Oggi è il compleanno di DOMENICO VOLPI, un monumento vivente della letteratura giovanile, per cui proponiamo una lettura critica di alcuni suoi romanzi, come augurio di lunga vita in salute e di brillantezza intellettuale.

Le felicitazioni giungano al Maestro da tutta la redazione di INTERZONA NEWS.

 

I romanzi di Domenico Volpi tra avventura e umorismo

di Cosimo Rodia

 

Domenico Volpi (1925) è un pezzo di storia dell’evoluzione, e in parte dell’affermazione, della letteratura giovanile nell’ultimo mezzo secolo. È la figura che per l’aggancio ad una visione etica della letteratura ragazzi è strettamente in linea con gli autori del capitolo precedente, ma per la levità, giocosità e umorismo tipico della sua narrativa, ne costituisce un ponte ideale con la narrativa successiva.

In verità, i critici accademici nei loro studi sugli autori per l’infanzia, hanno dedicato allo scrittore romano solo brevi battute informative. Per non dire di Catarsi e Bacchetti che nel recente libro da loro curato sugli scrittori viventi per ragazzi (dodici in tutto)[1], hanno per il momento sorvolato su Domenico Volpi, che rimane, invece, un pilastro per quello che ha fatto, per come l’ha fatto e per quello che continua a fare.

Volpi ha piena consapevolezza dell’adolescenza come età ossimorica, smaniosa di fare tante cose; e in questo naturale terremoto, sa pure che è il periodo in cui si semina il tipo di adulto che sarà. Allora ha partorito romanzi d’avventura e di fantasia, per accattivarsi l’attenzione dei ragazzi, caricando però di valori positivi l’eroe della storia, in cui i giovani naturalmente s‘immedesimano, affinché ne traggano un sostegno in termini di identità e di equilibrio, nel loro lento ma inesorabile processo di crescita. Volpi ha avuto sempre la capacità di combinare fantasia e realtà. E i suoi riferimenti alla realtà mi sembrano più strategici per schiudere nella mente del lettore un’apertura tale da saper leggere la quotidianità, comprenderne i meccanismi, le insidie, gli aspetti degenerativi.

Nello scrittore romano, i temi, gli argomenti, le situazioni, i personaggi, sono tanti momenti disponibili ad una traslazione metaforica; nel senso che i vari fatti richiamati, siano essi riferiti alla storia, alla cronaca, alla mitologia, costituiscono tanti canovacci capaci di strutturare un discorso carico di messaggi, d’insegnamenti e se vogliamo anche di speranza, con un vestito narrativo leggero e ironico. E per quanto Volpi sia uno scrittore per ragazzi, mai il suo racconto supera la logica e la plausibilità; il suo raccontare mantiene sempre una intima coesione e un elevato ritmo, riuscendo contestualmente a salvare quel quid nella narrazione che è la letterarietà, e quella libera creazione di storie e personaggi secondo un lavorìo continuo dell’immaginazione creativa.

Tra le diverse decine di libri, è bene ricordare: Gli ufo vengono da Cipango,  Ankur il Sumero,  Chioma di papavero, Una rosa bianca per Hans. Sono romanzi che considero paradigmatici della narrativa di Domenico Volpi, in grado di rappresentare la sua varietà tematica e stilistica, oltre che di dar conto dell’evoluzione della narrativa italiana tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta.

 

Gli ufo vengono da Cipango

Gli ufo vengono da Cipango[2] è un romanzo in cui s’intrecciano il fantastico e il meraviglioso: il primo nel senso che il racconto poggia su uno scarto non riducibile del reale “e d’una lacerazione del paradigma di realtà”[3]; il secondo nel senso di quanto ha scritto Andrè Breton

«Il meraviglioso, nulla è riuscito a definirlo meglio che in opposizione al “fantastico”, il quale tende, ahimè, sempre più a soppiantarlo presso i nostri contemporanei. Il fatto è che il fantastico appartiene sempre al dominio della finzione senza conseguenze, mentre il meraviglioso splende sulla punta estrema del movimento vitale e impegna l’affettività nella sua interezza»[4].

