L’impressionismo antimodernista di Attilio Bertolucci

di Sandro Marano

 

«Coglierò per te
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.»

 

Questa poesia di Attilio Bertolucci (1911-2000), intitolata La rosa bianca e inserita nella sua prima significativa raccolta poetica Fuochi in novembre pubblicata nel 1934 (che fu subito apprezzata, tra gli altri, da Eugenio Montale), è un singolare omaggio alla donna amata, alla Ninetta che il poeta avrebbe sposato di lì a poco e sarebbe diventata la sua compagna per tutta la vita.

Il poeta fa un ritratto della donna, non al presente, ma spostato in avanti nel tempo, di una decina d’anni, quando lei avrà trent’anni, e la paragona ad una rosa bianca: lo scorrere inesorabile del tempo, adombrato nel suo fiorire «nelle prime nebbie» e nelle «avide api» che la visitano (immagine questa che ha una lieve nota di sensualità), nulla potrà togliere alla sua bellezza e alla sua dolcezza, malgrado una qualche smemoratezza del passato. La rosa bianca, come tutte le rose, simboleggia la bellezza e la grazia femminile, ma il colore bianco aggiunge al significato simbolico proprio della rosa quello di un amore spirituale che va oltre la passione.

In un’altra poesia della stessa raccolta, intitolata Pagina di diario, poi confluita insieme ad altre poesie ne La capanna indiana del 1951, l’amore passionale è comunque maliziosamente descritto:

 

«A Bologna, alla Fontanina,

un cameriere furbo e liso

senza parlare, con un sorriso

aprì per noi una porticina.

La stanza vuota e assolata dava

su un canale

per cui silenziosa, uguale,

una flotta d’anatre navigava.

Un vino d’oro splendeva nei bicchieri

che ci inebriò;

l’amore, nei tuoi occhi neri,

fuoco in una radura, s’incendiò».

 

Sullo sfondo degli affetti e delle memorie, delle piccole storie della provincia e della città di Parma, che il poeta descrive con perizia e su cui amorevolmente indugia, stende però la sua ombra lo scorrere ineluttabile del tempo:

 

«Il sole lentamente si sposta

sulla nostra vita, sulla paziente

storia dei giorni che un mite

calore accende, d’affetti e di memorie.

A quest’ora meridiana

lo spaniel invecchia sul mattone

tiepido, il tuo cappello di paglia

s’allontana nell’ombra della casa.»

(At homeda La capanna indiana). 

 

Così in Portami con te, tratta da Viaggio d’inverno del 1971:

 

«Portami con te nel mattino vivace

le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato

al tuo fianco di donna che cammina

come fa l’amore,

sono gli ultimi giorni dell’inverno

a bagnarci le mani e i camini

fumano più del necessario in una

stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora

economia e sobrietà,

si consumino le scorte

della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi

schiarendo per un sole più forte,

ci saremo trovati

là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera

che è azzurra ormai

senza residui e sopra

calmi uccelli camminano non volano.»

 

La poesia di Bertolucci è estranea all’ermetismo e all’avanguardia del primo Novecento e si rifà piuttosto a Pascoli e ai crepuscolari.

Com’è stato notato dalla critica la sua poesia si snoda in due tempi ben distinti: il primo, forse il più valido poeticamente, si esprime ne La capanna indiana del 1951 ed è segnato da un impressionismo amalgamato ad un autobiografismo «nutrito di dolci affetti familiari ma sentiti sempre come sordamente minacciati, cui fanno da immobile e luminoso fondale Parma e la campagna circostante» (Pier Vincenzo Mengaldo).

Il secondo tempo trova invece espressione nel Viaggio d’inverno del 1971 e nella raccolta del 1993 Verso le sorgenti del Cinghio. In queste raccolte la sua poesia, salvo eccezioni, tende a farsi narrativa, aspira a farsi poema, il periodare perde la sua freschezza e si fa più complesso con l’adozione di versi lunghi e irregolari, con scarsa o nulla punteggiatura, con  un flusso continuo e a volte affaticato di immagini.

Ciò che comunque unisce i due tempi della sua poesia è soprattutto  la gelosa difesa della propria piccola storia rispetto alla Storia in generale, il rifugiarsi nel  passato  «lento e gaio della provincia» (Gli anni).

Tra le poesie di Verso le sorgenti del Cinghio, spicca quella che dà il titolo alla raccolta e che si rifà al precedente tempo poetico (fu scritta vent’anni infatti prima). La lirica  ha un andamento discorsivo, accentuato dall’assenza di rime e dalla quasi totale assenza di punteggiatura (sono presenti solo due volte i puntini di sospensione in 26 versi!). Il poeta con una punta di umorismo, ottenuto col rovesciamento dei luoghi comuni secondo cui il poeta è una guida, un esempio per tutti, e con l’esaltazione di quella che in fondo non è un’epica impresa, ma solo una poco impegnativa scarpinata, ci descrive l’escursione verso le sorgenti del Cinghio, un piccolo torrente dell’Appennino parmense:

 

«Volevamo risalire alle sorgenti del Cinghio

il giorno era d’aprile ventoso e celeste

ci portava via sbiancava i salici bassi

già dietro di noi perduti come la casa

in cui s’erano dimenticati di noi fuggitivi

esploratori muniti di cibo e coltellini multipli

per una lunga assenza forse per un distacco…»

 

Sennonché la scarpinata che segue «l’incantagione sinuosa del Cinghio» s’interrompe sul più bello, perché il poeta convince la comitiva a desistere dalla «fantastica impresa» e a rientrare:

 

«[…] Ma il tempo
era passato per me che sentivo
acuta la perdita della casa e di chi
a quest’ ora forse s’era ricordato di noi
soffrendo come io soffrivo del distacco
così che con l’astuzia persuasiva del poeta

li convinsi anime pure e schiette

volte al giusto di una fantastica impresa

a desistere a volgersi – come una compagnia

di soldati sconfitti – verso il quotidiano il solito

il monotono quanto io desideravo di più al mondo

e che già si svelava intonacato di luce.»

 

L’escursione interrotta di Bertolucci è, a ben vedere, una colorita allegoria: nel vano e vasto ondeggiare della storia, sembra chiedersi il poeta, a che pro lottare e perseguire con fatica ideali di difficile realizzazione? Non è meglio rifluire nel privato, in quella piccola patria che è la provincia con le sue storie e le sue bellezze? Ma, osserviamo, la globalizzazione, che oggi domina nel mondo, non minaccia ormai inesorabilmente anche quelle piccole storie e quella bellezza dove il poeta cerca un rifugio?

Lascia un commento