Miracolo e inganno – Il cinema de La piccola fiammiferaia

di Italo Spada

 

Chi dice che il cinema è nato nel 1895, e precisamente quando i fratelli Lumière presentarono il loro primo cortometraggio nel Salone del Grand Cafè del Boulevard des Capucines di Parigi, indovina e sbaglia. A dargli ragione, sarebbero gli storici; a dargli torto, i letterati. Come al solito, tutto dipende da personali punti di vista e, soprattutto, da ciò che si intende per cinema.

Le definizioni abbondano e, per non fare torto a nessuno, scelgo il punto di vista di Italo Calvino così come appare in Autobiografia di uno spettatore che fa da introduzione ai «Quattro film» di Federico Fellini. Nell’intervista concessa a Lietta Tornabuoni («La Stampa» del 23 agosto 1981), Calvino, che quell’anno era stato designato presidente della giuria alla Mostra di Venezia, dopo avere confessato che durante gli anni della sua formazione il cinema era stato il mezzo privilegiato per intravedere l’immagine stessa del mondo, confronta il linguaggio del cinema con quello della letteratura e definisce la sua esperienza di giovane spettatore “un misto di miracolo e inganno”.

C’è, in questa affermazione dello scrittore italiano, non solo l’allusione alla reazione degli spettatori di fronte ai primi cortometraggi della storia del cinema (la meraviglia per L’uscita dalle officine Lumière, la paura per L’arrivo di un treno alla stazione de La Ciotat, la risata per lo scherzo a L’innaffiatore innaffiato, ecc.), ma anche un omaggio a quel cinema fiabesco inventato, ben 47 anni prima (1848), da La piccola fiammiferaia del danese Hans Christian Andersen.

Rileggiamola, magari con un occhio all’attualità.

Notte di San Silvestro. Una bambina si aggira a piedi nudi per la città cercando inutilmente di vendere fiammiferi. Le strade sono deserte, ma non c’è nessuna pandemia e nessun lockdown. La malattia si chiama indifferenza. La bimba ha freddo, ha fame ed è triste. Non vuole tornare a casa perché non ha guadagnato nemmeno un soldino e teme i rimproveri e le botte del padre-padrone. Decide, allora, di riscaldarsi, mangiare e giocare inventandosi un altro mondo fuori dal mondo, letterario o filmico ante litteram poco importa. Ed è così che diventa sceneggiatrice, produttrice, attrice, regista e spettatrice di sé stessa. La durata è di pochi secondi (il tempo di una fiammata), ancora più breve della prima bobina dei Lumière, ed è ovvio che il suo film è solo un abbozzo, ma in quelle immagini ci sono già tutte le caratteristiche del nuovo linguaggio: scenografia, inquadratura, dissolvenza, sovrimpressione, montaggio, gioco di luci. Nell’arena all’aperto della strada, la scatola di fiammiferi fa da proiettore e a creare il buio in sala ci pensa la natura. Le immagini nascono, acquistano movimento, attraggono, seducono, ingannano.

Nessuna meraviglia scoprire che da questa fiaba hanno tratto ispirazione in epoche diverse registi inglesi (J. Williamson nel 1902), statunitensi (J. Sullivan nel 1912; la Screen Gems nel 1937; Disney nel 2006), francesi (J. Renoir nel 1928), italiani (R. Scarpa nel 1953), giapponesi (2 versioni animate negli anni Settanta). Nessuna meraviglia se, in questo 2020 di cinema chiusi, aggiungiamo anche la nostra personale versione, trasformando le parole di Andersen in 3 cortometraggi da proiettare nello schermo della nostra fantasia.

Corto n. 1: Il calore della stufa. «Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e la stufa scomparve

Corto n. 2: Il nutrimento della tavola imbandita. «Questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero.»

Corto n. 3. La gioia dei giocattoli. «Appena acceso, s’immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l’anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli… il fiammifero si spense…»

Il calore dello stare insieme, il nutrimento intellettuale, la voglia di evadere: non serve a questo il cinema?

Chi ha voglia di rimanere ancora in sala, aggiunga la visione del corto n. 4.

A proiettarlo è sempre la bambina, ma soggetto e sceneggiatura sono della nonna e il faro di luce arriva dal cielo sotto forma di stella cadente. Tutto inizia con un flashback, una voce fuori campo (“Quando cade una stella, c’è un’anima che sale in cielo”) e un’apparizione. Fantasia e realtà si uniscono in un effetto speciale di rara bellezza: la sovraimpressione di un abbraccio tra nonna e nipotina che spiccano il volo per andare “là dove non fa freddo e non si soffre la fame”.

Come è possibile che questo avvenga? Miracolo! I passanti che al mattino scoprono il corpicino senza vita della bambina – scrive Andersen – danno una versione prosaica perché “nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto”.

Ovviamente, nessuno di loro era mai stato al cinema!

 

 

 

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