“Fiabe e leggende di terra d’Otranto” di Cosimo Rodia, Progedit, Bari.

di Angelo Nobile

(Università di Parma)

 

Ogni popolo, ogni cultura, ogni area geografica ha un suo patrimonio, spesso ricchissimo, di miti, fiabe, leggende, testimonianza della vocazione fabulatoria umana, e insieme del bisogno di storie connaturato all’uomo.

Protesa tra occidente e oriente, storicamente luogo di incontro e scontro di differenti civiltà (bizantina,  araba, normanna, sveva, spagnola…), crogiuolo di popoli e di razze, culture, religioni, credenze, la Puglia ha un suo cospicuo repertorio di storie e leggende, già pioneristicamente valorizzato negli anni Trenta del Novecento da La Sorsa, e poi da Bronzini e Cassieri, dallo stesso Calvino all’interno della sue Fiabe italiane e, più recentemente, da Daniele Giancane  con tre preziose raccolte, prevalentemente incentrate sulle narrazioni popolari delle zone che si affacciano sull’Adriatico.

Appassionato cultore del folclore locale e del meraviglioso fiabesco (passione da cui è scaturito il volume scritto in collaborazione con A. Rodia, L’evoluzione del meraviglioso, Liguori, 2011), Cosimo Rodia, dopo le sue raccolte Il mondo che non c’è (Mandese editore, 1998) e le Fiabe dell’alto Salento (Edizioni Pugliesi, 2008),  ha nuovamente rivolto il suo interesse di studioso alle testimonianze narrative popolari della regione ionico-salentina e del suo entroterra. Un patrimonio fiabesco e novellistico ancora presente nella memoria collettiva e in quella degli anziani in particolare, attinto dalla viva voce del popolo con l’ausilio di uno stuolo di volenterosi collaboratori.

Sono storie, fiabe, leggende, per lo più di ambiente rurale, dall’epilogo ora lieto, ora triste, talora tragico, che raccontano di comunità agricole (le ‹‹fiabe contadine» cui accenna Calvino), di campagne assolate, di masserie, di duro lavoro nei campi o nella cura dei propri armenti, tra riti e tradizioni locali, “’infascinu” e malocchi, spesso funestate da drammi familiari e incentrate sul tema dell’amore infelice, a conferma della notazione calviniana, che ‹‹corre nelle fiabe italiane una sofferta e continua trepidazione d’amore».  Ma sono anche racconti espressione  di una mentalità superstiziosa, in cui tra paure collettive e ingenue credenze fanno la loro inopinata comparsa magie e sortilegi, eventi  soprannaturali, misteriosi incontri con inquietanti creature dell’oltretomba.

Raramente calcano la scena re, regine, principi, principesse, teste coronate con la solennità proprie della tradizione fiabesca nordica; così come le streghe sono ridimensionate al ruolo –  non sempre negativo – di chiromanti, divinatrici, fattucchiere, e gli orchi, per quanto malvagi, declassati a quello più familiare di Nonno Orco.  Pressoché assenti viaggi iniziatici, imprese eroiche ed epopee cavalleresche.  L’elemento magico è temperato da una sana concretezza contadina, da un misurato buon senso, che non rinuncia peraltro a voli pindarici nel mondo della fantasia e del sogno. Lo stesso paesaggio in cui si muove la narrazione riflette quello ionico-salentino, agricolo e pianeggiante: non montagne impervie da scalare, foreste intricate e misteriose, al cui interno si può rinvenire, apparentemente liberatrice, una casetta di cioccolato, o al cui termine, dopo un estenuante cammino, si stagliano imponenti castelli incantati. Le vicende si consumano più frequentemente in una tranquilla quotidianità, all’interno della laboriosa vita della comunità, tra lavoro, affari, commerci, riti, tradizioni e cerimonie religiose, scontrandosi con l’ineluttabile realtà della morte. Del resto già Calvino nella sua Introduzione alle Fiabe italiane, edite per Einaudi, osservava che ‹‹la fiaba, qualsiasi origine abbia, è soggetta  ad assorbire qualcosa dal luogo in cui è narrata – un paesaggio, un costume, una moralità, o pur solo un vaghissimo accento o sapore di quel paese».

