Riportiamo (due poeti per volta) i testi letti al reading: LeggiAMOci in di-versi IV^ edizione, del 1^ luglio 2023

Castello D’Ayala Valva, Carosino (Ta)

 

Premessa

di Cosimo Rodia

 

Oggi viviamo un dualismo che vede da una parte il libro cartaceo e dall’altra l’ebook, da una parte la lettura tradizionale e dall’altra quella su pagine Internet, da una parte la tradizionale e dall’altra la pressione dei nuovi ‘barbari’, da una parte il giornale di carta e dall’altra il giornale online.

Ecco, a guardar bene, gli ultimi trent’anni hanno messo in discussione pratiche consolidate in 5.000 anni, legate all’argilla, alla pergamena, alla carta, all’inchiostro, per giungere, poi, alla smaterializzazione.

In questa rivoluzione in atto, continuano ad esistere, nella loro materialità i libri, i giornali, le riviste. Esiste, insomma, una convivenza di due modalità quasi opposte di concepire la scrittura; viviamo sia nella fluidità del digitale, sia nella vecchia e concreta solidità della stampa, sulla cui carta sono cristallizzate le nostre azioni simboliche. E chi scrive, negozia queste due diverse esperienze.

Ora, nonostante il vortice in cui ci attrae il web, forti di indagini empiriche e di conclusioni di studiosi autorevoli, si deve ribadire che la poesia scritta ha una carica più ‘immersiva’ (Giovannetti), più emozionale e più espressiva. La poesia scritta spinge, contrariamente a quella letta, a domandarci dove arrivi il senso del testo, sollecita a porci il problema del significato in un mondo in cui i significati si disperdono.

Allora il cartaceo, per schematizzare, è capace di fermare, cristallizzare e programmare i pensieri, contro il virtuale che presenta l’oggetto, fugge e scompare.

Il cartaceo, quindi, è una risposta rivoluzionaria, è la resistenza contro la smaterializzazione indotta dal digitale. Si può dire che al divenire incessante della rete, lo scrittore può rispondere con l’inchiostro fissato sulla pagina che diventa essa stessa la realtà che resiste al cambiamento in atto.

Mc Luhan considerava i media freddi (ad es. il telefono; oggi, messanger, whatsapp…) quelli che più richiedono lettori attenti, lettori acuti capaci di connettere le parti di una totalità apparentemente disgregata.

Ecco dove trova senso questo opuscolo e questa manifestazione di poeti che hanno la forza di ‘resistere’, fermando con l’uso dell’inchiostro i loro pensieri, permettendo una profonda comunicazione umana contro la liquidità.

Bene. Per questa IV° edizione di LeggiAMOci in di-versi i ringraziamenti personali sono espressi al Sindaco di Carosino, Onofrio Di Cillo e all’Assessore alla Cultura, Maria Teresa Laneve per la sempre piena loro disponibilità, ai partecipanti che vengono da ogni dove, nell’ordine: Anna Cellaro, Maria Curatolo, Maurizio Evangelista, Barbara Gortan, Cosimo Lamanna, Anna Rita Merico, Giulia Notarangelo, Nunzia Piccinni, Cosimo Rodia, Sonia Vivona; a tutti loro un grazie per la presenza ed anche per aver donato alla biblioteca comunale le loro opere, rinfoltendo la sezione della “Poesia del secolo XXI”.

 

 ANNA CELLARO

Risiede a Laterza (Ta); è avvocato iscritta presso l’Ordine degli avvocati di Taranto. Suo nonno paterno Oronzo, al fianco del Paletnologo prof. Biancofiore, le ha trasmesso la passione per il suo territorio che non manca di evocare nei suoi scritti. Ha affinato la sua scrittura poetica seguendo i laboratori del prof. Daniele Giancane. Ha pubblicato la silloge “Il salice del borgo antico” (2023); “Haiku-ra” (2023); inoltre, è presente in antologie di poeti contemporanei e in periodici culturali.

 

(di Anna Cellaro)

Ci riconosciamo effimeri,

infiorescenze di maggio.

I sorrisi e i pensieri

sono scollature

nella voce del tuo tracciato.

 

*

 

We recognise each other ephemeral,

inflorescences May.

The smiles and the thoughts

Are sunken

In the voice of your existence.

 

Una narrazione franta, sofferta, in cui il dettato si carica di sovrasenso, giungendo a dar conto della provvisorietà della vita (e forse dei sentimenti). I Pensieri (o i progetti) sono dei balconi nel tracciato della voce (una bella sineddoche per significare la persona sognata”!)

(Cosimo Rodia)

 

 

Louise Glück (1943)

 

I gigli bianchi

 

Mentre un uomo e una donna fanno
fra loro un giardino come
un lenzuolo di stelle, qui
indugiano nella sera d’estate
e la sera diviene
fredda dal loro terrore: potrebbe
finire tutto, è passibile
di devastazione. Tutto, tutto
può essere perduto, per l’aria profumata
le colonne sottili
che si alzano inutilmente, e più in là,
un mare agitato di papaveri –

Zitto, amore. Non mi importa
quante estati vivo per ritornare:
in quest’unica estate siamo entrati nell’eternità.
Ho sentito le tue due mani
seppellirmi per sprigionare il suo splendore.

