L’importanza delle poesie cadenzate

di Cosimo Rodia

 

L’esperienza poetica, si può dire, comincia con i suoni prima che questi diventino significato, e con le parole che a loro volta diventano gesto, movimento, contatto fisico, sollecitazione olfattiva.

Nella primissima infanzia, si mette in atto un tipo di comunicazione che coinvolge i cinque sensi di cui disponiamo, rafforzati dal contatto affettivo. Scrive Marcello Bernardi: «È importante che si apprenda da subito; comporta fatica, infatti, per un bambino capovolgere o ricostruire rapporti che non ha potuto sperimentare fin dai primi anni, fatti di attenzione, di condivisione, di contatti, di affettuosa comunicazione. La formazione ai sentimenti e agli affetti può trovare diversi canali di comunicazione.

L’abitudine alla poesia è uno di questi, per costruire una sensibilità rivolta maggiormente all’amore e alla compassione piuttosto che al disdegno e al rifiuto mentale e affettivo. La poesia è di fatto la vita, infatti ne possiede la stessa ritmicità.

I giorni e i tempi di ognuno sono scanditi da ritmi e da pause così come nell’allattamento, nella scansione delle stagioni, nella successione del giorno e della notte»[1].

Sul piano semantico sembra che la filastrocca si caratterizzi solo in negativo, come testo nonsenso; ovviamente questa impressione è frettolosa e non tiene conto della valenza pedagogica di tanti testi di letteratura popolare.

La filastrocca, invece, è un testo di poesia popolare, con funzioni varie a secondo l’ambito d’uso. Ad esempio, ci sono testi ritmici legati al gioco, altri al prendere sonno, altri all’intrattenimento…

La parte maggiorente di filastrocche sono cantilene e canti fanciulleschi, dall’apparente struttura nonsenso e dalla generica funzione d’intrattenimento; molte di esse raccolgono i temi delle credenze (o di antichi retaggi) della cultura popolare; poi troviamo le conte che sono funzionali al gioco, le ninna nanne, le giaculatorie, scongiuri e temi religiosi.

Il patrimonio della letteratura infantile si arricchisce certamente di temi mutuati da quella degli adulti, introiettando e utilizzando canzoni solitamente legate ad una fruizione adulta.

In tante filastrocche entrano parole magiche, di cui non si ha più contezza delle origini; ad esempio, «Ambarabà ciccì coccò» è un modo che racchiude in sé il senso del magico e il nonsenso del gioco.

Le filastrocche sono le prime forme verbali strutturate, che impariamo da piccoli e una volta acquisite rimangono sepolte nella memoria. Sono composizioni che hanno ritmo e fisicità, com’anche rito; ad esempio, la conta è un rito attraverso il quale la comunità formalizza l’esclusione di un proprio membro in modo indolore, il tutto attraverso una filastrocca.

Tutto ciò, per rilevare che dietro ad una filastrocca vi è molto di più che quattro righi in versi; essa scandisce i vari momenti della giornata di un bambino e la musica aggiunge un’emozione, rafforzandone la valenza.

È sulle ginocchia della mamma, accompagnato da una filastrocca, che il bambino compie il suo primo viaggio alla scoperta del mondo, prima affascinato dalle cose, poi in parte spaventato dalla loro incomprensibilità.

In pochi versi, ritmati e cadenzati, la filastrocca è capace di raccontare tutto un mondo; un mondo che a noi adulti può apparire fantastico, ma che invece ai bambini racconta la cruda realtà.

Se si dà uno sguardo alle proposte dell’ultimo decennio ci rendiamo conto dell’interesse che il genere ha riconquistato. Leggiamo, ad esempio, una filastrocca di Bruno Tognolini (Mamma lingua, edizioni Tuttestorie, Cagliari 2002):

Bocca che beve, becco che batte

bava di luna, bevi il mio latte

burro di stelle, quanto mi piaci

bocca di bimbo di babbo di baci.

Un testo con una forte funzione performativa della lingua, che troviamo, sempre dello stesso autore, anche in Un nido di filastrocche (Sinnos, 2004) o nella raccolta di L. Cella Mamma cannibale (Salani, 1999), in cui si ripropone il collaudato schema dei finger rhymes inglesi, quelle rime giocate sul corpo del bambino e che attraverso il suono delle parole e il tocco delle mani, svolgono una funzione didattica, in quanto orientano il piccino nella scoperta di sé, di un corpo di cui si deve imparare tutto: funzioni, funzionamento, nomi delle diverse parti…

Le rime associate ai giochi da fare con il corpo e sul corpo sono anche le prime che il bambino impara a memoria, anche se non sa ancora ripeterle.

