Daniele Giancane docente e poeta per bambini

di Cosimo Rodia

 

Daniele Giancane, poeta, docente universitario e animatore culturale, si dedica da sempre al rapporto fra poesia e infanzia, sia nel senso di enucleare gli elementi fondamentali (culturali, contenutistici, formali, psicologici) della poesia per l’infanzia, sia nel mettere a fuoco un corretto approccio al testo poetico, sia ancora nell’individuare modalità e itinerari di una poesia scritta dai bambini.

Tra un lavoro scientifico e l’altro, Giancane ha avuto modo di pubblicare egli stesso testi di poesia per l’infanzia, alcuni dei quali tradotti e pubblicati anche all’estero.

Dei suoi numerosi interventi di animatore, tesi a promuovere la scrittura poetica tra i bambini, ricordiamo almeno: La fragola è una faccia col morbillo (Interventi  Culturali, 1980, Tabula fati, 2023), un volume sulla stimolazione alla scrittura poetica dei bambini, sull’onda della sperimentazione americana di Kenneth Koch[1]; Oltre la parafrasi: per una didattica della poesia, un intervento presente nel volume collettaneo La lettura come esperienza (Adriatica, 1983);  Il mondo nelle parole (Edizioni Pugliesi, 2004), scritto in collaborazione con Cosimo Rodia; La scrittura bambina, in “Quaderni di didattica della scrittura” (n. 5/2006, Carocci), Laboratorio di poesia (Adda, 2008), La poesia a scuola: equivoci e splendori in “L’Aquilone” (Adda, 2008). Dal complesso dei lavori su citati, emergono chiaramente:

  • La possibilità di una scrittura “bambina” che non sia semplicemente un percorso didattico, ma anche (e sostanzialmente) un itinerario estetico:
  • La necessità che la freschezza, il candore, l’autenticità dell’infanzia sia però guidata da un “animatore poetico” (nei migliori dei casi può essere anche un insegnante particolarmente dotato su questo versante o, meglio ancora, un poeta “esterno” alla classe) che insegni tecniche, modi, atteggiamenti, lavoro/gioco sulla parola;
  • L’attenzione a evitare nella scrittura bambina stereotipi, retorica, facili sonorità, in pro di un percorso che sappia far individuare ad ogni “scrivente poesia” il “suo” linguaggio;
  • L’idea fondante di ogni iter poetico: la poesia non è solo contenuto, ma anche (e soprattutto) forma. Non è il “cosa”, ma il “come”. Si può scrivere un bel testo anche su una pietra.
Al di là delle pubblicazioni di carattere scientifico/pedagogico, in questo nostro studio ci interessa maggiormente il Giancane-poeta per l’infanzia, che ritroviamo sia nelle opere specificamente riguardanti il mondo-bambino, sia qua e là nei suoi testi dedicati agli adulti (ma che conservano sempre al loro interno sezioni o pagine “per” l’infanzia).

Nel 2002, Giancane cura un volume antologico di poesie per bambini: Il capitano, il circo e il naso del re (Levante, 2002), in cui raduna, oltre a sue poesie, anche quelle di Donato Altomare, Enrico Bagnato, Rino Bizzarro, Marco I. de Santis, Dobrica Eric, Roberto Fuiano, Vincenzo Gallina, Renato Greco, Primo Leone, Dragan Mraovic, Loredana Pietrafesa, Cosimo Rodia, Liubivoje Rsumovic, Anna Santoliquido. Si tratta di un’operazione assai interessante, sia perché in Puglia non c’era mai stata una iniziativa del genere (in verità nel Sud i poeti per l’infanzia sono sempre stati rari), sia perché raduna poeti pugliesi, lucani e serbi (Mraovic, Eric, Rsumovic) legati da contatti culturali e forme cooperative (Rsumovic in particolare è considerato il Rodari della Serbia). In questa raccolta appaiono di Daniele Giancane due testi: La sveglia malinconica e Il re dello spaghetto.

La sveglia malinconica narra poeticamente di una sveglia resa malinconica dalla solitudine. Sbaglia gli orari, ingiallisce, deperisce, finchè il padrone la getta nell’immondezzaio fuori città. Lì la sveglietta malinconica trova tante sorelle (altre sveglie ormai inservibili, gettate da altri padroni) e ritrova anche il suo buonumore.

