La città transnazionale di Franco Ferrarotti, Armando, 2024

Redazione

 

Un testo che si collega al volume Verso un mondo post-urbano e policentrico (Armando Editore, 2023) ampliandone e approfondendone la riflessione. Franco Ferrarotti ragiona sull’aggregazione urbana di domanda, dove “il vissuto quotidiano è destinato a superare, se non a far dimenticare, – così ardentemente spero – le differenze razziali e culturali”. Nell’ottica dell’autore, “ci attende un mondo in cui potrà, forse, affermarsi la comune umanità degli esseri umani o quantomeno compiere un primo passo verso l’ardua transizione dall’hominitas all’humanitas”.

 

Prologo. Nella situazione planetaria di oggi, l’idea della città transnazionale induce a pensare a New York, la metropoli diventata megalopoli e, per nostra fortuna e, contrariamente a quanto temeva Lewis Mumford, non ridotta a necropoli. Di fatto, New York non è l’America, non corrisponde ad alcuno degli Stati Uniti, ma ne è, al più, l’anticamera: New York è ancora Europa, ma sta diventando sempre più Asia e Africa. New York è la prima realtà del pianeta Terra autenticamente multietnica, multilinguistica, multireligiosa, dalla «little Italy» di Mulberry Street e dal Village, con Mercer Street e la New York University, con Eliot Freidson e Wolf Hydebrand, fino alla quiete lussuosa di Park Avenue, alla Public Library della 42ᵐᵃ strada e Fifth Avenue, con il Graduate Center della CUNY (City University of New York), con Alfred McClung Lee, Benjamin Ringer e Joe Bensman, e al campus della Columbia University, con Robert K. Merton e Daniel Bell, a due passi da quello che un tempo era lo slum dei neri per antonomasia, Harlem, oggi sostituito dal Bronx. A New York certi gruppi etnici, ancora relativamente compatti, si dividono il mercato: gli indiani dominano quello delle edicole con i giornali e le riviste; ai coreani toccano gli ortofrutticoli; gli irlandesi, da tempo, favoriti anche dal loro inglese, la polizia. Nell’aggregazione urbana di domani il vissuto quotidiano è destinato a superare, se non a far dimenticare, – così ardentemente spero – le differenze razziali e culturali. Ci attende un mondo in cui potrà, forse, affermarsi la comune umanità degli esseri umani o quantomeno compiere un primo passo verso l’ardua transizione dall’hominitas all’humanitas e acquisire la piena consapevolezza della fondamentale unità della famiglia umana.

 

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