(Louise Glück, L’iris selvatico, il Saggiatore, Milano 2020).

 

Un uomo e una donna “indugiano” in una sera alla fine dell’estate. Prendono tempo, dilatano il più possibile la distanza che li separa dalla fine. Hanno paura di arrivare al momento del congedo, all’addio. La temperatura di questo testo è mite e nostalgica, come il passo di settembre che conclude lo splendore fulvo dell’estate e agita il mare nell’ansietà dei ritorni. “Zitto amore. […] in questa unica estate siamo entrati nell’eternità. / Ho sentito le tue due mani seppellirmi” forse in quello stesso giardino che è “un lenzuolo di stelle”. Il sudario degli amanti. La poetessa ìntima al compagno un silenzio appassionato. Dice: non importa se tutto deve essere, alla fine, restituito, perché anche nel compiersi dell’abbandono, nello svuotamento, la morte sprigiona splendore. Qualcosa resta salvo nell’eternità. Non c’è disperazione in questi versi, ma coscienza del limite posto alla durata delle esperienze umane. C’è, nel gesto finale delle mani, uno scambio tra vita e morte, il perpetuarsi ciclico delle stagioni, la metamorfosi: infatti, le mani che seppelliscono ricalcano il lavoro del giardiniere che interra i bulbi, affinché fioriscano. Il seme che si spacca sotto terra conosce la liberazione dalla materia, il letargo assopito nel terriccio umido, la potenza del virgulto che sboccia. Il giardino è il vero spazio poetico della Gluck, il grimaldello d’accesso alla sua riflessione letteraria: la percezione del conflitto tra tempo ed eternità. Il giardino che fanno insieme un uomo e una donna allude all’atto della creazione e la stessa figura del poeta-giardiniere a tratti si confonde con l’idea di un creatore, di un demiurgo che non sconfina nella religione; è il locus amoenus del matrimonio non ancora giunto sul crinale, è l’eden perduto, quasi la naturale conclusione di quell’erotico toccarsi che è già thanatos.

 

MARIA CURATOLO
ha svolto la professione nel settore della Riabilitazione Neuro-psicomotoria. È animatrice culturale nelle associazioni socio-culturali della città di Corigliano-Rossano. Ha pubblicato I racconti dell’anima, Informazione&Comunicazione, 2019; è presente in diversi numeri della rivista letteraria ‘La Vallisa’ diretta dal Daniele Giancane, oltre che in altre antologie poetiche.

 

Ascolto respiri

(di Maria Curatolo)

Ascolto respiri
Si tingono di nero
Nell’odore pungente
Del verde acquamarina
Le parole si inzuppano
Nelle auto blu
Dov’è l’umano
Nei pugni chiusi
Nella litania della rabbia
S’innalzano nenie
Mai cantate
Suoni sospesi
nella musica di Chopin
Raggiungono le anime.
*

I listen to breath

I listen to  breath
They’re dyed black
In the pungent smell
Of the aquamarine green
Words get soaked
In the blue cars
Where is the human
In the clenched fists
In the litany of anger
Nenie rises
Never sung
Suspended sounds
in the music of Chopin
They reach souls.

(Traduzione di Martina Lombardi)

La rappresentazione di una tragedia è coglibile nella aggettivazione connotativa, oltre, poi, all’interrogativa con la quale Curatolo si chiede ragione della morte e della sofferenza, mentre ascolta il ‘notturno’ di Chopin, sicchè le parole e musica diventano un unicum.

(Cosimo Rodia)

 

 Salvatore Quasimodo (1901-1968)

 

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra,
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Questi versi di Quasimodo in origine facevano parte della poesia Solitudine presente nella raccolta poetica “Acqua e terra”, pubblicata nel 1930, costituendone la terza finale del componimento.
Solamente nel 1942, nella raccolta che riporta il titolo “Ed è subito sera”, il componimento viene riportato nella sua forma definitiva con solo questi tre versi. Le immagini, presentate con un linguaggio emozionale, descrivono lo smarrimento dell’umanità, incapace di comunicare e per questo destinata alla solitudine.
Stilisticamente i versi trasmettono quella luce che è in ognuno di noi e che attraverso la parola l’autore retoricamente ci dona.
L’uomo tende a vivere in solitudine, nonostante sia egli stesso il centro del mondo.
Cerca la luce che gli dà attimi di gioia, ma come il tramonto, la realtà all’improvviso lo cala nel silenzio.
Sebbene particolarmente breve, abbondano le figure retoriche: metafore, allitterazioni, analogia, sineddoche, assonanze, paranomasie. La combinazione delle immagini è un verdetto per tutti gli esseri umani, senza alcuna possibilità.

(Maria Curatolo) 

 

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