tenersi lontana. Non c’è la violenza, il coinvolgimento emotivo del quadro di Artemisia che esprime con questa caratteristica il desiderio di vendetta per quella violenza carnale subita da Agostino Tassi e gli stessi protagonisti del capolavoro sono: la Gentileschi nelle vesti di Giuditta e il Tassi nelle vesti di Oloferne.

Giuditta ed Oloferne di Caravaggio

In copertina: Giuditta ed Oloferne di Artemisia Gentileschi

 

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