Rinveniamo peraltro, all’interno di queste variegate storie, molti ingredienti tipici della fiabistica classica: l’eterno motivo dell’amore, sentimento puro e irrefrenabile, talora contrastato o non corrisposto; quello degli affetti domestici, e in particolare dell’amore coniugale e genitoriale, che può giungere all’annullamento di sé; la celebrazione della bellezza femminile, qui non incarnata dalle (quasi sempre) bionde eroine della tradizione narrativa nordica, ma da ragazze dalla carnagione bruna, dagli occhi scuri e dai capelli corvini, come si addice ai caratteri somatici prevalenti nella popolazione mediterranea. E ancora i motivi dell’invidia, della gelosia e della rivalità fraterna, della cortesia premiata e della villania punita e, sullo sfondo, l’eterna dicotomia tra bene e male, con accentuazione, in queste storie, del frequente incontro con la morte, con creature soprannaturali e con persone defunte, in un clima di religiosità superstiziosa propria di un ambiente rurale ristretto.

Non manca l’eco delle incursioni saracene e dei commerci con l’Oriente, con l’amore infelice della ragazza autoctona per il bel marinaio islamico e con la vicenda, richiamata anche da Calvino, della serva saracena non rassegnata alla sua sorte, ma che aspira addirittura a sposare il principe, e non esita a tramare ai danni della sposa designata, sostituendosi ad essa (come anche la ragazza bruttissima de La figlia di una vedova: motivo che si ritrova sia nelle fiabe del Basile, sia in quelle dei Grimm, ad es. in La piccola guardiana delle oche). Del pari, ad attestazione della circolarità dei medesimi (o analoghi) motivi e personaggi all’interno delle fiabe delle diverse culture, che richiama la tesi junghiana degli archetipi collettivi, ritorna il tema della rivalità tra fratelli, che rimanda alla grimmiana L’acqua della vita e a tante fiabe orientali: anche qui è il fratello maggiore, avido e malvagio, che attenta alla vita del più piccolo, il quale trionferà in virtù della sua bontà e cortesia. Né poteva mancare il personaggio di Giufà, lo sciocco, tipico della narrativa fiabesca mediterranea, ma presente con differenti nomi anche nei racconti popolari di altre civiltà e culture, mentre universale – proiezione dei sogni di plebi diseredate – è la vicenda del giovane o della fanciulla di modesta origine che grazie alla sua bellezza e virtù, o audacia e coraggio, compie l’agognata ascesa sociale, con un matrimonio altolocato che (nelle fiabe tarantine) non è necessariamente regale. Presente con qualche variante il racconto, che si ritrova anche nel folclore di altre regioni italiane, di Cristo e degli apostoli che ricompensano con una grazia l’uomo che li ha cortesemente ospitati, consentendogli con la sua astuzia di gabbare a più riprese la morte.

Quanto alla possibile collocazione storica di queste fiabe e leggende, alcuni riferimenti geografici, talune notazioni, la caratterizzazione di questo o quel personaggio (come il marito emigrato in America) lascerebbero inferire una loro ascendenza non troppo remota, certamente non medioevale, ma piuttosto moderna se non contemporanea. Non è però da escludere una loro rielaborazione,  rifacimento e adattamento da tradizioni narrative popolari più antiche.

In ogni caso, il fascino e la godibilità di queste storie di schietta estrazione etnico-popolare sono accresciuti dalla scelta del curatore, che nella sua riscrittura ha sapientemente conservato il ritmo, l’andamento e le espressioni proprie della parlata popolare e della narrazione orale: non sempre ortodosse nel linguaggio e nella sintassi, ma di grande efficacia espressiva e comunicazionale. Merito non secondario di questa impresa culturale che, ponendosi – pur nel più limitato ambito geografico – sulla scia delle grandi raccolte di fiabe popolari dell’Imbriani, del Pitrè, di Calvino…, e unendosi ai meritori sforzi di valenti studiosi del folclore volti al recupero delle tradizioni narrative della terra di Puglia, ci consegna un ulteriore, prezioso repertorio di fiabe altrimenti destinate all’oblio. Sorte cui rischia di venire condannato – in assenza di appassionati raccoglitori – tutto un patrimonio etnico-folcloristico di fiabe, leggende, conte, ninne nanne,  filastrocche di ogni parte d’Italia, a seguito della progressiva, ineluttabile scomparsa degli anziani che ne sono i gelosi custodi, stante anche l’abbandonata consuetudine a raccontare, non ultimo all’interno delle pareti domestiche,  in una società scandita da ritmi di vita frettolosi, in cui il mondo giovanile, conquistato da altri narratori, tecnologici e impersonali, colonizzato dalla cultura anglosassone, rischia di smarrire il rapporto con le proprie tradizioni e le proprie radici.

Lascia un commento