La scuola del dopo elezioni: “Quo vadis?”

di Giorgia Loi

 

Un Ministro dell’Istruzione che sappia sognare, che coltivi una visione della scuola romantica e passionale, che si metta coraggiosamente di traverso rispetto alla concezione imperante di un’istruzione pubblica a servizio dell’economia: di questo avremmo, ora, un disperato bisogno. Tutti, anche quelli che s’illuminano quando sentono i rappresentanti delle istituzioni definire “capitale umano” gli studenti e che sono in fila questi giorni per accaparrarsi un posto d’onore nell’organigramma dei singoli istituti.

Gli studenti sono persone, e dunque anime, il loro successo nel lavoro, domani, non dipenderà da quante ore di Alternanza hanno svolto al liceo né da quante referenze hanno collezionato per il loro portfolio da esibire all’Esame di Stato, ma piuttosto da quanto hanno saputo sognarsi quando erano fra i banchi insieme a insegnanti che non li hanno lasciati soli nella grande avventura della crescita affrontandone apertamente le fatiche.

Bisognerebbe oltremodo rivedere anche il linguaggio e smetterla di trasferire alla scuola termini che non le appartengono per natura: “capitale”, “debiti”, “crediti”, “management”, “organigramma” rendono molto bene l’idea che da almeno un trentennio la politica intende perseguire: la scuola deve sfornare potenziali imprenditori e consumatori perfettamente addestrati per adattarsi ad un sistema preordinato dall’alto. È un programma chiarissimo questo, e quando diciamo che la scuola deve preparare al mondo del lavoro, che ogni cosa che gli studenti fanno a scuola deve avere necessariamente implicazioni pratiche, lo stiamo supportando.

“Quo vadis?”, “Dove vai, o scuola?”, è la domanda che dovremmo porci a inizio anno in tutti i collegi, avendo il coraggio di sfrondare il nostro lavoro da tutte quelle cose che riteniamo inutili e addirittura dannose, che sottraggono tempo preziosissimo al fondamentale lavoro sulla conoscenza, che avviene, invece, di necessità attraverso le discipline.

Alcuni pedagogisti-formatori stanno girando in lungo e in largo l’Italia per diffondere il verbo secondo cui durante la scuola dell’obbligo l’educazione degli studenti deve liberarsi dello studio rigoroso delle discipline e partire, invece, dall’analisi dei problemi pratici che gli studenti devono imparare a gestire e a risolvere. In questo quadro le discipline diventano ingombranti e possono, tutt’al più, essere di supporto.

Ma la verità è che non esiste idea più antidemocratica di quella che riduce al “fare per” l’azione della scuola. Marginalizzando le discipline stiamo uccidendo l’anima della scuola e stiamo illudendoci di risollevare le sorti degli studenti più sfortunati, evitando loro la “mortificazione” di ciò che è complesso e dunque la “fatica” dell’apprendere, senza pensare che in questo modo stiamo decidendo che la cultura è di nicchia perché chi proviene da determinati contesti svantaggiati ha, sì, in mano un cellulare da molto presto, ma non potrà mai penetrare i misteri dell’autentica conoscenza e sarà condannato a vivere come un cieco fidandosi delle decisioni prese da altri.

Oggi la vera sfida per chi insegna è mettere un libro e una penna nelle mani degli studenti, riscoprire insieme a loro nel sacro perimetro dell’aula la bellezza di una lezione di scienze o di latino, ritornare a coniugare i verbi e a imparare le tabelline, far capire che si può stare sconnessi per qualche ora riscoprendo l’importanza del contatto fisico, dopo che per due anni il mantra del distanziamento sociale ha letteralmente fatto a pezzi le nostre certezze sul ruolo delle relazioni e ha reso il digitale una specie di divinità a cui sottrarsi sembra blasfemo.

“Quo vadis, o scuola?”

Aspettiamo un Ministro di rottura, un visionario che insegua l’utopia di un’istruzione compiutamente democratica, che riporti al centro la fatica e la complessità dello studio, che si adoperi perché l’impossibile diventi possibile.

 

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