Il romanzo è ambientato in un pianeta chiamato Cipango posto lontano dal nostro sistema solare, ma con le medesime caratteristiche ambientali della Terra. È abitato da una evolutissima civiltà, che usa astronavi, dischi volanti, ed è capace di creare un’altra categoria: l’iperspazio, che si ottiene concentrando l’energia interstellare, riuscendo a dilatare il tempo e ad accorciare lo spazio; le distanze siderali, così, sono colmate ad una velocità superiore a quella della luce. L’elevato sviluppo tecnologico ha realizzato su Cipango un sistema di comunicazione totale e un controllo sistematico e particolareggiato delle azioni dei singoli abitanti, attraverso due antenne trapiantate su ogni cipanghese e collegate senza soluzione di continuità con un cervello elettronico. Ogni movimento vitale è sincronizzato da un grande “burattinaio”, un potentissimo computer che parla regolarmente con il Presidente di Cipango, che è pure l’unico autorizzato a dare l’assenso su ogni operazione e comando da impartire ai cittadini. La vita su Cipango si complica dopo che capi militari, di diversi corpi d’armata, compiono un colpo di stato: il generale Papps si autoproclama presidente, col sostegno di una Giunta militare, composta da vari Generali. Chiaramente il colpo di stato avviene impossessandosi del Grande Cervello, riprogrammato secondo la nuova volontà.

La Giunta militare, in cerca di “un posto al sole”, decide di avviare una campagna di conquista per dar vita ad un Impero. E qui la parodia del fascismo è evidente. Infatti, il Generale Presidente parla proprio come il Duce: «Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria: l’ora delle decisioni irrevocabili!»[5]

Decidono di conquistare la terra, ma prima dell’operazione militare il Grande Cervello vuol conoscere più a fondo i terrestri; e si disorienta di fronte alle contraddizioni umane:

«Questi terrestri hanno commesso sciocchezze ed eroismi, gesti nobili e stupidaggini, tutto insieme. Hanno costruito e hanno distrutto. Si sacrificano per salvare una vita e poi ne uccidono a milioni in guerra. Scrivono poesie sulla meravigliosa natura, sulla flora e la fauna del pianeta, poi inquinano e fanno strage di tutti gli esseri viventi… Potrei farvi molti esempi»[6].

Si suppone che sulla Terra ci sia un virus sconosciuto, che occorre neutralizzare prima della conquista. I capi di Cipango decidono di prelevare degli umani, per studiarli. La missione è affidata al capitano Carrt, un ufficiale sotterraneamente oppositore alla dittatura. Inizia così una carrellata di tipi umani interrogati dal Cervello: un arbitro di calcio, un politico, un giornalista, una pubblicitaria, due bambini. Qui il romanzo si carica di forte ironia e al lettore attento diventa chiaro anche come l’aspetto fantascientifico serva a  Volpi per costruire una satira intorno ad alcuni aspetti del nostro mondo e della comunicazione, in particolare. Dopo vari interrogatori, il Grande Cervello non trova la dritta, perché gli sfugge il nesso logico di alcuni gesti umani. Ad esempio (secondo la sua logica binaria), non comprende come si possa pagare per entrare nello stadio, non giocare e guardare dei giocatori rincorrere una palla. Il colpo finale il Cervello lo accusa nell’incontro con i bambini e in particolare nel guardare i loro giochi simbolici, tesi ad animare gli oggetti:

«Il Grande Cervello però mollò per qualche istante la sorveglianza. Aveva bisogno di recuperare. Si scusò con la Giunta: – Mi perdonino, signori. Ho bisogno, come dite voi, di tirare il fiato. Eh, mettetevi nei miei panni: ho cercato di scoprire dov’era quel treno di cui parlavano i cuccioli terrestri, ho sondato con onde elettriche per avvertire la presenza di cavalli, ho fatto funzionare tutte le mie telecamere senza riuscire a vedere nulla, ho persino scattato foto: niente! Poi quei due si sparano non si sa come, muoiono e risuscitano da un  momento all’altro. Ma che deve fare, un povero calcolatore?»[7].

In questa circostanza agiscono i “Sussurranti”, i controrivoluzionari, che smantellano la dittatura militare, accantonando l’idea imperialista, e rimuovono le Antenne individuali.