Il re dello spaghetto è invece un testo sociale e ironico, in cui il re dello spaghetto non si dà pace perché i suoi sudditi (gli spaghetti, ovviamente) non gli fanno l’inchino. Il re riesce allora a produrre lo spaghetto storto, così che possano fare l’inchino, ma la popolazione si solleva e depone il monarca, proclamando la repubblica liberando tutti dal compiere il gesto odioso; ecco il testo:

C’era una volta

un Re solitario;

il Re dello spaghetto.

Era fatto di pasta

di gran duro

qual tale figuro,

ed aveva ai comandi

tanti spaghettini,

di lui più piccini.

La cosa che più

non gli andava

sapete qual era?

L’inchino.

Un re che si rispetti,

sia pure un re di spaghetti,

non c’è suddito cretino

che non gli faccia l’inchino.

Ma voi ci pensate

come fa uno spaghetto

a inginocchiarsi perfetto

al re benedetto?

Fu allora che il nostro Sovrano

con un rapido cenno di mano

chiamò il Saggio

chè gli desse un appoggio.

Ma il Saggio di corte

di nome Filippo

non sapeva per nulla

risolver l’inghippo.

Fu aperta l’Assemblea generale,

l’incontro ministeriale,

il concilio il convegno,

tavole rotonde

quadrate e spigolose

per discutere le cose.

Ci fu chi andò in azienda

per chiedere al commenda

(Oh, che cosa furba!)

spaghetti con la curva.

Fu allora che ai commensali

fu fatto il gran torto

dello spaghetto storto.

Toccata negli affetti più cari

dalle innovazioni generali,

la gente infuriata

urlò disdegnata,

scese nelle piazze

per dimostrazione.

Scoppiò la rivoluzione

e lo spaghettificio

subito riprese

a far spaghetti

senza artificio.

Un dignitario di corte

fu messo a morte,

il Presidente

fuggì in Estremo Oriente.

Finchè il lampo di genio

fu quello di Selenio,

lo scemo del villaggio

“Destituiamo il monarca

una volta per sempre.

che tutti siano spaghetti semplici

senza dover d’inchino!”.

La gente applaudì,

in fila gli spaghettini,

come soldatini,

deposero il Re dal trono,

lo misero tra loro,

cantarono in coro

tutti a voce spiegata

il canto della libertà ritrovata.

Una sorta di cantata di stampo rodariano. I due testi sono stati pubblicati in seguito in Serbia nel 2009, in doppia lingua, nel volume comprendente tredici autori Il re dello spaghetto e la regina delle fate, a cura di Angela Giannelli.

Occorre dire che i libri di Giancane “per adulti” contengono poesie adatte al mondo dell’infanzia: assumiamo ad esempio I santi in versi (Tracce, 1990), in cui si riportano, con leggerezza e semplicità, episodi popolari riguardanti i santi. In Quando nacque Nicola (si allude a San Nicola), si legge:

Quando nacque Nicola

il sole apparve fra le nubi

rise il creato

la madre non emise

lamento.

Quando nacque Nicola

la levatrice

sentì fuoco fra le mani

Era venerdì e Nicola

non volle allattare

latte non volle assaggiare

appena nato

volle digiunare.

La levità del testo è evidentemente adatta ad un pubblico di bambini, per quanto la poesia in oggetto sia nata come ricerca della poesia popolare, che però naturalmente Giancane rielabora a suo modo (ma non è un caso che la poesia popolare, per la sua immediatezza e semplicità, è valida per tutti i tipi di lettori o di ascoltatori, per qualsivoglia età o esperienza di vita).

In questo senso (senza ovviamente slargarci in paragoni improponibili) la poesia giancaniana si situa sullo stesso itinerario di Federico Garcia Lorca: nel Libro de poemas, nel Poema del cante jondo, in Primieras canciones e in Canciones, il poeta andaluso, pur non rivolgendosi minimamente all’infanzia, scrive poesie che l’infanzia di ogni luogo dovrebbe conoscere ed amare: Le sei corde, Strada, Paesaggio, La lucertola vecchia, Pioppo morto, sono solo alcune delle liriche che incantano adulti e bambini.

