Invito alla lettura di Beppe Costa

di Simone Principe

 

È un legame generazionale significativo quello che si consuma al di là degli scarti del tempo e del vissuto raccogliendosi attorno al comune sentire e condividere l’esistenza, anche un solo tratto, attraverso la poesia. E così il giovane poeta Simone Principe, che si accinge a pubblicare la sua opera d’esordio, sfoglia la silloge del poeta Beppe Costa (Il poeta che amava le donne (e parlava coi muri), Pettirosso, 2019) e fissa su carta ciò che già è rimasto incollato alla pelle dell’anima (Vito Davoli).

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Il bisogno di donare, è un vero e proprio sentimento, che si è fatto verbo, come in principio Dio.

Verbo e Logos indicano la “parola” (in latino verbum e in greco logos), per di più logos ha anche il significato di “pensiero”, quello che ci coinvolge anche emotivamente, portandoci a tramutarlo, appunto, in parola.

(…) sul finire del giorno / vorrei ancora tempo / per inventare parole / che possano ridare / un sorriso un pane un sole(…).

“L’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145, è l’ultimo verso del Paradiso e della Divina Commedia di Dante Alighieri), potrebbe essere questo il mantra d’ognuno, poiché l’amore in ogni sua forma, in ogni sua accezione, ha la forza prorompete di smuovere una piccola e leggera piuma, così come un intero universo. Aleggia nella lettura la fragranza soave della femminilità, che effonde gradazioni alla percezione di istanti che macchiano la nudità della pelle, lasciando impronte da ripercorrere nel sentiero della malinconia, che può essere dolce o pungente, ma pur sempre prova d’una esistenza fertile di passione. Sorrisi che donano luce a quelli assopiti, lacrime che nutrono gli ardori dei giorni. La donna è per il poeta quell’aria fresca in un’alba primaverile ed il suo rifiorire, il mare disteso e limpido d’estate, l’armonioso sfumare delle foglie autunnali che rivestono le strade, la delicatezza di un fiocco di neve, che si posa sul manto erboso. È nella natura che sfocia l’effluvio d’essa. La notte, la luna e le stelle, sono sortilegi che ammaliano, che hanno nella donna l’anima e il cuore, sorgente di passioni, arcobaleno di grazia, seno di battiti, pensiero dipinto da innumerevoli sfumature, essa, inquietudine e vitalità per il poeta, che lo portano ad osservare nella luce crepuscolare, la giovinezza del sentimento. (…) resti tu, come ultima rappresentanza / d’un genere amato che m’ha rubato la vita.

Ci si dondola sulle pagine, con l’altalena della fanciullezza, dell’inesperienza. Una vita del poeta, che più di una vita ha vissuto, attraverso le parole di altri “emotivi pescatori dell’animo umano” (Poeti), ha potuto percepire la pluralità dei sentimenti che governano l’esistenza di ogni essere umano. Esso stesso, ne ha avuto prova, con viaggi verso confini, che molto spesso restano tali, trovandosi di fronte a realtà dove il “niente” per gli altri, può essere il “tutto” per qualcun altro  e così il poeta si ritrova ad essere comparabile a Il pescatore, noto brano del cantautore genovese Fabrizio De André, in cui manifesta: critica alle autorità, l’autentico altruismo del cuore e in un certo senso l’invocazione del Gesù molto più umano che divino. Melodia di bellezza e brezza di esistenza nei versi che sono straripanti di speranza, a cui la lotta attinge, come il seme che si offre alla terra per donare vita e si specchiano negli spazi bianchi gli occhi di luoghi lontani, d’anime solitarie, che qui esternano il proprio dolore, il ricordo dell’aria che ne ha afferrato i respiri e chi scrive, ne ha mancanza, donando nel tempo, nidi su cui la poesia possa schiudersi.

(…) la notte delle stelle è cosa rara la vede / chi s’avvicina alla fine della strada / e può lasciarla a tutte le persone care, / chiedendo loro di non avere paura / che presto o tardi ci si incontrerà in quel cielo / dove anch’io sarò sempre / il guardiano delle stelle.

 

(Beppe Costa, Il poeta che amava le donne (e parlava coi muri), Pettirosso, 2019).

 

 

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