Tramonti di Cosimo Rodia, Artebaria editore

di Daniele Giancane

 

Il sentimento che ispira fondamentalmente questa silloge di poesia di Cosimo Rodia è certamente quello della solitudine, lessema che ritorna sovente in questi testi: rammentiamo soprattutto “Mi deflagra”: Deflagrano nel petto/della mia solitudine…,”La solitudine”, “Lo stadio zero”: È lo stadio zero dell’umanità/la solitudine, “Nel mio deserto”: Nel mio deserto/sono incapsulato in un cumulo/di solitudine.

Il tema della solitudine torna – in altre sembianze linguistiche – anche altrove: è il corrispettivo del “deserto”: Attraverso già il deserto…, il cui attraversamento porta in campo la grande metafora del “viaggio”.

Il poeta, bruciato da un amore che lo attraversa e lo distrugge, lo appassiona e lo allontana, si sente sull’orlo di un precipizio, tra la disperazione, il rammemoramento, la speranza che ancora qualcosa possa riaccendersi: Ti potrebbe ancora amare/chi ti ha amato/per i nuovi/sarai una figurina/di un album privato scrive con parole accorate.

Direi che i temi  centrali di questa raccolta (la solitudine, il deserto, l’amore, la disperazione, l’inquietudine) riportano in larga misura ad una dimensione ‘mistica’ del rapporto col mondo: il poeta utilizza gli stilemi e gli stati d’animo del cercatore di Dio, che si muove fra fioche luci, improvvise illuminazioni, terribili delusioni, profonde incertezze. L’amore è qui – alla fine – un sentimento totale e assoluto, che appunto, in questa assolutezza, ricorda i poemi dell’iraniano Rumi  e i canti biblici, lo stilnovo e il romanticismo.

Eppure (ma anche in questo non è lontano il ‘Cantico dei cantici’) il Nostro si riferisce spesso alla corporeità: I corpi raccontano storie, sino alla relazione attraverso gli odori, altro elemento assai interessante di questa silloge: “Seguirò l’odore…”,”Gli odori, amore/sono, a volte, come il balsamo…”, ”L’odore del roseto”.

Ora, basterà ricordare gli studi di Galimberti sul corpo come unico strumento di relazione tra sé e il mondo, per scoprire la verità della poesia del Nostro, che d’altra parte si avvale anche di parole come ‘balsamo’: Il tuo balsamo cerco come unica via al superamento dell’angoscia esistenziale. Come forma di terapia.

Certo, nella raccolta fa capolino anche il mare, visto come elemento minaccioso ma anche come metafora di un allontanamento dell’oggetto amato. Eppure, in questo periglioso viaggio alla ricerca della serenità, il poeta intravede – come in una delle ultime poesie del libro, la possibile conclusione (per quanto temporanea, poiché il viaggio è la vita e nessuno può affermare di aver definitivamente terminato l’itinerario verso la verità e la felicità): è certamente il ‘distacco’, quell’atarassia già proposta dai filosofi stoici dell’antichità: lentamente, elaborando il dolore, si può giungere quasi all’indifferenza o comunque a un sentimento di precarietà di tutte le cose.

Noi siamo una meteora, un punto nell’universo e i nostri accadimenti quotidiani sono – alla fine – davvero una piccola cosa. E in questo viaggio verso l’equilibrio di sé nessuno è davvero indispensabile. Siamo noi, con la nostra soggettività, la nostra poesia (in questo caso), la nostra vitalità il vero fulcro della vita. Non si tratta di egoismo, ma solo di presa d’atto che ciascuno deve bastare a se stesso, deve anzitutto  trovare in se stesso le ragioni dello stare al mondo: Ciascuno è solo/sul cuor della Terra/trafitto da un raggio di sole.

Non è pessimismo, è la realtà. Il poeta giunge quindi al distacco o meglio a guardare più a fondo dentro se stesso.

Si tratta davvero di una bella silloge, che si giova di versi splendidi come: “Arrivo amore/anche di notte/e senza luna”,”L’aceto mi brucia le narici”, “È appena l’alba/il cuore cerca/nuovi patimenti”ed altri ancora che resteranno a lungo nella mente del lettore.

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