Un grande romanzo che precorre probabilmente molti temi e ambientazioni della letteratura e del cinema successivi. Ciò che gli dà sale è inequivocabilmente la satira contro il mondo contemporaneo, contro i vizi della moderna società, contro un sistema poggiato sul culto della personalità e sulle consequenziali logiche aberranti. È qualificante il fatto che i personaggi parossistici siano velati da una ironia tagliente che rende la narrazione assolutamente godibile. Centrale è, in tutta l’operazione narrativa, la volontà di biasimare l’arrivismo politico ed esaltare i temi della libertà, della pace, della democrazia. Nello specifico, positivo è, ad esempio, il capitano Carrt; negativo il bullo Dittatore Papps!

Premesso che tutta la produzione di Volpi è sempre carica di eticità, questo romanzo in maniera scanzonata, ironica e con una grande dose fantastica, è fortemente agganciato alla morale per quanto sia vistosamente agli antipodi di ogni forma di moralismo. Per quanto i personaggi appartengano ad una realtà immaginaria, le costruzioni mentali sono allegoriche, trasfigurando ironicamente in maniera palese la realtà. Nella società di massa, l’uomo è come se guardasse attraverso lo zoom, perdendo la visione d’insieme; non si accorge, insomma, quanto sia schiacciato da una dimensione eteronoma, da una vita appiattita su falsi traguardi.

Ecco, mi sembra che questo libro di Volpi rifletta il contrasto fra ciò che l’uomo è, e ciò che crede di essere. Gli ufo vengono da Cipango, dunque, è un romanzo razionale, unitario, ideale per un adolescente, ma anche per l’adulto a cui piaccia guardarsi allo specchio con disincanto e con ironia.

 

Ankur il sumero e il romanzo storico

Il genere storico è stato molto frequentato da Volpi, che è riuscito a romanzare personaggi e fatti storici, tessendo accattivanti trame narrative. Analizziamo, come esempio, Ankur il sumero[8], uno tra i tanti libri, in cui Volpi si è dimostrato capace di immergersi nel flusso del tempo e di interpretare ambienti e personaggi con efficacia. Il romanzo, però, pur basato su un’accurata documentazione storica e archeologica, segue un procedimento che l’Autore usa nella narrazione fantascientifica: allontana l’azione nel tempo per essere più libero di condurre un discorso valoriale. In questo caso, si tratta del rapporto tra l’uomo e la tecnica; tale rapporto inizia con l’invenzione della ruota in Mesopotamia, nel pieno della civiltà sumerica.

Il ragazzo Ankur elabora un’idea e costruisce il primo carro, trascinato dagli onagri. L’oggetto tecnico suscita ammirazione e gli procura successo, poi – in un intreccio molto avventuroso – varie categorie sociali cercano di sfruttare l’invenzione; ad esempio: i mercanti per i trasporti, il re per sfilare in trionfo… Così, Ankur conosce i vertici del successo e della ricchezza. Ma i militari fanno del carro un’arma. Il giovane inventore deve fuggire e scoprire che, oltre agli onori e al successo, ci sono altri valori, ad esempio l’amore, l’amicizia, la libertà…

Ankur può smettere di inventare e costruire? Non fabbrica altri carri, ma segretamente costruisce dei modellini che porta con sé. Quando per la prima volta, nel cuore delle steppe asiatiche, vede una mandria di cavalli, capisce che la sua invenzione non può rimanere congelata; allora, regala i modellini di carri come giocattoli a vari ragazzi che incontra.

L’uso proprio o improprio dello sviluppo della scienza e della tecnica è stata una preoccupazione che ha percorso tutta la storia dell’uomo; emblematico è l’atteggiamento dei nostri scienziati all’indomani della scoperta della fissione dell’atomo; e, in particolare, dopo Hiroscima.

Un libro problematico, con finale “aperto”. In un’edizioni scolastica, in copertina appare il sottotitolo esplicativo: “L’uomo, la macchina e il potere”. Un romanzo appassionante e toccante.

 

Chioma di Papavero

Chioma di papavero[9], già in sesta edizione nell’87, è un romanzo d’avventura e s’inserisce nel grande e mitico filone western. È la storia di Philip O’Hara che, rimasto orfano a dodici anni, cerca di guadagnarsi da vivere col sogno di diventare marinaio e, semmai, di scoprire un vecchio tesoro rimasto sepolto. Phil incontra Daniel O’Toole, cugino del padre, con il quale parte alla conquista del West. Lo stravagante zio Daniel è un grande viaggiatore, commerciante di pelli, squattrinato giocatore d’azzardo. Phil insieme allo zio, dunque, e ad una robusta carovana, parte da Boston per attraversare l’America, giungere nell’Oregon, nel Far West, ed avviare il commercio di pellicce.

