Carne e sangue di Vito Davoli, Tabula fati, 2022

di Daniele Giancane

 

Vito Davoli, che già pubblicò nel 2001 il testo Contraddizioni – che ebbe notevoli letture critiche – libro recentemente ristampato, propone una nuova silloge: Carne e sangue, che presenta molteplici motivi di interesse. Anzitutto, occorre rimarcare l’unità stilistica del volume: non si individuano – come spesso accade in tanti libri di poesia – gli ‘alti’ e i ‘bassi’, ovvero alcune poesie davvero riuscite ed altre di valore inferiore.

Qui l’approccio estetico e il ‘tono’ generale sono sempre identici e si risolvono in un fitto monologare: la musa di Davoli è in una scrittura tendente al ‘discorso’, all’inter-rogazione esistenziale. Non – quindi – il breve testo che illumina e stordisce (diciamo alla Juan Ramon Jimenez o, per altro verso, alla Giuseppe Ungaretti di Porto sepolto) e neppure, in verità, il testo che tende al poema (alla Neruda). La misura dei testi di Davoli è di venti/trenta versi o giù di lì (solitamente, tranne qualche eccezione).

In realtà già nel testo di apertura, Sulla battigia, ritroviamo la ‘filosofia’ dell’Autore: uscito dalla stanza (quasi come dalla caverna platonica) il poeta si accorge che «nessun coccio / s’incastra esattamente con un altro. / Né resta fermo». La realtà, quindi, non è mai perfettamente incasel- labile in un ‘quadro’ o in una ‘ideologia’ o una ‘visione’ etica: nulla si incastra precisamente, ciò che domina al mondo, pertanto, è l’imperfezione. E non solo perché non riusciamo mai a comprendere la totalità, che sempre ci sfugge, ma anche perché non esiste la realtà fissa. Tutto è in movimento, ciò che possiamo cogliere è – appunto – il ‘farsi’ delle cose e degli eventi. Ed anzi, l’esistenza – al suo più alto zenit – è addirittura ‘perdersi’. La felicità sta nell’azzerare la realtà e l’identità: «Allora sì che perdersi è godere».

È quasi un itinerario di annullamento del sé (come individuazione storico/psicologica), una via zen. Anche se «a un certo punto dovrò scegliere / tra devo e voglio», tra la ‘necessità’ e il ‘desiderio’. Fino a quell’ «amo tradirmi» che è un compendio di autoanalisi freudiana.

Ecco perché un archetipo è qui lo ‘specchio’: «Deformo lo specchio / nel quale quando posso evito di guardarmi». Questa ininterrotta discesa al profondo di sé è però coniugata al rapporto d’amore. Questo Carne e sangue può essere considerato anche come un canzoniere d’amore, in cui sovrasta la presenza di un ‘tu’.

Ti cerco ancora;

Ti custodisco cara;

Se vuoi qualcosa tu la prendi;

Tu sei la spinta / che muove il cielo dell’alba;

Tu pensi di affondare le parole;

Tu cancelli l’affanno del tempo;

La tua pelle ormai lascia / solo ricordi;

T’ho affidata intatta / alle musiche del tempo;

Ti lascio sulle labbra questo nome.

Sono solo alcuni esempi della presenza continua di un ‘tu’, quindi di una tendenza dialogante. È vero che quel ‘tu’ può anche non essere sempre riferito all’oggetto amato, ma anche a se stesso, come in una conversazione intima (quasi alla Sant’Agostino), ma in ogni caso è un elemento basilare di questa raccolta, che prevede anche qualche momento di riflessione ‘sociale’ (la Vlora) e di “poesia sulla poesia” o sul ruolo dei poeti. Il poeta è colui che scava nel terriccio… dannato poeta!

Interessante è anche l’uso di latinismi (Non sum dignus), di arcaismi (aulente) e di riferimenti alla mitologia (le Baccanti), ma è certo che di questa silloge resteranno scolpiti soprattutto alcuni versi straordinari, come «Tu rimarrai la mia dialisi a metà» o «L’amore ha una sua giurisprudenza», che sorprendono il lettore per la loro originalità.

In sostanza, questa Carne e sangue è una bella e intensa silloge di testi poetici, una proposta letteraria di spessore.

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