E, d’altra parte, molte poesie di Pascoli, Carducci, D’Annunzio, pur non essendo state scritte espressamente per l’infanzia, non sono forse anche patrimonio della poesia per i bambini?

Simile discorso vale per il libro di Giancane Specchio a tre facce (Secop, 2012), la cui la seconda sezione, “Poesie del bosco”, è (come scrive lo stesso Autore in prefazione) assimilabile alla poesia per l’infanzia per la veste semplice e francescana. Questa sezione potrebbe essere estrapolata e diventare un fascicolo di poesia per l’infanzia; leggiamo ad esempio Il bosco cambia colore:

Il bosco cambia colore!

 

Ecco che dall’alba

al tramonto rugiadoso

 

È bianco lattiginoso

con la brina abbarbicato

poi verde come il sogno di un bambino

ora è giallo

come una limonaia in fiore

 

E adesso è diventato

rosso come

il drappo del torero!

 

Guarda, guarda!

Il bosco cambia colore!

 

Alle ultime luci del giorno

è blu

s’apparenta al cielo

 

prima di divenire

nero tenebroso

 

e scivolare

nel segreto notturno.

Nelle nove poesie di questa sezione, il poeta barese mostra l’incanto per la bellezza della natura, che quasi diventa prodromo per immedesimarsi con essa (all’Ermione dannunziana). C’è il tema ripetuto della fontana, apparentemente palazzeschiana, ma non c’è nulla di futurismo, perché in queste liriche campeggia la nostalgia e il tempo che consuma vite e smorza entusiasmi: proprio la prima poesia gioca sul doppio piatto di un passato, in cui la fontana gorgogliava e serviva pastori, capre, farfalle…, e di un presente di abbandono, in cui però giunge in soccorso il rammemoramento, il ricordo che affiora alla coscienza; i versi conclusivi recitano:

[…] È la fontana che gorgoglia

senza requie, senza storia

È la voce antica

della nostra atavica memoria.

Nella lirica Il faggio Giancane sovrappone alle fasi biologiche dell’albero quelle dell’uomo, riconoscendo all’ultima fase della vita la funzione di custode e faro; gli ultimi versi recitano:

Ora vecchio vecchio

sei il custode del bosco,

il guardiano delle donnole

e del sonno.

In La mia casa il poeta rimane estasiato davanti al paesaggio montano ottobrino, il cui quadro è etereo. Leggiamo infine L’uomo e il sogno:

L’uomo venne fumando

un antico sigaro toscano

 

si fermò alla casina

inondata dal sole

 

e aspirò l’aria

e tabacco

in una volta sola

 

guardò le cime del monte

la faggeta sterminata

 

spense il sigaro

nella fontana

addormentata.

Qui le impressioni sostanziano una consonanza con la natura, creando estasi e letizia. Una poesia bella, ricca e semplice, che certamente può essere letta da tutti, compresi naturalmente i ragazzi, che potranno trovarvi un viatico, per non barattare mai il giorno con la notte (anche quel giorno che si presenta ottenebrato e tedioso è sempre meglio delle tenebre).

In questa silloge, come dice lo stesso Giancane, vengono coscientemente ripresi motivi e sonorità della poesia per l’infanzia della prima metà del secolo scorso (Pezzani, Novaro, Valeri, lo stesso Ignazio Drago), quasi a condurre un’operazione anche culturale: l’avvento di Rodari e dei suoi prosecutori (in primis Piumini) ha immesso nella poesia per l’infanzia gioco, divertimento, calembour e rime, dimenticando però la grande tradizione lirica italiana, gettata in un canto perché ritenuta retorica e triste, liricizzante; ma la grande poesia è anche lirismo assoluto (basterà citare un’opera che apparentemente è prosa, in realtà è schietta poesia come Platero y yo  di J. Jimenez), che la poesia recente italiana ha escluso e che occorrerebbe riprendere, naturalmente in forme e motivi rinnovati.