Il viaggio è una grande avventura verso luoghi misteriosi e lontanissimi; ma è anche un viaggio di conoscenza, formazione e scoperta. In Chioma di papavero riscontriamo i topoi del romanzo d’avventura, con finalità didascaliche ben nascoste; troviamo: il viaggio, terre sconosciute, animali mai visti, indiani, il superamento di ostacoli, ma anche l’amicizia.

Durante il viaggio verso l’Oregon, zio e nipote si fermano all’oasi di Jackson, dove conoscono la famiglia di John e Eliza Jasper con i tre ragazzini: Jim il Duro, di tredici anni; Ala di Falco (un ragazzo indiano orfano); Mary, di undici anni. L’incontro crea una forte amicizia, con un bell’epilogo.

Il racconto si articola seguendo le peripezie e le esplorazioni tra le montagne rocciose, nei boschi, con l’apprendimento da parte di Phil dei segreti e delle tecniche della caccia, nell’uso dell’arco, di fucili, pistole, trappole meccaniche per animali. I vari episodi non sono solo espedienti narrativi per dare vivacità alla vicenda, ma corrispondono alle tappe di crescita che devono essere affrontate da un ragazzo. È tutto uno scorrere di situazioni, ma anche di competizione tra i quattro giovani. Il viaggio ha una momentanea fermata al “raduno”, un moderno paese dei balocchi per adulti, luogo d’incontro di pionieri, occasione di scambi, divertimenti, giochi vari. John Jasper rappresenta l’unica voce di dissenso, rispetto alla mentalità dominante di cacciare e commerciare. John è il precursore degli animalisti, perché con dominante realismo e capacità di leggere in prospettiva, vede, come possibilità di ricchezza futura, non il commercio di pelli di castoro, ma l’allevamento e l’agricoltura. E l’epilogo è la promozione di quest’idea. Dopo una serie di difficoltà, dovute ai conflitti tra razze indiane da una parte e bianchi conquistatori dall’altra, la famiglia Jasper raggiunge la sua mèta, costruendosi una casa in una zona tranquilla, essendo tollerata dai pellirosse per aver salvato appunto Ala di Falco, figlio di un indiano influente. Qui riparano anche zio Dan, ferito, e Phil. Il primo, dopo essere guarito, riparte; mentre Phil rimane. Il ragazzo, dunque, assapora la tranquillità di una vera casa, il calore e le attenzioni che non aveva mai conosciuto. Anche qui una serie di avventure, con le quali si irrobustisce il sentimento d’amicizia.

Dopo quasi due anni ritorna zio Dan e decide di stabilirsi a fianco alla fattoria Jasper; Phil non può che esultare e così il piccolo di Boston diventa a tutti gli effetti un uomo del west, dedito all’agricoltura, alla seminagione, che condivide i timori per il vento o la grandine!

Va detto che il romanzo western è stato fiorentissimo in tutto il ventesimo secolo, e certamente anche per influsso della cinematografia. Questo grande filone ha conosciuto una prima fase in cui gli indiani venivano rappresentati come nemici misteriosi e sanguinari, sempre ostili e pronti subdolamente ad attaccare i bianchi senza macchia e civilizzatori. Lentamente, però, a partire dagli anni ’50, la prospettiva dalla parte degli indiani inizia a moltiplicarsi. I leggendari Sioux, Apaches, Cheyennes …non sono più i violentatori ma i violentati dalla logica occidentale di dominio, occultata dallo spirito di civilizzare esseri “primitivi”. Questa linea arriva, poi, ad abbattere completamente il mito del buon pioniere, per recuperare in positivo la figura dell’indiano ed esaltare la sua civiltà poggiata sul rispetto profondissimo della vita e della natura; un contraltare, certamente, alla civiltà occidentale e americanizzata caratterizzata dallo spirito di dominio e di morte. Basterà ricordare il film del 1970: Piccolo grande uomo di Arthur Penn o lo straordinario Balla coi lupi (1988) di Michael Blake (1945). A mettere in soffitta l’idea dell’indiano-cattivo ha giocato la sua parte, pure, il noto fumetto italiano Tex Willer, lettissimo per tutta la seconda metà del Novecento.