Quando ancora non sa cosa sia un cavallo, il bambino sperimenta l’ebbrezza di una cavalcata tenendosi saldamente ancorato alle braccia di un adulto. Scrive Northrop Frye: «Il bambino che si muove sulle ginocchia di un adulto al ritmo del passo di un cavallo, non ha bisogno di una nota a piè di pagina che lo informi dell’esatta posizione geografica dei luoghi citati. Nè gli serve sapere se i suoni che si susseguono nel testo formano rime perfette o assonanze. L’unica cosa di cui ha davvero bisogno è di essere tenuto sulle ginocchia saltellando allegramente.

Se così è, incomincerà a sviluppare una risposta alla poesia esattamente nel luogo in cui questa dovrebbe incominciare a manifestarsi»[2].

Richiamiamo a riguardo la filastrocca di Chiara Carminati (AA.VV., Gocce di voce, Fatatrac, Firenze 2006) che, come nella tradizione, racconta di un bambino tenuto sulle ginocchia:

Terra sabbia secco tutto

il torrente ha il letto asciutto

Alghe pesci onde niente

non c’è acqua nel torrente.

 

Salta l’acqua e la corrente

sfreccia a valle prepotente

balza sbalza sbuffa e sbruffa

e nel fiume poi… si tuffa!

Evidentemente per giocare bisogna far saltare il bambino sulle ginocchia con ritmo crescente, mimando l’impeto del torrente (sull’ultimo verso si può rovesciare il bambino sulla schiena, come in un tuffo all’indietro).

Quando intorno a tre anni il bambino impara a memoria una semplice filastrocca, sarà per lui un orgoglio perchè si sentirà ascoltato, avrà il piacere di riprodurre i suoni con la propria voce e, quasi, si sentirà soggetto partecipativo con chi gli sta intorno.

Attraverso le filastrocche, in modo naturalmente irriflesso, il bambino entra in contatto con gli elementi del linguaggio poetico e ne assorbe le variazioni di ritmo e di suono e la sostanziale differenza tra la prosa e la produzione in versi.

È nel ritmo che la filastrocca trova il suo respiro. I bambini più piccoli, finanche i neonati, sono affascinati dal ritmo (forse perchè ricorda il battito del cuore della mamma?), a cui si abbandonano anche per dormire. Poi l’altra forza attrattiva è costituita dal tono scherzoso. A riguardo si può leggere una celebre filastrocca sul carnevale di Gabriele D’Annunzio:

Carnevale vecchio e pazzo

s’è venduto il materasso

per comprare pane, vino,

tarallucci e cotechino.

E mangiando a crepapelle

la montagna di frittelle

gli è cresciuto un gran pancione

che somiglia ad un pallone.

Beve, beve all’improvviso

gli diventa rosso il viso

poi gli scoppia anche la pancia

mentre ancora mangia, mangia.

Così muore Carnevale

e gli fanno il funerale:

dalla polvere era nato

e di polvere è tornato.

Carnevale paragonato ad un vecchio pazzo, che mangia fino a scoppiare. Qui diventano magiche le cose di ogni giorno.

Le ninne nanne sono strettamente legate alle filastrocche, anche se queste recuperano principalmente motivi religiosi con funzione di procurare il sonno.

La forza di molte preghiere, mantra o filastrocche è quella di affrontare temi per favorire il sonno, provocato nella fattispecie dalla ripetizione, semplice, piana, dolce di parole musicate; e non è necessario che le parole abbiano un senso, anzi nelle filastrocche e nelle ninne nanne si opera quel gioco di inventare parole senza senso, detto “glossolalia”.

Questo andamento, che ha radici antiche, ha ancora la forza di coltivare e far conoscere le emozioni.

Aspetto importante, considerando che all’alba del terzo millennio è cresciuta la sfera cognitiva del bambino, per atrofizzare invece quella emozionale e relazionale.

I piccoli, infatti, non hanno più i tempi per elaborare le emozioni, metabolizzare il dolore, stare in silenzio…; Crepet in una sua inchiesta ha rilevato che solo il 2% dei genitori riesce a stare più di un minuto in silenzio davanti ad un tramonto con il proprio figlio[3].

 

[1] Cfr. M. BERNARDI, P. TROMELLINI, La tenerezza e la paura, Salani, Milano 1996, p. 14.

[2] N. FRYE, The Well-Tempered Critic, Indiana University Press, Bloomington 1963, p. 25.

[3] Cfr. P. CREPET, I figli non crescono più, Einaudi, Torino 2005.

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