Cappa e Spada in La vendetta di Luigi Carrer

di Italo Spada

 

C’era una volta un conte che viveva in un castello costruito sulla sponda di un lago; un giorno, egli si innamorò di una bella ragazza che si chiamava Agnese, la quale, però, non provava nessun sentimento per lui. Il conte, allora, sequestrò la ragazza e la fece rinchiudere in una cella, convinto che, prima o poi, avrebbe avuto partita vinta. Quando l’andava a trovare, cercava di piegare la sua volontà, ma Agnese non era una ragazza che cambiava facilmente opinione e così, un giorno, gli disse chiaramente: “Tu, conte, se vuoi, puoi anche uccidermi, ma sappi che da me non avrai nemmeno un bacio”. Nella speranza che qualcuno venisse a salvarla, Agnese, quando il sole tramontava, accompagnandosi con un liuto, cantava una triste canzone. La gente che abitava nelle vicinanze, sentendo quella canzone e quella voce, si muoveva a pietà, ma non poteva fare nulla contro il potente e cattivo signore. Poi, in una notte senza luna, avvenne ciò che tutti temevano e si consumò l’inevitabile tragedia. Nel silenzio del paese echeggiò un urlo; coloro che fecero in tempo a saltare dal letto e a guardare in direzione del castello notarono il baluginare di una fiaccola e il suo improvviso spegnersi. Quello che era successo veramente lo seppero subito i servi, leggendo sul volto del conte la rabbia placata; gli altri lo sospettarono e ne ebbero conferma solo nelle notti seguenti, quando non si sentì più la voce di Agnese.

Passò del tempo. Nessuno, ormai, parlava più della povera ragazza uccisa. Un giorno, due giovani si presentarono al castello. Dissero di essere latori di un messaggio riservato per il conte. Era importante e avrebbero rubato solo pochi minuti. Infatti, entrarono ed uscirono subito dopo, ma avevano in viso tutta un’altra espressione e, soprattutto, tenevano in mano le spade che grondavano ancora sangue. Erano i fratelli di Agnese, venuti a vendicare l’uccisione della loro sorella. Stavano per guadagnare l’uscita con la stessa facilità con la quale erano entrati, quando qualcuno scoprì il cadavere del conte e diede l’allarme. Fu subito un accorrere di sgherri, una caccia ai due temerari, il blocco del ponte levatoio. L’inseguimento per le stanze e i corridoi, il rumore dei passi e delle armi, le urla: in un attimo i due fratelli valutarono e decisero di seguire l’unica via di scampo che rimaneva loro: il lago. Un tuffo e a nuoto raggiunsero la riva.

La storia è accaduta tanto tempo fa; eppure ancora oggi, ogni anno, nella stessa ora e nello stesso giorno in cui Agnese venne uccisa, sul castello appare un fantasma. A perenne ricordo.

Questa la trama de La vendetta di Luigi Carrer, un autore minore del nostro romanticismo.

A rileggerla attentamente, la ballata sembra avere tutte le caratteristiche di una sceneggiatura cinematografica, con la Voce Fuori Campo del Narratore che apre e chiude il racconto, con le battute dei personaggi e con le indicazioni scenografiche, di regia, di suoni e di luci. Da notare anche l’uso prettamente filmico del particolare (le spade insanguinate) e dell’espressione facciale (la calma feroce che acquista il viso del conte dopo l’uccisione di Agnese e la fronte mutata dei due fratelli a vendetta avvenuta).

Da notare, infine, la soluzione adottata per la descrizione dei due delitti.  Il lettore non assiste direttamente né all’uccisione di Agnese, né alla vendetta dei due fratelli; resta fuori dalla cella di Agnese e dalla stanza del conte. Come nella tragedia greca, basta la Voce Narrante a fare da cinema orale.

 

La vendetta

 

 

Là nel castello, sovresso il lago,

un infelice spirto dimora,

che ogni anno appare, dogliosa immago,

la notte stessa, nella stess’ora,

la notte e l’ora che si morì.

   Antica storia narra così.

 

   – Da me né un bacio non sperar mai! –

Agnese al Conte dicea secura.

– Ben tu la vita tormi potrai, 

da che m’hai schiava tra queste mura. –

Tanto l’inerme donzella ardì!

   Antica storia narra così.

 

Talor sognando chi diale aiuto

dalla finestra pel lago mira,

e intuona un canto sovra il liuto

che dolce intorno mestizia spira,

mentre tramonta languido il dì.

   Antica storia narra così.

 

E’ mezza notte; tutto si tace;

dietro le nubi passa la luna;

un grido s’ode, splende una face,

poi non s’ascolta più voce alcuna;

la face anch’essa ratto sparì.

   Antica storia narra così.

 

Che fu? S’ignora. Ma tetra sale

al Conte in viso calma feroce.

Scese il silenzio sull’ampie sale,

né più d’Agnese l’afflitta voce

in sul tramonto sonar s’udì.

   Antica storia narra così.

 

Due ignoti vonno parlar al Conte;

entrano, e l’uscio l’ultimo chiude.

Escono in breve mutati in fronte,

stringon le destre due daghe ignude:

sangue v’è sopra, ch’or ora uscì.

   Antica storia narra così.

 

–       Fin dove scese l’acuta punta? –

Fe’ tal richiesta Carlo al germano.

–       Nel cor al sozzo ribaldo è giunta,

tanto che scossa n’ebbi la mano.

Ove la suora, ivi ei perì. –

   Antica storia narra così.

 

–       Ed or? De’ sgerri bada al bisbiglio!

Ma il vicin lago ne sarà scampo;

il fenderemo senza naviglio. –

Disse, e nell’onda furo d’un lampo.

L’ardita coppia tal si fuggì.

   Antica storia narra così.

 

Ma nel castello, sovresso il lago,

un infelice spirto dimora,

che ogni anno appare, dogliosa immago,

la notte stessa, nella stess’ora;

la notte e l’ora che si morì.

   Antica storia narra così.
 

Voce Fuori Campo

 

effetto luce

 

 

flash-back

 

sceneggiatura – battuta in

P.P. di Agnese

 

 

Voce F.C. del Narratore

 

 

soggettiva

campo e controcampo

colonna sonora

 

effetto luce

 

 

panoramica

campo lunghissimo

effetto sonoro – visivo

 

 

 

 

P.P. del Conte

 

Voce F.C.

 

 

 

 

figura intera

indicazioni di regia

stacco netto

particolare

 

 

 

sceneggiatura – battuta di Carlo

 

battuta del fratello

 

 

 

battuta di uno dei fratelli

scenografia

 

stacco sonoro – visivo

 

 

Voce F.C. del  Narratore

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

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