“La fragola è una faccia con il morbillo” di Daniele Giancane, Tabula Fati, 2023

di Roberta Positano

 

Si può imparare a scrivere le poesie oppure esse sono un dono degli dei che se non si possiede è inutile provarci? Allora perché scrivere un libro per insegnare a comporle?

La banana è una fettina di luna; l’arancia è un sole; la mela è il viso di una bambola; la luna è una testa  mozza (da Turandot).

Sembra un gioco, forse lo è, perché questo è il messaggio che proviene proprio da “La fragola è una faccia con il morbillo” scritto da Daniele Giancane, edito nel 1980 e che oggi ritorna nelle librerie ad offrire una metodologia della scrittura poetica per i bambini.

Il prof. Giancane nel testo rievoca la sua amicizia con Kenneth Koch,   il suo metodo aperto, la sua tesi che “tutti siamo dei potenziali poeti”.

D’altronde chissà quanti sono coloro che nell’adolescenza hanno preso la penna per scrivere parole emotivamente coinvolgenti e  attirare le attenzioni di una ragazza.

Ricordo  nelle scuole medie c’era un compagno di classe che sapeva scrivere versi bellissimi e in tanti  gli chiedevano di scrivere poesie, su commissione, per le amate di turno. Si scoprì più tardi che copiava i versi di noti poeti compreso Dante. Trucco usato un po’ ovunque, ricordo il titolo di un libro di Charles Bukowski: “Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze”.

Ma a parte questo episodio, c’è stato un momento, un attimo, in cui ognuno di noi si è sentito poeta e sicuramente è avvenuto quando la razionalità non aveva preso a tiranneggiare la fantasia; perché chissà quante volte ci siamo sentiti dire “attento che l’arte non ti dà da mangiare”, “pensa agli studi seri”.

Eppure che mondo sarebbe senza la poesia, senza la musica, senza la pittura? Perché il segreto di queste arti è proprio la capacità di sviluppare la fantasia, ed è inutile negarlo senza fantasia come faremmo a risolvere i tanti problemi della vita quotidiana?

La poesia ci chiede quanto l’uomo sia libero di costruire il proprio destino.

Sono nata a Bari e non a New York o a Dogali. Pensate che questo dettaglio non avrebbe cambiato la mia vita?

C’è gente i cui soli pensieri sono: lavorare, mangiare e dormire. Quali modifiche potrebbero migliorare le loro esistenze?

C’è chi ama scoprire nuovi mondi, impegnandosi in questa ricerca per andare oltre quel confine che è la noia quotidiana o il mal d’esistere.

Quindi il destino ha aspetti immodificabili ma ci offre anche quelle chance che possono cambiare totalmente la nostra vita.

Ma torniamo alla poesia ed al libro di Daniele Giancane. La poesia appartiene a tutti, ma come tutte le discipline esistenti ha la necessità di sviluppare un proprio linguaggio ed ecco che il libro in questione di 111 pagine ci offre la possibilità di imparare ad unire l’ispirazione poetica con il linguaggio poetico attraverso un percorso che si sviluppa in vari step, proprio come se fosse un allenamento ginnico.

Ogni disciplina ha il suo linguaggio specifico basta ascoltare i cronisti per notare come ogni parola si adegua all’argomento da trattare, o proviamo ad il medico, o il giurista. Ognuno usa un linguaggio determinato da quella specifica materia, così anche la poesia ha il suo linguaggio basato su conoscenze precise e non può essere solo spontaneo.

Diviso in capitoli che vengono esaminati e commentati uno per uno si riportano  gli esercizi svolti dagli alunni delle varie classi durante i venti incontri  tra l’operatore (meglio) tra il poeta e i bambini. Il tutto avviene gradualmente; si comincia a lavorare in maniera collettiva per passare all’individuale, dall’anonimato al personale.

Mi soffermo, brevemente, sull’importanza dell’anonimato; come evidenziato dall’autore e come il componimento privo di firma, nel momento in cui il giovane discepolo si avvicina all’arte della poesia sia determinante a stimolarne la creatività che: “ha per fine di far liberamente espandere le energie interiori senza entrare in conflitto con l’altro”.

Sicuramente l’obiettivo del docente non è, e non deve essere assimilata a quella dell’editore, il quale ha come unico scopo la priorità dell’interesse economico.

Appare evidente che una competizione tra poeti può essere potenziata  solo da chi deve vendere il maggior numero di copie; ma andando “oltre” quanto può essere stimolante una competizione tra artisti in genere e in particolare trai poeti?

Può migliorare la poetica di un artista se sa di dover competere con quella di un altro?

A mio parere è evidente che una bella poesia piò essere di stimolo a chi scrive per soffermarsi su una parola o un’immagine che lasciano un segno nell’animo ma, è pur vero, e questa è la grandezza dell’arte tout court, che ogni opera è segnata, dall’animo di chi la compone, come un sigillo che marchia la ceralacca. Ogni autore ha una storia, una cultura, un’esperienza che è solo sua ed è questa che tende a trasmettere nel proprio lavoro.

Nel testo di Giancane si sviluppano concetti legati   alle associazioni; tra persone, cose, animali per liberare creatività e intuizione.

Si pone attenzione all’ascolto di ciò che ci circonda: suoni, rumori, azioni; perché anche le azioni ci parlano e dobbiamo imparare ad ascoltarle.

E… arriviamo al sogno, perché possa emergere l’inconscio con il suo linguaggio simbolico da fiaba che ci avvicina all’essenza di noi stessi.

