Sull’utilità o inutilità della poesia

di Sandro Marano

 

È utile la poesia? è inutile? E soprattutto: oggi, serve a qualcosa la poesia? Forse ad avere successo? ad accumulare ricchezze? Queste domande vengono proposte frequentemente, e magari con sufficienza, dall’uomo della strada e da quegli intellettuali oziosi, che con una pittoresca espressione del dialetto barese potremmo definire “fridd in pitt” (letteralmente: freddi in petto, cioè, italianamente, esangui). E certamente se dovessimo misurare l’utilità della poesia nei termini posti da queste domande, potremmo tranquillamente convenire che la poesia serve a ben poco.

Ma – e qui ci viene in soccorso la filosofia – che cos’è veramente utile nella vita? Se mi trovo sbalzato in mare dalla barca su cui mi trovo per un’ondata anomala mi servono i conti in banca? Mi serve la fama acquisita con le mie apparizioni televisive? O piuttosto mi serve saper nuotare?

Ricordiamo a questo proposito cosa scrive il filosofo spagnolo Ortega y Gasset (che lo diceva a proposito della necessità o utilità della filosofia, ma vale, a mio avviso, anche per la poesia): «In un piccolo cortile d’Oriente si alza dolce e tremula, con il gorgoglio d’una fontana, la voce suadente di Cristo che ammonisce: “Marta, Marta, una sola cosa è necessaria”. E con ciò alludeva, di fronte a Marta affaccendata e utilitarista, a Maria amorosa e superflua».

In verità, prosegue Ortega, nella vita questa opposizione tra l’utilissima Marta e la superflua Maria non ha ragion d’essere. Sono due aspetti egualmente necessari. Accanto alle varie utilità della vita pratica c’è infatti una necessità vitale, per la quale ciascun essere non può che essere ciò che sente intimamente di essere: se per il pesce è necessario nuotare, per l’uccello volare, per l’uomo, che pensa ed ama e soffre, è necessario filosofare e fare poesia.

Filosofia e poesia non sorgono per un particolare vantaggio, o peggio per un capriccio, ma sono strutturalmente necessarie per l’uomo, hanno entrambe a che fare con la parola, con la comunicazione, col senso profondo che diamo alla vita. E ambiscono a cogliere qualcosa di più grande, di più profondo, di più vero della propria individualità: entrambe infatti sorgono in relazione alla caducità della vita, alla precarietà delle esperienze, degli incontri, degli amori.

È dunque il sentimento del tempo che apre la porta al pensiero e all’arte. Se infatti ci chiediamo: tutto va perduto nel corso del tempo? Possiamo rispondere:  no, perché fortunatamente c’è la poesia, che è «la dimora della nostalgia, intima e cosmica» (Marcello Veneziani). La nostalgia – ha ragione Veneziani – è il sentimento originario che muove l’arte, il pensiero, la grande letteratura. E la filosofia e la poesia non sono forse, a ben vedere,  un’aspirazione a ritrovare quello che abbiamo perduto o di cui sentiamo la mancanza? Non cercano entrambe di racchiudere l’universo in un guscio di noce?

Se Ortega in Che cos’è la filosofia? dice: «questo è filosofare, dare al mondo la sua integrità», cioè trovare per la parte, per il frammento che noi siamo, «un tutto in cui alloggiare e riposarsi», che è poi il mondo, l’universo, il divino; Ungaretti, dal canto suo, scrive ne L’allegria: «Il mio supplizio/ è quando/ non mi sento / in armonia». Certo, se  la filosofia e la poesia sono entrambe linguaggio carico di significato e il loro obiettivo è comune, le strade che percorrono sono diverse. Quel che la filosofia tenta con i concetti, la poesia persegue con gli strumenti dell’arte. La prima è attenta soprattutto a quel che comunica, la seconda a come comunica. La filosofia è parola che abbraccia la ragione, la poesia è parola che si accompagna all’emozione; la filosofia è forma ragionata di linguaggio, la poesia è «la forma più sintetica di espressione verbale» (Ezra Pound).

In conclusione vorrei raccontare un aneddoto.

Un conoscente incontrato per strada con aria canzonatoria mi fa: «la poesia! oggi poi! A che serve? I giovani d’oggi vanno dietro alle novità tecnologiche, hanno ben altro cui pensare, tutt’al più si interessano di scienza o di economia!».

L’obiezione sollevava questioni di non poco conto, in particolare quale sia il posto nell’arte nella vita dell’uomo e nella nostra società. E ricordo che già Aldo Palazzeschi con divertita ironia avvertiva che «gli uomini non domandano più nulla dai poeti».

D’altronde, al giorno d’oggi, per il poeta è difficile serbarsi fedele alla sua vocazione, tenere accesa la fiaccola d’una diversa sensibilità, dal momento che si trova soffocato tra il mondo delle macchine e le aspirazioni consumistiche delle masse. Avrei potuto rispondere dottamente con Mircea Eliade che nella poesia possiamo cogliere «una rivolta contro il tempo storico, il desiderio di accedere ad altri ritmi temporali diversi da quelli in cui si è costretti a vivere e a lavorare». Ma andavo di fretta e non volevo rischiare d’essere pedante. Mi accingevo a farfugliare una risposta qualunque, quando il caso mi viene in soccorso. Ci passa accanto una magnifica ragazza. Tutti gli occhi sono per lei. Subito esclamo: «Oh la donna dall’amore tenero e ardente, dolce, pensosa e bruna, mai stupita». «Bello!», non si trattiene dal dire l’amico, «non saprei dire meglio». «Sono due versi di Verlaine!», gli dico con malcelata soddisfazione.

Ecco, la poesia a questo serve, a dire meglio le cose.

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