“Letteratura e sport” – Intervista a Trifone Gargano

di Fabrizio Resta

 

Buongiorno Professore. Grazie per questa intervista. Lei ha detto: “Lo sport ha bisogno di atleti, a tutti i livelli, e con tutte le competenze necessarie. Ma ha pure bisogno di chi sappia giocare con le parole, di chi sappia raccontarlo”.

La tradizione italiana ha sempre snobbato chi si occupa di sport , considerandola una materia di serie b. Perché secondo lei c’è questo pregiudizio?

Il rifiuto è stato reciproco, come denunciò Pier Paolo Pasolini nella sua ultima intervista, concessa alla rivista «Guerin Sportivo», con pochi intellettuali che praticassero sport o che scrivessero di sport, e con pochi sportivi che leggessero libri. La tradizione italiana ha sempre avuto il vizio di compilare graduatorie, e quindi di assegnare alle opere narrative o liriche che raccontassero storie di sport o di sportivi come produzioni di seconda, terza o quarta serie. Lo stesso maltrattamento è stato riservato ai giornalisti che si occupavano di sport. Oggi, per fortuna, le cose cominciano a cambiare.

Lei cita nella sua opera il canto XV dell’Inferno che fa riferimento al Palio del Drappo Verde, che si correva a Verona fin dal 1207, per ricordare la vittoria della città sui conti di san Bonifazio e sulla famiglia Montecchi. Dante però parla di corse anche tra gli ignavi e i golosi.

Sì, il poema dantesco, specie nell’Inferno e nel Purgatorio, è ricco di episodi e di scene, come dire, sportivi, con riferimenti a tutte quelle anime di dannati e purganti che corrono (o che sono inseguiti), con i diavoli che svolgono la funzione degli arbitri, o degli starter. Il caso del riferimento alla maratona veronese del Drappo verde è davvero sorprendente. Un «Dante di corsa», dunque, che è il titolo della giornata di studio che come docente del Corso di laurea SAMS (Scienze delle Attività Motorie e Sportive), dell’Università degli Studi di Bari, sto organizzando.

Non c’è solo Dante. Lei cita anche un romanzo contemporaneo, interamente dedicato a una gara di maratona, Crampi, di Marco Lodoli, pubblicato da Einaudi nel 1992, e ambientato a Roma.

Ho voluto mostrare, in questo mio libro, che anche autori contemporanei di primo livello, come, appunto, Marco Lodoli, abbiano dedicato opere di narrativa con protagonisti che praticassero sport, sia a livello amatoriale che professionistico. Chi scrive di sport è scrittore con la S maiuscola, senza alcuna aggettivazione.

C’è anche il calcio nella letteratura. Umberto Saba ha dedicato ben cinque poesie sul tema, che nascono da un biglietto donato da un amico, che non potendo recarsi a un Triestina – Ambrosiana (con quest’ultima favoritissima) “costrinse” il poeta allo stadio, complice anche una bella giornata di sole e l’entusiasmo dei familiari.

Le poesie di Umberto Saba, e, in modo particolare, la poesia Goal, sono le prime testimonianze, nel Novecento italiano, di un grande autore, dedicate allo sport (al calcio). Purtroppo, esse restarono un esperimento sostanzialmente isolato, ma di grandissimo livello e importanza. Goal, per esempio, ci parla di un calcio d’altri tempi, di quando cioè un portiere piangeva per il goal subito; e della solidarietà del difensore, che lo aiuta a rialzarsi, e che lo consola. Un calcio, cioè, non ancora regolato dal mercato, e dai contratti milionari (oltre che dai diritti televisivi).

Pier Paolo Pasolini, tre giorni prima di essere ucciso ha rilasciato un’intervista al Guerin Sportivo, lamentandosi del fatto che gli sportivi non seguissero la letteratura e viceversa, del poco interesse da parte dei letterati nei confronti dello sport.

Lo ricordavo prima. Anche in questo, lo sguardo di Pasolini è sempre stato uno sguardo profetico, da vero intellettuale, che vede lontano, e che indica a ciascuno di noi la strada da percorrere. Pasolini praticava il calcio e scriveva di calcio. La sua letteratura è sempre stata una letteratura viva, autentica. nel calcio, e nello sport in generale, Pasolini vedeva l’ultima sopravvivenza del rito sacro, capace di aggregare masse, e di catturarne sogni e delusioni, speranze e incubi

Dopo Pasolini, forse l’opera più famosa che tratta di sport è stata quello di Giuseppe Catozzella “Non dirmi che hai paura” che parla della vera storia di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nel sangue. Gli allenamenti notturni nello stadio deserto, per nascondersi dagli occhi accusatori degli integralisti, e le prime affermazioni la portano, a soli diciassette anni, a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne musulmane in tutto il mondo. Una notte parte, a piedi. Rincorrendo la libertà e il sogno di vincere le Olimpiadi. Sola, intraprende il Viaggio di ottomila chilometri, l’odissea dei migranti dall’Etiopia al Sudan e, attraverso il Sahara, alla Libia, per arrivare via mare in Italia. Lo sport quindi come scusa per parlare di guerra, integrazione ed altri temi, visti però con gli occhi di persone comuni e forse proprio per questo, più vicine al cuore dei lettori.

Il racconto (autentico) di Giuseppe Catozzella è così struggente che ci dimostra quanto sia vero quello che sostengo in questo mio libro, e cioè che educare allo sport significa educare alla cittadinanza attiva. Praticare sport, a tutti i livelli, significa fare educazione civica: rispetto delle regole, rispetto dell’avversario, ecc. Lo sport aiuta la nascita e lo sviluppo della cultura dell’inclusione e della solidarietà. Grazie ad esso, chi pratica sport percepisce l’importanza del gruppo sul singolo.

In Puglia abbiamo molto scrittori di sport. Tanto per citarne due abbiamo Domenico Castellaneta, che ha scritto “il Bari delle meraviglie. La migliore squadra biancorossa di sempre” e Gianni Spinelli, con il suo “Il genio dannato”, dedicato alla memoria (e alle prodezze) di Giuseppe Moro, portiere del Bari. Proprio di Gianni Spinelli sappiamo che sta per uscire un libro su Zeman.

Nel mio libro cito entrambi, che stimo e apprezzo molto proprio in quanto autori che sanno raccontare la vita di ciascuno di noi attraverso lo sport. Ho notizia anch’io dell’imminente uscita di questo libro di Gianni Spinelli su Zeman, e attendo di leggerlo con ansia. Spinelli è autore arguto e sagace, che sa dominare il mezzo espressivo come pochi sanno fare nel panorama letterario italiano. Egli è un vero atleta della parola.

 

 

(Intervista apparsa su “il sudest”, il 22/11/2021)

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