Perché insistere sulla poesia

di Cosimo Rodia

 

Si insiste a parlare della poesia, nonostante la società contemporanea, come già aveva vaticinato Montale, continui a sgretolare le condizioni di esistenza della cultura umanistica. Si continua a parlare, nonostante la poesia si sfilacci, abbandoni le grandi idee, per manifestare la esclusiva dimensione del privato.

C’è chi ha scritto che si sta edificando l’età del narcisismo, nel senso che la poesia ora è collegata con la comunicazione totale, col flusso mediatico, con internet, facendo perdere il triangolo: autore, critico, lettore (Cfr. Alfonso Berardinelli, Il pubblico della poesia, Castelvecchio, 2015).

Nonostante il rischio della sovrabbondanza dell’autoespressione (o dello spettacolo, per alcuni), è bene insistere sul ruolo della poesia in quanto espressione della civiltà umana, tentando di separare quanto più possibile il grano dal loglio.

Naturalmente i social hanno dato un’accelerazione all’idea di orizzontalità sia nella fruizione sia nella pratica della poesia, con la conseguenza che alla maggiore circolazione della produzione, si è innescata anche una moltiplicazione di idee approssimative, di concetti generali, in un’epoca nella quale la complessità e l’aumento delle conoscenze specialistiche rendono impossibile cogliere ragionevolmente il senso dell’intero (Cfr. Harry Frankfurt, Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli, 2005).

Si è fatto spazio un narcisismo, come modalità psicologica del nostro tempo; se poi si aggiunge il disinteresse per la critica e il confronto, allora veramente si rischia, come diceva Montale (Cfr. Sulla poesia, Mondadori, 1977) che “ognuno riconosce i suoi” versi.

Bertoni, infatti, ha stimato (Cfr. Alberto Bertoni, Poesia italiana dal Novecento a oggi, Marietti, 2019) che sono più di un milione quelli che hanno a che fare con la scrittura poetica (su libri, riviste, blog, social…) ma appena 2000 quelli che comprano un libro di poesia; ovvero, su cinquecento apprendisti scrittori, solo uno compra e legge un libro di poesia.

Evidentemente vi è una contraddizione in termini, che può essere superata solo se ognuno si predispone a leggere gli altri, a discutere sulle scelte che hanno portato ad un risultato creativo, a confrontarsi sul fine della poesia.

Preliminarmente è bene comprendere che la poesia non è una composizione semplice, perché il testo poetico è un concentrato di fattori retorici, grammaticali, acustico-visivi, tematici, filosofici, storico-culturali; si vuol dire che siamo di fronte ad un genere tutt’altro che facile, per la sua carica emotiva, musicale, finanche, gnoseologica.

L’idea che la poesia sia una esplicazione di pensieri su righi brevi, con l’accapo, è evidentemente surrettizia; una conclusione che potrebbe essere scaturita dalla massificazione del verso libero, ovvero da quando superata la poesia classica (alla Carducci) si è fatta strada nel Novecento, fino ai nostri giorni, il “vers libre”, facendo credere ai neofiti della scrittura di avere in mano uno strumento di facile uso per cristallizzare slanci, emozioni, opinioni.

E in effetti, così si è verificato nella massima vulgata anticlassicista, allorquando alla fine degli anni Settanta (Festival di Castelporziano, 1979?) si è stravolto lo spazio convenzionale della poesia, mescolando questo genere con la musica, il teatro, la fotografia; così la poesia negli anni Ottanta si è proiettata in una dimensione performativa dei cabaret, delle strade, delle piazze… che spesso ha dato spazio al dilettantismo creativo.

Che ruolo può avere la poesia, allora? Il rischio richiamato all’inizio è reale, quanto evidente, ma la poesia ha ancora molto da dire, perché essa è la migliore sintesi della vita sociale, psicologica, umana dei nostri giorni.

Sicchè ammessa l’importanza della poesia, il problema si pone in termini educativi; non si può assistere ad una partita senza conoscerne le regole; quindi bisogna conoscere tutto il portato semantico e metrico contenuta dalla poesia, la ricchezza del suo linguaggio polisemico, ritmato e distillato. Obiettivamente non si possono non riconoscere responsabilità della scuola e dell’università, quando dilaga un’ignoranza massiva sulla poesia del Novecento.

Di fronte a tanta inerzia, dobbiamo ringraziare i reading, che assumono la funzione supplente dell’acclarata crisi dell’editoria e del mancato studio nelle agenzie educative istituzionali della poesia contemporanea.

I circuiti di distribuzione sono cambiati; in libreria giungono poche novità editoriali, per poi essere tolte dallo scaffale in fretta (eccetto i classici); la compravendita dei libri cresce online; inoltre, essi sono distribuiti pro manibus dall’autore, nella ristretta cerchia di critici specializzati. I reading, allora, sostituiscono i vecchi circuiti; si stima, infatti, che il 95% della poesia transiti proprio attraverso le letture proposte dagli stessi autori.

Naturalmente la poesia deve essere letta e capita perché in questi passaggi è possibile che il lettore trasformi in esperienza di vita quanto legge.

Per concludere, ben vengano i reading (e per fortuna ci sono), ben venga finanche il narcisismo che dà la spinta a creare, ben vengano le riviste e i blog; ma ben venga anche una critica che faccia la sua parte. La critica ha l’alto magistero di compiere una lettura scevra da ideologie o finalità meta-poetiche e schiarire la nebulosa dei significati, con ipotesi interpretative oneste, conducendo per mano il lettore a cogliere la bellezza e semmai il mistero che ci avvolge.

 

(In copertina: “Metonimie e realtà” del maestro Franco Clary)

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