Piccolo manoscritto nella bisaccia di Basho, SE, 2006

di Sandro Marano

 

Basho (1644 – 1694) è stato uno dei maggiori poeti giapponesi. I suoi versi si caratterizzano per eleganza e semplicità. Nel Piccolo manoscritto nella bisaccia (SE, 2006) annota impressioni sui luoghi, sugli incontri, sulla natura e brevi poesie (haiku) ispirate dal viaggio, ora a cavallo ora a piedi, intrapreso nell’autunno del 1687 e durato sei mesi. All’inizio del viaggio descrive così il suo stato d’animo:

«il cielo era incerto e io mi sentivo privo di meta come una foglia in balia del vento». E subito dopo c’è questo haiku:

«Pellegrino 

vorrei fosse il mio nome

alle prime piogge d’autunno».

Basho viene definito “poeta del viaggio”. I suoi viaggi nel Giappone feudale furono numerosi, sovente in condizioni assai dure e difficili. Gran parte delle sue opere sono diari di viaggio: appunti sulle cose viste e pensate e insieme testimonianza del suo cammino spirituale. Emozioni ed elementi del paesaggio si fondono nelle diciassette sillabe degli haiku:

«Giorno d’inverno

persino l’ombra gela

di me a cavallo».

Il buddismo zen cui aderisce fin da giovane è per lui prassi prima ancora che dottrina. Sopporta senza lamenti stanchezza e privazioni:

«Esausto

nell’ora di trovare alloggio

fiori di glicine».

Fare poesia per Basho è seguire docilmente le stagioni, essere in armonia col mondo naturale: «chi non intuisce la bellezza di un fiore in ogni forma è un barbaro. Chi non ha un animo delicato come un fiore è una belva», scrive nel suo diario.

Prima della partenza riceve dagli amici e dai discepoli doni che consistono in poesie, vestiti, monete avvolte pudicamente in carta per le sue necessità. La povertà è per lui una scelta di vita, non un’imposizione o una sventura.  La sua vita si svolge all’insegna di quella che potremmo definire decrescita felice.

Il poeta, osserva Basho, non teme di essere derubato, perché nulla possiede, non ha ansie e cupidigie, ignora la fretta (questa malattia dei tempi moderni), gusta cibi semplici,  è lieto dell’incontro con casuali viandanti con cui conversa e condivide emozioni. Con un discepolo incontrato in primavera si reca ad ammirare i ciliegi in fiore sui monti Yoshino.

Il racconto del viaggio nel Piccolo manoscritto nella bisaccia  termina con le immagini dei pescatori che lanciano frecce ai corvi che tentano di rubare il pesce e dei  papaveri sulla spiaggia di Suma e con la rievocazione delle drammatiche vicende svoltesi anticamente in quel paesaggio, in quella baia su cui «indugia una millenaria tristezza».

Il fascino della sua scrittura forse non è tanto nei suoi versi, che pure sono incantevoli, ma nell’equazione che il lettore avverte tra la profondità e la semplicità della sua poesia da un lato e la sua vita sobria e spiritualmente ricca dall’altro.

 

 

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