Intervistiamo: Daniele Giancane

di Cosimo Rodia

 

Daniele Giancane, già docente universitario nell’ateneo barese di letteratura per l’infanzia, animatore culturale, saggista, scrittore di romanzi, poeta, direttore di riviste e tant’altro ancora.

Caro professore ha fatto tante cose, qual è stato il suo impegno più significativo, volgendo all’indietro lo sguardo?

R.: Credo il lavoro ininterrotto di aver voluto valorizzare la cultura del Sud: dalla poesia (soprattutto l’invenzione della rivista letteraria ‘La Vallisa’) al teatro popolare (I pupi di Canosa, Don Pancrazio Cucuzziello)

 

Dica in poche sequenze il significato del suo impegno nell’ambito della letteratura dell’infanzia?

R: Continuo col discorso precedente: mi sono interessato a lungo della fiabistica popolare pugliese e lucana, fino ad aver dato vita a ben quattro volumi di fiabe, ottenute dalla viva voce degli anziani (grazie all’aiuto degli studenti universitari). Sul piano estetico, l’aver rivendicato alla letteratura per l’infanzia un ruolo educativo (che si era perso, in Italia). Naturalmente bisogna scrivere dei libri letterariamente ‘fondati’, ma anche educativamente interessanti e persino utili: il mondo ha troppi problemi per scrivere solo storie allegre e disimpegnate.

 

Ora avendo lasciato l’insegnamento e la ricerca, la sua attività è diventata prevalentemente letteraria e poetica in particolare. Un’attività che risale alla sua prima maturità, un impegno, quindi, di più di mezzo secolo. Riassuma in breve il suo cammino, distinguendo il momento dell’animazione da quello della produzione.

R.: Troppe cose ci sarebbero da dire. Come poeta in proprio non vorrei dire quasi nulla, se non che sono andato da una poesia ‘incendiaria’ ad una di riflessione attorno alla vita. La mia è soprattutto una ricerca ‘spirituale’ (ma sempre laica), cosa che non va giù a tanti critici che guardano solo agli aspetti linguistici o sociologici. Ma io sono sempre più convinto: è al di dentro di sé che bisogna andare, il resto è inutile. Ho sempre-poi-fatto animazione, con l’idea di dare spazio a chi non ce l’ha: adesso molto di meno, ma solo perché è entrato in campo facebook: dal 2003 chiunque può postare poesie e racconti su face book, ha ampi spazi a disposizione. Quindi, deve scrivere libri o presentarsi in pubblico chi davvero vale, anche perché una cosa è che tutti scrivano e un’altra essere poeti: i poeti autentici sono pochissimi.

 

Guardando la sua vasta produzione poetica, dica se dalla prima silloge all’ultima abbia modificato l’approccio allo scrivere poesia.

R.: È cambiato parecchio il linguaggio, adesso molto più pacato, ma l’atteggiamento è uguale: la poesia per me è un cammino iniziatico, una tecnica zen, la ricerca di una verità.

 

Dalla vasta conoscenza di poeti e di critici, ritiene che la produzione poetica sia cambiata nel corso dell’ultimo mezzo secolo?

R: Sì, credo in peggio-tranne alcuni casi, ovviamente-tra pseudo poeti alla Arminio e Catalano, vedo certamente dei poeti di grande spessore, da Conte a Piersanti (ormai molto anziano), ma poeti a livello planetario in Italia non ce ne sono. Mentre le nuove letterature, come il cinese Yang Lian, il giapponese Tanikawa, la Sedakowa hanno molto da dire.

 

Dal secondo dopoguerra ad oggi, la funzione sociale della poesia è rimasta la stessa?

 R.: In sostanza credo di sì, almeno per come intendo io la poesia, che è un ‘aprire una radura’, per dirla alla Heidegger o ‘aumentare l’area della coscienza’ (Ginsberg). Cosa che è per una nicchia di persone che vogliono intraprendere questo viaggio.

 

La narratività e il linguaggio quotidiano usati in poesia ha il potere di snaturarla?

R.: No, non credo. La bravura del poeta sta nel dare anima (poesia) persino al linguaggio quotidiano.

 

Che funzione sociale e individuale può svolgere oggi la poesia, nella società del perenne presente e del dominio assoluto delle immagini?

R.: È uno dei pochi itinerari per guardarsi dentro. Il mondo di oggi guarda solo ‘fuori’ e quindi si depaupera sempre più. Il poeta deve andare felicemente in controtendenza.

 

Posto l’insopprimibile bisogno di poesia, qual è la funzione delle agenzie educative nel promuoverla?

R.: Tutto passa attraverso la scuola. È la scuola che deve far amare la poesia ai ragazzi. Ma vedo che spesso non lo fa e allora i ragazzi cercano la poesia nei testi delle canzoni. La scuola è molto indietro: bisogna proporre ai giovani a scuola testi di Ferlinghetti e di Thomas, di Adonis e di Sylvia Plath, che danno l’idea precisa di come la poesia non è altro dalla vita: è vita, che ci fa pensare, emozionare e crescere. La poesia-direbbe Lorca agli insegnanti-non vuole solo studiosi, vuole ‘amanti’. Il primo ad amare la poesia dev’essere l’insegnante, quella è una forma di contagio.

 

Un suo ultimo pensiero, per salutarci?

Io credo che dedicarsi alla poesia o ad altro (letteratura per l’infanzia, narrativa, ecc.) richieda passione, un amore smisurato. Non sono hobby o passatempi, né ha senso di farlo per arrivare chissà dove. Il ‘successo’ in poesia è poter dedicare una vita alla poesia.

 

(In foto, da sx: Cosimo Rodia e Daniele Giancane)

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