Ebbene, il romanzo s’inserisce apertamente in questa nuova fase di riscatto di un popolo vessato e cancellato dalla storia umana; ma Volpi non lo fa in maniera violenta e manichea. L’autore sembra dirci che la ragione non sta sempre tutta da una parte. Infatti, quando la carovana muove verso l’Oregon e avviene lo scontro con i “Piedi Neri”; per quanto sia voluto da alcuni bianchi della carovana, dopo vari tentativi di mediazione, gli atti estremi di intransigenza sono presenti in entrambi gli schieramenti.

Rimane, comunque, importante nel romanzo il fascino della natura incontaminata, dei corsi d’acqua cristallini, della straordinaria varietà di piante. Un ambiente armonioso che non può non trasmettere fiducia nella possibilità di una vita a contatto con la natura.

Credo che molti giovani lettori vorrebbero essere come Phil per le amicizie contratte, per gli ambienti scoperti, per i pericoli superati, per l’esperienza di caccia, per l’uso di pistole e archi, per l’attraversamento di luoghi misteriosi e per la pace conquistata.

È un libro adeguato per i giovani preadolescenti perché oltre all’avventura, al confronto serrato tra buoni e cattivi, al fascino di una natura primitiva, c’è un linguaggio diretto, immediato, senza banalità. Per non dire che, ad esempio, nella rappresentazione della natura, lo stile diventa raffinato:

«Il bosco era pieno di mistero. Philip, prima abituato al frastuono della città poi al ritmico rumore delle ruote a pale o al rotolare dei waggons sulla pista, sentiva attorno soltanto una gran pace, un gran silenzio rotto appena dal canto degli uccelli o dal chioccolìo dei ruscelli. Ma Jim e Ala di Falco lo invitarono a fermarsi, a sopprimere il rumore dei propri passi, a non muovere fronda, e ad ascoltare, a osservare. Phil allora udì cento suoni sommessi, mille fruscii: c’era tutto un rigoglio di vita attorno a lui, che egli ignorava. Si trovava di fronte a un libro, di cui distingueva i caratteri più grossi, ma senza riuscire a capire il significato delle parole»[10].

Domenico Volpi ha nella sua faretra anche queste frecce arrotondate, aggraziate, di qualità, e le sa scoccare con maestria perché padroneggia la lingua tanto da renderla all’occorrenza intima ed evocativa.

 

Una Rosa bianca per Hans

Una rosa bianca per Hans[11] è un romanzo storico. Hans è un giovane hitleriano, invasato dall’ideologia nazista. È fidanzato con Cristina, una ragazza che condivide, con il fratello universitario e altri suoi amici, l’impegno clandestino di opposizione al Reich. Quando scopre l’attività clandestina, decide di partire volontario al fronte, per non essere costretto a denunciare la sua ragazza. Il giovane arriva sul fronte russo, al seguito dell’“Operazione Barbarossa”, con cui Hitler avrebbe voluto piegare l’Unione Sovietica. Infine, è uno dei trecentomila soldati tedeschi impegnati nella disastrosa battaglia di Stalingrado. Prima dell’epilogo drammatico del “fatto storico”, Hans riesce a tornare a casa, amputato di un braccio. Vari sono i personaggi che si alternano nella narrazione. Dal militare inflessibile e invasato, al vecchio e anarcoide caporalmaggiore Wiesel, importante personaggio che, per essere il meno infatuato dalla retorica del Regime, con esclamazioni e atteggiamenti, rappresenta la Coscienza (alla “Grillo parlante”) attraverso cui sgretolare lentamente agli occhi di Hans il mitico grattacielo di bugie del nazismo.

Una rosa bianca per Hans è un libro commovente, delicato, impegnato sul fronte del pacifismo e di condanna forte di ogni forma di totalitarismo. È un libro storico, ma non ha il fine di raccontare la cronaca, per quanto molti fatti siano circostanziati e attinti dal serbatoio dei fatti reali; gli avvenimenti sono ripresi col fine di promuovere nell’uomo la Coscienza, di scrollare le menti ignare di correre spesso dietro chimere che portano al suicidio di sé e dell’intera umanità.