Riporto integralmente quanto scritto da Gaston Bachelard nella “La poetica della Reverie”: “I metafisici parlano spesso di una <<apertura al mondo>>. Ma ascoltandoli bene, sembra che abbiano soltanto da tirare una

tenda per trovarsi di fronte al Mondo. Quante esperienze di metafisica concreta potremmo avere se prestassimo maggiore attenzione alla reverie poetica. Aprirsi al Mondo oggettivo, penetrare nel Mondo oggettivo, costruire un mondo che riteniamo oggettivo, sono obiettivi descrivibili soltanto dalla psicologia positiva. Ma il compito di costituire, attraverso mille rettificazioni, un mondo stabile ci fa dimenticare lo splendore delle prime aperture. La reverie poetica ci offre il mondo dei mondi. La reverie poetica è una reverie cosmica, porta di accesso per mondi straordinari. Conferisce all’io un non-io che rappresenta il bene dell’io. E’ questo non-io che affascina l’io del sognatore  e che i poeti ci permettono di condividere. E’ da questo non-io che deriva la sicurezza di essere al mondo. Confrontati al mondo reale, ci rendiamo conto che le preoccupazioni hanno origine in noi stessi.” (pag. 20)

Ancora: “Io sono infatti un sognatore di parole, un sognatore di parole scritte. Quando leggo, mi soffermo su di una parola e alzo gli occhi dalla pagina. Le sillabe cominciano ad agitarsi. Gli accenti si invertono. La parola perde il suo significato, si libera di un carico troppo pesante che le impedisce di sognare. Le parole assumono allora altri significati, come se avessero acquisito il diritto di essere giovani. E vanno cercando, nelle pieghe del vocabolario, nuove compagnie, cattive compagnie”…

“la parola è una gemma che si trasformerà in ramoscello. Come si può scrivere senza sognare? E’ la penna che sogna. E’ la pagina bianca che ci dà il diritto di sognare. Come sarebbe bello scrivere solo per se stessi!”

Non credo ci sia altro da aggiungere tra poesia e sogno se non quanto riporta Daniele Giancane: “I sogni come i desideri, sono una delle più grandi sorgenti della poesia” affermazione di Koch.

Il capitolo sette è dedicato all’uso della metafora, largamente usata dai poeti che riesce ad avvicinare due realtà di per sé estranee; il poeta con un meraviglioso sforzo creativo scopre similitudini impensabili dando origine ad immagini nuove. Ed ecco che l’autore ci spinge ad entrare in noi stessi: “se io fossi la neve”, “ se io fossi diversa” ancora una volta si aprono le porte del sogno, del desiderio.

Nella delicata ricerca di noi stessi irrompono come zampilli di acqua fresca quelle parti di noi che ci neghiamo.

A tutti piace dare di sé un’immagine buona, corretta, accettabile dalla comunità, eppure proprio da questo desiderio emergono a volte le bugie o irrompono gli errori.

Con la pretesa di voler controllare ogni cosa non ci accorgiamo che è impossibile nascondere quel marasma emotivo che scava profondamente nel nostro io e che simile all’eruzione di un vulcano emerge, all’improvviso, spaccando la crosta delle apparenze.

Quanto la poesia sia legata all’inconscio è dimostrato dalle tante scuole di psicoterapia che la usano per curare varie disfunzioni psichiche, anche per curare i disturbi alimentari come nella ASL1 di Todi che, dal 2003, ponendo al centro la cura del malato e non della malattia, si tendono incontri settimanali di Poesia Haiku tra gli ospiti della struttura del Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare di Palazzo Francisci.

Nel testo, scritto con semplicità e con un linguaggio fluido, c’è spazio per i colori, la musica e piano piano il discepolo viene accompagnato nella dimensione divina della poesia, nella quale chi vi entra difficilmente ne vorrà uscire.

Dalla lettura delle composizioni scritte a seguito dell’ascolto musicale emerge come alcune parole ad es. “cavalli, farfalle, tamburo, fiori” oppure “re, principi” siano usati più frequentemente da un sesso piuttosto che dall’altro.

Si potrebbe obiettare che ciò è legato ad un’impostazione culturale e dall’abitudine di rivolgerci con un linguaggio differente agli uni e agli altri. Eppure, è inutile negarlo, esistono parole con l’animo maschile e parole con l’animo femminile.

Anche su questo argomento mi piace riportare il pensiero di Bachelard, che attraverso una reverie delle parole stesse dice: “sono stupito dall’atteggiamento di molti linguisti, i quali liquidano il problema sostenendo che il maschile e femminile dei nomi derivano dal caso” (pag. 41)

Concludo da una metafore  nasce questo libro che invita ad esprimersi in poesia  i giovani poeti: Iolando, Eugenio, Biagio, Gabriella, Lucia, Danilo e tanti altri, che sembrano uscire dalle pagine del libro.

Sono rimasta particolarmente attratta dal piccolo Danilo nel vederne l’evoluzione dalle prime frasi fino al libero componimento; nel capitolo nr 3 “Poesia delle similitudini” il giovane poeta scrive “ Il mare di sera/ è come una musica /sulla spiaggia. /Le onde sbattono sugli scogli /come schiaffi.” E nel capitolo 19 “Poesia libera” scriverà: “Mi giro, /dalla finestra luce /e campi e palazzi /vita./ Il silenzio si annulla /nel fissare il cielo e le strade… /l’aria carica si impregna /di luce nuova.”

Merito degli incontri e del metodo di Daniele Giancane o di Eraclito?

Forse tutti e due! Allora se volete scrivere poesie leggete, leggete e leggete le poesie e prima di tutto leggete “La fragola è una faccia con il morbillo”.

 

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