Petrarca e il teleobiettivo del paparazzo

di Italo Spada

 

Il “madrigale” è un componimento poetico di origine provenzale che veniva utilizzato dai giullari come testo per le loro musiche nelle corti e per le ballate popolari nelle piazze. Interessati all’audience, questi abilissimi intrattenitori medievali prediligevano temi idilliaci, tra i quali spiccava quello della “pastorella” sola tra i campi o in mezzo ai boschi. Basterebbe, per avere un’idea di quanto questo tema fosse sfruttato, leggere una poesia di Guido Cavalcanti – la XLVI delle Rime – dove viene narrato in prima persona l’incontro in un boschetto tra un cavaliere e una pastorella, dai capelli biondi e ricci, scalza e bagnata, che canta come se fosse innamorata. Il cavaliere la saluta e le chiede se è sola; poi i due si appartano “sott’una freschetta foglia” e l’uomo, provando gioia e dolcezza, vede “fior’ d’ogni colore”.[1]

Petrarca, nel Canzoniere, inserisce quattro madrigali, tra i quali quello catalogato con il numero LII che si apre con la citazione della favola di Diana, dea della caccia, che viene sorpresa dal pastore Atteone mentre, nuda, si bagna nelle gelide acque.

Il riferimento alla mitologia latina – utilizzato come spezzone in montaggio parallelo – serve a Petrarca per raccontare un episodio voyeuristico del quale è protagonista.

È estate e il caldo è soffocante. Sulle sponde di un fiume, una ragazza campagnola e selvatica sta lavando il velo che suole mettersi in testa. La scena, di per sé, è di normale vita campestre; ma, evidentemente, c’è qualcosa che sconvolge il religioso Francesco.

Da una panoramica descrittiva che spazia nel paesaggio solitario, si passa a una panoramica a schiaffo[2]Una ragazza bionda (anche nel medioevo gli uomini preferivano le bionde?), sola, probabilmente svestita, dà i brividi a chiunque. In soggettiva del poeta la seguiamo nei suoi lenti,  graziosi e suadenti movimenti. Che fare? Avvicinarsi e rischiare la fine di Atteone[3], oppure restare nascosto e riprenderla col teleobiettivo, come un paparazzo qualsiasi?

Quell’obiettivo fotografico avente lunghezza focale variabile che oggi chiamiamo “zoom”, prima ancora della sua apparizione, era già in dotazione nella fantasia dei poeti.

Perché non servirsene?

 

Canzoniere LII

 

Non al suo amante più Diana piacque,

quando per tal ventura tutta ignuda

la vide in mezzo de le gelide acque,

 

ch’a me la pastorella alpestra et cruda

posta a bagnar un leggiadretto velo,

ch’a l’aura il vago et biondo capel chiuda,

 

tal che mi fece, or quand’egli arde ‘l cielo,

tutto tremar d’un amoroso gielo.

 
 

spezzone in montaggio parallelo

 

panoramica descrittiva

 

panoramica a schiaffo

zoom

 

 

soggettiva

 

 

 
 

 

[1] Gustosa, a tal proposito, la risposta di Lapo Farinata degli Uberti, il quale ricorda a Cavalcanti che un uomo d’onore non racconta frottole, per cui … “Guido, quando dicesti pasturella, / vorre’ ch’avessi dett’un bel pastore”.

[2] Cfr. a tal proposito  nota n. 6 de “Le riprese di D’Annunzio nel viaggio de  I pastori”

[3] Nel mito, Atteone viene sbranato vivo dai cani che Diana, andata su tutte le furie, gli aizza contro.

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