Il romanzo inizia con l’obiettivo puntato sui due giovani, Hans e Cristina, ma il vero protagonista è il primo; Cristina mi sembra più un Valore, una stella, un super-io, un richiamo continuo per Hans che compie il percorso amaro del disvelamento di un sogno di potenza, nel quale è stato formato e sul quale poggia ogni certezza esistenziale. Hans, infatti, è un diciottenne formatosi nella retorica del nazismo; crede nella figura del Fuhrer, nelle grandi idee blaterate nelle adunate oceaniche e poi ripetute dai gerarchi nelle scuole, sui giornali, per radio. Hans ha strutturato, così, un Io incrollabile; che comunque già vacilla quando è messo a confronto con la forza titanica dell’amore. La bella Cristina, descritta quasi come una vergine dantesca: pura, trasparente, sana, giuliva, serena, compie, con una leggerezza adolescenziale, un volantinaggio contro il Nazismo (si accenna all’attività del movimento di resistenza della Rosa Bianca). Hans è combattuto: la coscienza civile gli impone di denunciarla, l’amore di preservarla. Volpi ha già in mente un personaggio mimetico, che deve approdare su altri lidi; e le avvisaglie di questo mimetismo sono proprio le crisi di Hans di fronte alle forze contrastanti che lo immobilizzano. Il lettore mi sembra già avvertito. Volpi è un cristiano e rispetto ad ogni male compiuto, crede che ci sia sempre un rimedio. E il rimedio non è una risposta violenta, ma un percorso lento di ragione, di fiducia, di speranza; proprio come quello compiuto da Hans, attraverso cui si frantumano le assurdità in cui aveva creduto: lo spazio vitale, la superiorità della razza, l’invincibilità dell’esercito tedesco, la missione di civilizzazione, la verità insindacabile del Capo…

Tanti postulati di un regime violento, le cui aberrazioni sono comprese lentamente e direttamente da Hans, e, attraverso i suoi occhi, dai lettori. E ciò avviene attraverso fatti occasionali, coerenti sia con la situazione storica, sia con le esigenze narrative.

Un’idea fino a quando rimane sul piano del puro pensiero, non sporcata dalla miseria della vita, dalle sue brutalità e dalle sofferenze, va bene e non pone problemi. Nella mente del giovane Hans il nazismo, infatti, prima dell’esperienza al fronte, è l’empireo dantesco: luminoso, immobile, non sferzato da venti, imbalsamato. Un mondo incapsulato, però, che s’infrange all’apparir del vero. E lo scrittore romano è bravissimo nel dare conto della caduta del mito nella mente di Hans. Uno dei primi episodi “forti”, tesi a svelare la grande menzogna, è l’incidente accorso ad un drappello dell’esercito con un camion delle SS, che trasporta cadaveri “gasati”, da incenerire in qualche Campo. Hans stenta a credere a quello che vede.  E poi la giustizia sommaria al fronte. Siamo nei pressi del Don. La squadra di Hans pone le basi per un osservatorio. Avviene uno scontro con i russi. Fanno prigioniera una massaia e il tenente ordina di fucilarla. E ancora la violenza delle SS sulla popolazione civile e su anziani e bambini. Gente inerme, colpita solo per dileggio; e tra tanti, una ragazza che di fronte al plotone d’esecuzione grida più volte:

«Ho diciassette anni! – poi crepitarono i mitra.

Hans, già di spalle, a quel grido volse la testa di scatto e fece in tempo a vederla cadere. Furono pochi istanti, ma dentro di lui si lacerò qualcosa. In un lampo pensò:

  • Diciassette anni: l’età di Cristina»[12].
Di tante illusioni rimane l’ultima: quella di essere forti e invincibili. Ma il giovane si trova nell’inferno di Stalingrado, nel cui assedio muoiono circa trecentomila soldati dell’esercito tedesco; eppure la stampa e i notiziari parlano di battaglia eroica, mentre il freddo, la fame, la mancanza di munizioni spengono vite umane costrette a resistere per non si sa quale ragione superiore. Ecco, crolla l’ultimo mito: è la realtà delle cose vissute a dare la misura di una follia collettiva; ed Hans diviene il testimone oculare della brutalità della guerra e ambasciatore di pace, per mandato dei suoi stessi commilitoni:

