(da sx: Flavio Santi e Aldo Perrone, presidente del Gruppo Taranto)
Ho avuto l’occasione, grazie alla critica letteraria Maria Corti, un’amica della Puglia molto legata al Salento, di occuparmi delle carte autografe del poeta Salvatore Quasimodo. Nel 1999 riuscimmo come fondo manoscritti di Pavia ad acquisire un grosso patrimonio cartaceo, sia di manoscritti con la sua grafia, che dattiloscritti, scritti a macchina. Ebbi l’opportunità di occuparmi del Quasimodo traduttore anche poi per la mostra che facemmo sempre quell’anno nel1999 a Milano a Palazzo Reale. Fu molto importante, uscì anche un catalogo, io curai la sezione delle traduzioni. Capii l’importanza del Quasimodo traduttore, sul poeta non ci sono dubbi, sul Quasimodo traduttore magari c’era qualche perplessità, invece veramente mi resi conto che il Quasimodo traduttore è alla pari se non più grande del Quasimodo poeta. Le due cose convivono: è un grande poeta perché è un grande traduttore.
Vorrei riflettere sulla grandezza di Quasimodo traduttore in relazione gli epigrammi del poeta greco antico Leonida di Taranto, nato a Taranto nel 330 o 320 a.C. e morto ad Alessandria d’Egitto, 260 a. C. Circa. Leonída o Leonida, a seconda della pronuncia greca o latina. Non è casuale che Quasimodo insista su Leonida di Taranto. Il primo incontro avviene nel 1956 circa e lui riceve il compito di tradurre alcuni epigrammi della Antologia Palatina, all’interno dei quali ci sono alcuni epigrammi importanti di Leonida. Questo è il primo incontro fondamentale, è una folgorazione, perché capisce che l’epigramma è una specie di sintesi della poesia. A tal proposito vorrei leggervi due righe di Giovanni Pascoli. Anche lui fu un grande traduttore, è una cosa da sottolineare, non a caso spesso i grandi poeti sono anche grandi traduttori. Lo scambio di idee tra la poesia e la traduzione è molto fecondo e molto importante. Pascoli stesso influenzò fortemente Quasimodo all’idea di traduzione e a un certo punto dice una cosa che conferma quello che vi dicevo io : l’epigramma è una specie di sintesi suprema della poesia. Il piccolo epigramma che fino all’origine era una iscrizione funebre, che nasce veramente come una descrizione tombale, divenne la forma più amata di poesia e servì all’amore, all’odio, alla satira scherzosa, e alla riflessione severa. Si ripete in un certo modo la storia dell’elegia. Pascoli sottolinea questo aspetto che nell’epigramma c’è tutto quello che la poesia può dire: amore, morte, satira, e la descrizione del quotidiano e questo aspetto dell’epigramma Quasimodo lo coglie benissimo, quando riceve il compito di tradurre degli epigrammi dell’Antologia Palatina. L’influenza di Leonida e degli epigrammatisti è importante, aumenterà e questo è un aspetto molto interessante, ma mentre gli altri epigrammatisti vengono tradotti per questa Antologia Palatina che esce nel 1958, e poi abbandonati, il dialogo con Leonida di Taranto prosegue. Quest’importanza dell’epigramma torna nelle poesie di Quasimodo, “Il falso vero verde”, raccolta poetica che scrisse mentre traduceva l’Antologia Palatina. L’ultima sezione la intitola “Epigrammi”, c’è ne sono due: uno “A un poeta nemico”e l’altro “ Dalla rete dell’oro “, che sembrano due epigrammi di Leonida, lui ne coglie lo spunto e lo spirito.
Sulla sabbia di Gela colore della paglia
mi stendevo fanciullo in riva al mare
antico di Grecia con molti sogni nei pugni
stretti e nel petto.
Là Eschilo
misurò versi e passi sconsolati
in quel golfo arso l’aquila lo vide
e fu l’ultimo giorno.
L’allusione è qui alla leggenda greca secondo cui Eschilo mentre passeggiava sulla spiaggia di Gela fu avvistato da un’aquila che teneva tra gli artigli una tartaruga e la lasciò cadere sul capo del poeta, scambiando per una pietra la sua calvizie, e in questo modo lo uccise. l’epigramma così si conclude:
[…] Uomo del Nord, che mi vuoi
minimo o morto per la tua pace, spera :
la madre di mio padre avrà cent’anni
a nuova primavera. Spera Ch’io domani
non giochi col tuo cranio giallo per le piogge.
Questo spirito un po’ funebre ma anche scherzoso è lo stesso che si ritrova in quei bellissimi epigrammi con degli aspetti moderni di Leonida di Taranto che Quasimodo sceglie.
L’altro epigramma è un verso solo che dice:
“Dalla rete dell’oro pendono ragni ripugnanti”
Abbiamo un epigramma più lungo che va verso l’elegia e uno molto sintetico. Lo scrivere epigrammatico ha influenzato ampiamente Quasimodo in questa raccolta. Nella raccolta successiva che è “La terra impareggiabile” del 1958 c’è un altro componimento che si intitola “Quasi un epigramma”, l’idea di epigramma torna e addirittura anche qua conclude: la terra è impareggiabile con due epigrafi. Una è dedicata ai Caduti di Marzabotto e l’altra dedicata ai Partigiani di Valenza. Gli epigrammi di Leonida di Taranto sono importanti per il Quasimodo poeta, in lui c’è una grandissima modernità, si parla di amore, di morte, di cose concrete, c’è una grandissima varietà, è un poeta moderno. Pezzi strepitosi barocchi, penso a quegli epigrammi costituiti dagli epitaffi per coloro che hanno passato la loro vita in mare e in mare sono morti. Quello in cui il povero pescatore è sepolto in due posti, dilaniato in due, una parte in mare, e la parte anteriore del corpo sepolta in bocca a uno squalo. Un’intuizione che anticipa di secoli e secoli il nostro barocco. Quasimodo traduce Leonida di Taranto scardinando la struttura originaria, il poeta greco scrive in esametri e pentametri, Quasimodo decide di tradurli in decasillabi, settenari, quinari, adattando alla propria sensibilità italiana, non facendo un’operazione di metrica barbara come avrebbe fatto Carducci. Sente la necessità di restituire i versi in italiano, rendendo la poesia ancora più movimentata, ancora più rapida, veloce, ancora più moderna. I versi con questa traduzione aumentano, se quelli originari erano otto poi diventano dieci, crescono.
| Andatevene topi, da questa capanna: nutrire topi non può la misera dispensa di Leonida. Al vecchio basta avere il sale e due pani di farina grezza: fin dal tempo degli avi questo vitto lodammo.» |
| (VI 302) |