Un’ultima riflessione la facciamo su Dormi il sonno dell’ulivo (Fasi di Luna, 2015) in cui Giancane ripercorre luoghi e immagini della poesia popolare per l’infanzia (in specie le ninne-nanne, ma anche le contine e le filastrocche), riprendendo un genere d’impegno che aveva già messo in campo in Il tempo rimasto (Bastogi, 1982) e nel già citato I santi in versi (ma si tratta di un progetto complessivo di lavoro che riguarda anche il recupero e la riscrittura di fiabe del territorio pugliese: Fiabe di Terra di Bari (Besa, 2010), Fiabe di Capitanata (Besa, 2011). L’Autore dapprima compie un’attenta ricerca sul tessuto popolare meridionale, in questo caso il materiale di ninne-nanne che gli studiosi di demologia nel corso dei secoli hanno recuperato (basterà citare A. Giovine [1907-1995], R. Nigro [1947], F. Noviello); quindi procede alla traduzione dal dialetto (poiché il materiale folklorico è naturalmente ritrovato e riportato nell’originario codice dialettale), quindi Giancane procede ad una riscrittura; operazione difficile che cerca da una parte di restare fedele al dettato originale e dall’altra di sfrondare, ammodernare, selezionare, lavorare insomma essenzialmente sul linguaggio senza stravolgerlo ma eliminando, per esempio, eccessi di ripetizioni, idiotismi, scatologia.

È l’operazione che con grande maestria aveva condotta Italo Calvino nello scrivere le Fiabe italiane (che, come lui stesso riconobbe, sono per metà sue e per metà di tutti gli studiosi che recuperarono le fiabe dalla viva voce del popolo). E così, parallelamente, Dormi il sonno dell’ulivo vuol essere una riproposta/riscrittura di ninne-nanne (e non solo) della tradizione popolare meridionale; può valere come esempio:

Fammi la ninna

e fammi la ninnella,

la tua vera mamma è quella stella!

Fammi la ninna,

fammi la ninnella,

per me un dì sarai

come una sorella.

Sonno mostrati, vieni avanti,

vieni con l’aiuto dei santi

non mi far patire,

anch’io ho bisogno di dormire

Ninna-nanna, ninna oh!

Si ritrovano, in queste ninne nanne (che Giancane laicizza, ovvero depura da quell’eccesso di dimensione religiosa di cui era permeata la civiltà contadina, lasciando però qua e là lacerti di riferimenti alla religione, a volte anche con un filo di ironia), le sonorità e le dolcezze dell’addormentamento, del rapporto a due (mamma-figlio) che è la base della costruzione della serenità del fanciullo, dell’affettività, dell’autostima.

Giancane recupera e ricostruisce con mano maestra, come si nota in questa Ninna-nanna a dondolo:

Dondolo la culla

e la dondolo al vento

la culla è d’oro

le lenzuola d’argento

Questa figlia mia possa aver fortuna,

possa salire in alto

fin dove va la luna

Questa figlia mia

è assai bella, non è brutta

è proprio come il grano

in mezzo alla frutta.

Immagini tenere, che in parte appartengono alla civiltà contadina, ma in altra parte a un sentimento universale ed eterno, quello dello “sdilinquimento”, della tenerezza di fronte a un bimbo che nasce alla vita e che ha davanti a sé tutti i destini possibili.

La filastrocca, invece, riporta all’allegria, allo scherzo, al gioco di parole, sino al non-senso:

Po, po, po,

un cardello e sette vele

la ricotta con le mele…

 

o anche:

Mamma, conta le galline

perchè manca la gallina cinerina,

quella che fa l’uovo ogni mattina…

Per giungere al dialogo fra gli animali, alle tiritere, agli sfottò. Si tratta, in definitiva, di un libro composito, anche se incentrato quasi totalmente sulle ninne-nanne, sulla ricerca delle sonorità che devono indurre il piccolo a lasciarsi andare al mondo dei sogni. Un libro importante, che diventa un riferimento della poesia per bambini italiana, proprio perché mancava, sinora, un’operazione del genere, un approccio lirico e intenso alla tenerezza della primissima infanzia, attraverso il recupero, critico e creativo, della poesia popolare italiana.

 

[1] Nel testo di K. KOCK, Desideri sogni bugie, Emme, Milano, 1980, appaiono testi scritti da alunni di scuole baresi guidati da Daniele Giancane.

In copertina da sx: Cosimo Rodia, Daniele Giancane.

Lascia un commento