«Ascoltami, Hans – disse il tenente [promosso sul campo], e mai era stato più grave, cupo. – Non so quello che sarà di noi; forse non ce la caveremo, ma tu puoi farcela. E devo chiederti una cosa, io Dubois, personalmente: non pensare al tuo braccio, non pensare a noi, pensa alla grande follia che ci ha portato fin qui e promettimi …

Sì! – disse il giovane trascinato dall’enorme forza repressa che si sentiva sotto quelle parole. – Promettimi di raccontare quello che è successo qui, in che razza di fogna è finito il grande esercito della grande Germania. Racconta la guerra, ragazzo, non quella dei bollettini del comando o dei manifesti: quella vera, orrenda, che vedi ancora attorno a te. Tu sei un testimone d’accusa, non dimenticartelo – .

– Te lo chiedo anch’io – disse Wiesel. – E ti assicuro che terremo duro, là nella forra, finché il ‘nostro testimone’ non sia partito – .

– Non dimenticherò -.

Quando si lasciarono, con una stretta di mano lunga e forte, Hans disse con gli occhi lucidi:

– Promettetemi di … di restare vivi -.

Gli amici risposero: – Ci proveremo! – e scomparvero nel gelo esterno»[13].

Hans sente di avere una missione morale e civile da compiere, che si rinforza ancor più quando dalla ovattata calma della convalescenza apprende per radio che la battaglia di Stalingrado è finita. Ora, la verità deve essere riscattata. Rinsavito dai fumi ideologici, purificatosi attraverso l’inferno della guerra e pagando con l’amputazione di un braccio, è pronto per la sua Cristina pura, vera, immacolata, dal trasparente slancio affettivo, dall’animo autenticamente libero; e Cristina, al di là della menomazione, lo va a riabbracciare, come se tutto l’inferno fosse, ora, chiuso in uno scrigno con la chiave buttata in fondo all’oceano: «È domenica. La porta della camerata si apre con timida decisione. Ecco Cristina con i capelli sciolti, il passo leggero, l’aria tranquilla.

– Grussgott, Hans! – saluta con la voce allegra d’un tempo. Incosciente Cristina. Immutabile Cristina.

-Mi dai un bacio? – domanda lei, con un lieve rossore, – Guarda, ti ho portato una cosa -.

Porge un pacchettino, una leggerissima scatola di cellophane. Ci sono dentro due rose bianche»[14].

È  una chiusa che accappona la pelle e partorisce il pianto.

In tutto il libro corre forte un anelito di libertà e di avversione decisa al nazismo; c’è di converso l’esaltazione della fratellanza, dell’amore, della solidarietà. E, finanche, c’è religiosità; toccante (umanamente toccante) è la messa di Natale celebrata tra feriti, morti, casacche traforate da pallottole.

Volpi intrecciando storia, fantasia e ironia ha dato alla scrittura dei fini diversi; ha proposto con la sua personalissima vitalità il conflitto permanente tra l’essere e il dover essere; e lo ha fatto seguendo un modo veloce e, principalmente, leggero nel connettere fatti e situazioni.

 

[1] E. Catarsi-F. Bacchetti, I “Tusitala”, Edizione del Cerro, Pisa 2006.

[2] D. Volpi, Gli ufo vengono da Cipango, SEI, Torino 1977.

[3] Cfr L. Lugnani, Per una delimitazione, in R. Ceserani, Il fantastico, Il Mulino, Bologna 1996, p. 60.

[4] A. Breton, Prefazione, in P. Mabille, Le miroir du merveilleux, Minuit, Paris 1962.

[5] Ivi, p. 71.

[6] Ivi, p. 74.

[7] Ivi, pp. 163-164.

[8] D. Volpi, Ankur il sumero, La Scuola, Brescia 1972.

[9] D. Volpi, Chioma di papavero, La Scuola, Brescia 1965.

[10] Ivi, p. 84.

[11] D. Volpi, Una rosa bianca per Hans, SEI, Torino 1996. Il libro è stato di recente ripubblicato per le edizioni Artebaria, Taranto 2010, a cura di Cosimo Rodia. Nel testo si fa riferimento a questa edizione.

[12]Ivi, p. 115.

[13] Ivi, pp. 166-167.

[14] Ivi, p. 171.

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