Alla fine del sentiero di Giovanna Righini Ricci, Edizioni Pugliesi

di Cosimo Rodia

 

L’Autrice affronta in Alla fine del sentiero[1] l’argomento delle minoranze etniche, tanto da risultare un’autentica anticipatrice dei tempi della multiculturalità. La vicenda ha inizio in medias res; un aereo porta Ernesto e i figli, Chiara e Matteo, in Canada, per riabbracciare il fratello Luigi, trasferitosi nel Quebec dove ha sposato Kateri, una pellirossa, da cui ha avuto una figlia, Valentina. Dopo il primo incontro, ha inizio un processo di “sfrondamento” di preconcetti, che dura per tutta la narrazione. Il mondo di Kateri viene penetrato dal lettore attraverso gli occhi di Chiara, la vera protagonista del romanzo. Piano piano si presenta alla ragazza una realtà diversa da quella immaginata; ed è lei la prima a superare i pregiudizi. Durante il loro soggiorno Chiara e Matteo vengono accompagnati nella Riserva indiana. Ed è ancora Matteo a dare l’opportunità a Kateri di eliminare la visione distorta sugli indiani. Matteo vuole vedere i pellirosse che dicono “augh”, fumano il calumet e fanno la danza di guerra; Kateri replica che quegli indiani, si vedono solo nei film americani. Nel frattempo Chiara incrocia Aigle Noir, l’altro protagonista del romanzo.

Kateri le rivela che Aigle Noir si comporta  da  selvaggio perché non si adatta alla vita dei bianchi; in altri tempi per la sua abilità ‹‹sarebbe stato un grande capo››. Si dipana lentamente davanti agli occhi di Chiara, e contestualmente del lettore, la verità: il giovane ribelle in realtà è l’emblema del dramma di chi è cosciente di perdere la propria identità e mal si adegua all’impatto con la nuova cultura.

Un’altra avventura i protagonisti la vivono nel visitare “grand-mère” e “grand-père”, i nonni indiani di Kateri. Stride agli occhi della giovane Chiara la presenza di una televisione a colori in una casa umile e disadorna; ma probabilmente sono i segni dei tempi. A cena, poi, Fratello Novak diletta la compagnia con i suoi racconti; e con la tecnica del racconto nel racconto, si respirano atmosfere magiche e primitive. Durante la notte, si scatena una bufera, Chiara è preoccupata per la sorte di Aigle Noir, si chiede se il ragazzo sia riuscito a trovare un riparo. La mattina successiva il gruppo è riaccompagnato a casa da un elicottero e durante il tragitto salvano Aigle Noir. Ma le avventure si succedono a ripetizione e a ritmo vertiginoso. Un giorno la compagnia si reca al torrente per pescare. Chiara si allontana, si smarrisce e si infortuna alla caviglia; interviene a salvarla Aigle Noir, che sembra essere ovunque, in quei luoghi impervi e difficili. Tra i due inizia a nascere un sentimento di tenerezza, una soffusa tensione d’amore; e l’attenzione di Chiara permette di scoprire la personalità del “selvaggio” e a mettere  a nudo i motivi della sua ribellione. Altri eventi permettono ai due ragazzi di avvicinarsi; Chiara ha la possibilità di visitare la “Clinica del bosco”, dove vengono curati gli animali; poi, giungono al villaggio di Bella Bella, capo tribù ancorato alle antiche usanze, ridotto ad essere ‹‹la controfigura di se stesso per i turisti››. Kateri spiega a Chiara che anche Aigle Noire soffre dello stesso male di Bella Bella: non accetta le leggi della storia.

 

«Io spero che Aigle Noire accetti le leggi della storia, che cessi di errare lungo i sentieri di un passato che non potrà mai più rivivere, che affronti coraggiosamente l’esistenza di oggi. Ma deve arrivare da solo a questa meta. Ogni volta che ho cercato di dargli una mano, si è ribellato. Ogni volta che ho voluto fargli accettare le regole del divenire umano, ha creduto che volessi asservirlo ai bianchi ed è fuggito via. Invece io volevo che superasse il muro di ombra e di incomprensione che separa la mia gente dagli altri, volevo che mi aiutasse a rendere la nostra gente meno infelice. Aigle Noire non ha capito ancora quanto io, nel mio lavoro, abbia bisogno di persone della nostra stirpe che sappiano conciliare l’antico con il nuovo»[2].

 

Kateri è l’emblema della persona che, pur amando il mondo da cui proviene, pur non rinunciando alle proprie radici, sa mediare tranquillamente con il mondo moderno: conosce le lingue e usa il computer. È il paradigma del giusto equilibrio tra vecchio e nuovo, tra ragioni identitarie e quelle del progresso.

A un certo punto il romanzo si tinge di giallo. Aigle Noire è arrestato con l’accusa di omicidio. Chiara si offre prontamente a testimoniare in suo favore, dato che la sera prima sono stati insieme; il dramma ha fine. Arriva il giorno della partenza ed è anche il momento dei consuntivi; tutti nel ripartire si sentono diversi dall’arrivo. Hanno visto e conosciuto realtà e fatti nuovi, i cuori sono colmi di immagini, di voci, di colori e di nuovi sentimenti. Anche Aigle Noire si sente cambiato egli è giunto alla fine del sentiero e ha imboccato la strada maestra; la promessa fatta a Chiara: ‹‹Verrò in Italia un giorno››, è il segnale tangibile del cambiamento e/o dell’adattamento all’evoluzione della storia.

L’Autrice riconferma la sua strategia di base: presentarci le minoranze etniche non come problema ma come ricchezza. La dimensione misteriosa e primigenia degli indiani, la difesa di ragioni  culturali arcaiche (pur da una situazione di svantaggio economico-sociale), sono esaltati nel testo, ed insorge spontaneamente la convinzione pacifica che ogni cosa al proprio posto è come un tassello necessario a comporre il mosaico completo del mondo; che può essere bello e vivificante se si è capaci di creare un giusto equilibrio tra la tensione umana (e naturale) allo sviluppo tecnico e sociale con la tradizione.

Mi sembra inoltre che dal libro emerga un’altra caratteristica che valga la pena rilevare: la condanna dell’autrice, espressa esplicitamente attraverso le parole di Aigle Noir, di viaggi presso le minoranze etniche per il puro gusto d’evasione.

 

[1] G. Righini Ricci, Alla fine del sentiero, B. Mondadori, Milano 1985. È stato nuovamente pubblicato, curato da Cosimo Rodia, dalle Edizioni Pugliesi, Martina Franca 2008.

[2] Ivi, p.153.

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