Nevica di Anna Marinelli, Portofranco, 2006

di Nunzia Piccinni

 

Anna Marinelli, vicina ad Emily Dickinson per originalità, capacità espressiva e profondità d’animo, nel libro “Nevica”, inserita in “Delphinus”, Collana di poesia pugliese contemporanea diretta dall’indimenticato Angelo Lippo, condivide col lettore un dolore intimo e straziante, trasformandolo in qualcosa di universale e consolatorio per se stessa e gli altri.

L’autrice riesce a sublimare una ferita lacerante in un’opera d’arte che cristallizza l’angoscia rendendola materia feconda e fertile, restituendo così un senso alle sofferenze che spesso ci sgomentano.

La poetessa opta per il poemetto, una precisa scelta stilistica dai contorni eleganti e raffinati. Non una poesia, perché pochi versi non avrebbero potuto dare voce ai suoi “silenzi errabondi”. Non un racconto perché la prosa avrebbe disperso quelle “gocce di sangue” che bagnano “parole amare”. Il poemetto invece, in equilibrio tra estensione ed emozione, appare la soluzione migliore per descrivere “un’antica amicizia” turbata dalla morte e per rinvigorire con la forza del cuore tutti noi che, dinanzi alle prove, siamo “aquiloni abbattuti dalle tramontane”. Anna è un “gabbiano ferito”, schiacciata da quei  “macigni di rimpianto” che compaiono ogni volta che un rapporto s’interrompe bruscamente, lasciando tante cose in sospeso. Come “foglia accartocciata” l’autrice dal suo “ramo spezzato” guarda la neve scendere senza fare rumore, sentendo dentro di sé il freddo e il vuoto.

La vita è fatta di “inebrianti profumi” ma anche di “gelidi rifiuti, di schiaffi, dimenticanze, indifferenze, bugie stratificate”. È come la natura maestosa e indecifrabile con le sue stagioni, le sue giornate di sole, vento e pioggia, coi suoi colori luminosi e a volte oscuri. Ma è pur sempre un miracolo da custodire!

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